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E' inutile versare rum…

Month: ottobre 2010

I Lupini

“Sulla riva c’era soltanto padron ‘Ntoni, per quel carico di lupini che ci aveva in mare, colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei lupini. …” Giovanni Verga – I Malavoglia

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Grano dei Morti

Nell’area salentina questo dolce è detto “colva”“coliba”, termine preso in prestito dal bizantino “kolba” che, a sua volta, deriva dal greco “koliva”, nella zona di Foggia è conosciuto col termine dialettale di “cicc cuott”

“Cicc Cuott”
Ingredienti:
– 500 gr di grano tenero “bianchetta”,
– una melagrana matura di buona grandezza,
– 150 gr di noci sgusciate,
– 150 gr di cioccolato fondente,
– 100 gr di cedro candito,
– una bacchetta di cannella tritata,
– qualche cucchiaio di zucchero,
– vino cotto

Esecuzione:

“Cicc Cuott” – Grano dei Morti




Bollite il grano per circa un’ora, dopo averlo tenuto a bagno in acqua tiepida per due giorni.
Lasciate raffreddare, aggiungete tutti gli altri ingredienti a pezzetti e, al momento di servire in tavola, condite la quantità desiderata con vincotto a volontà che se versato prima, indurirebbe il composto.

Foto di Franco D’addedda

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La tradizione gastronomica della ricorrenza dei defunti

Emelyn Story –  “L’Angelo del Dolore”

Qui, nel profondo sud, sin da quando ero piccina, nel periodo che va dal 31 di ottobre al 4 novembre, non si andava a scuola, poichè per la ricorrenza detta di “Ognissanti” che cade il primo di novembre, seguiva quella dedicata ai nostri defunti, il 2 di novembre ed in quei giorni era ed è ancora nostra consuetudine quella di recarci nel piccolo cimitero del paese per visitare i nostri parenti defunti.

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Benvenuti al sud…gastronomico della Campania

Il film del regista napoletano Luca Miniero sta ottenendo un grande successo di pubblico, ed è il remake del francese Benvenuti a Nord, uscito nel 2008.

Nella pellicola di Miniero, Claudio Bisio interpreta il ruolo di Alberto, un milanese doc che viene trasferito a Castellabate, un paesino in provincia di Salerno.

Dopo l’iniziale trauma, il protagonista scopre la bellezza, il calore contagioso e la gastronomia del sud. Ed e’ proprio dei gustosi riferimenti gastronomici del film che vi voglio parlare 🙂

Claudio Biso e Nunzia Schiano

Quando vieni al Sud piangi due volte, sia quando arrivi, sia quando te ne vai. Mattia (Alessandro Siani)

Distribuito nelle nostre sale cinematografiche a partire dal 1 ottobre 2010.
Per la regia del napoletano Luca Miniero che ha cominciato le riprese a settembre del 2009, tra San Marco che è una frazione di Castellabate (SA) e nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, il film è dedicato ad Angelo Vassallo, sindaco cilentano assassinato per le sue battaglie per la legalità.

Ciro era il nome che, nella sceneggiatura originale del film, era stato scelto per il ruolo interpretato da Alessandro Siani, ma è stato lo stesso attore napoletano che ha chiesto di cambiarlo in Mattia, affinché non sembrasse troppo stereotipato.
Questi è il giovane portalettere alle dipendenze del piccolo ufficio di Castellabate, un paesino vicino Napoli, ed è lui il primo ad accogliere Alberto,  interpretato da Claudio Biso, che per due anni dovrà essere  il Direttore del locale Ufficio Postale.
Alberto vede nel Meridione d’Italia la patria di rifiuti, camorra, disagi sociali, povertà e criminalità ed associa senza deroghe questi fenomeni alle relazioni personali, ma sono proprio i pregiudizi, la mentalità, le abitudini e i punti di vista, ad ostacolare, almeno all’inizio, una sua felice integrazione.
Nel film sono numerosi i riferimenti gastronomici ed una delle scene più divertenti è quella che vede Claudio Bisio ed Alessandro Siani girare per il paese, tentando inutilmente di rifiutare i caffè e i limoncelli offerti dalla gente del posto, una scena molto spassosa poiché, tra tante iperboli, risulta essere assolutamente vera.

Alessandro Siani

E veniamo alla prima colazione di Mattia, unico figlio maschio, coccolato e servito e riverito dalla tipica mamma meridionale, interpretata da Nunzia Schiano, e, che ogni mattina gli prepara lo zabajone con le uova fresche e la merenda da portare in ufficio.

Ma c’è un’altra scena che merita attenzione ed ancora una volta protagonista è la madre di Mattia, la mitica signora Volpe, che passa gran parte del suo tempo in cucina, è lei ad accogliere, per la prima colazione, un’inorridito Claudio Biso, con un grembiule imbrattato di sangue ed un coltellaccio in mano, solo in seguito la scena si sposta sul recipiente dove la signora sta sbattendo una appettitosa crema di cioccolata, che soltanto alla fine si scopre essere sanguinaccio, e ovviamente Alberto (che e’ abituato ad una colazione leggera a base di te al latte, yogurt magro e qualche fetta biscottata), è costretto a mangiare, con una perentoria intimazione, naturalmente in dialetto napoletano: Avita mangia’, con traduzione simultanea in italiano, offerta dallo stesso Mattia.
E’ anche un dato di fatto che, qui a sud, non facciamo la prima colazione con il sanguinaccio di maiale, essendo più un piatto della tradizione carnascialesca, ma è ancora più vero che la Invernizzi Gim ne esce

Claudio Biso presenta all'Accademia del Gorgonzola la mozzarella di bufala campana

davvero male nel confronto con la Mozzarella di Bufala di Battipaglia (che, per sua fortuna non si può acquistare con estrema faciltà in tutta Italia come invece accade per il gorgonzola), Gorgonzola, che comunque esce ancora una volta abbondanemente annientato nel confronto con il famosissimo puparuolo mbuttunato, gloria della tavola partenopea, e menzionato in una divertente diatriba di Mattia e sua madre su quanto possa essere nettamente più buono e saporito “o’ puparuolo”

La pellicola, offre allo spettatore le calde nuance del nostro Cilento e la gastronomia più tipica e tradizionale
Elementi messi ben in evidenza e, che caratterizzano la nostra terra, nel film originale francese l’ambientazione era il Nord-Pas de Calais, e qui corrispettivi campani ne prendono degnamente il posto, e, così i formaggi francesi diventano mozzarelle di bufala, birre e superalcolici si trasformano in caffè e limoncelli, fuochi pirotecnici e folklore campano sostituiscono i tradizionali carillon delle torri campanarie.
Pure i preconcetti geografici e culturali riescono a divenire delle gradevoli sorprese.
Insomma, se non lo avete ancora visto? Cosa Aspettate?

Angie Cafiero

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Il Babà napoletano di Lello Brak

Raffaele detto Lello Bracale,  è  un appassionato esperto di cultura e lingua napoletana, ma anche un raffinato cuoco, più volte ho selezionato dal suo blog le ricette tipiche della gastronomia partenopea, per proporle ai miei lettori, e, anche questa sulla più famosa delle delizie napoletane proviene dalle sue pagine

Stanislao Leszczinski

Il babà, come è universalmente conosciuto, è un dolce soffice e cedevole principe accanto a sfogliatella e pastiera della cucina partenopea.
Pur essendo originario della Polonia pervenne a Napoli (divenendo uno dei dolci piú graditi della pasticceria partenopea) attraverso i cuochi francesi (i famosissimi monzú) chiamati a Napoli dalla regina Maria Carolina d’Asburgo (sorella della notissima Maria Antonietta, quella che finí i suoi giorni ghigliottinata con il consorte Luigi XVI al tempo (1793 rispettivamente 21/1 il re e 16/10 la regina della rivoluzione francese) in occasione delle proprie nozze ( 7 aprile 1768) con Ferdinando IV Borbone – Napoli.
Il dolce deve il suo nome alla morbidezza e cedevolezza dell’impasto atto alla malferma dentatura delle persone anziane;baba in lingua polacca equivale:nonna, donna vecchia; quando poi il baba polacco, al seguito del re Stanislao Leszczinski, (che qualcuno vuole ne sia stato casualmente l’inventore) re di Polonia dal 1704 al 1735, giunse in Francia dapprima a Luneville e di lí a Parigi alla pasticceria Sthorer, dove tutti lo conobbero ed apprezzarono, esso vide il suo nome pronunciato alla francese con la a finale accentata babà e tale fu a Napoli (che anzi ne raddoppiò espressivamente la seconda esplosiva labiale e babà diventò babbà e preceduto dall’articolo addirittura ‘o bbabbà) dove, come ò detto, prese stabile dimora per il tramite dei monzú francesi (cuochi di corte); anzi a Napoli vide raddoppiata b intervocalica diventando babbà e fu dolce tanto amato ed apprezzato da pervenire in talune locuzioni napoletane; Cito,ad es. : Sî ‘nu bbabbà! (Sei un babà) detto di persona (uomo) d’indole buona e mansueta fino alla prona accondiscenza, mentre la stessa locuzione riferita ad una donna vale a dire Sei tanto bella e buona (che meriteresti d’esser mangiata, come un babà!).

Babà napoletano

Esiste poi una diverte espressione partenopea che recita: Aje voglia ‘e mettere rumma: ‘nu strunzo nun addiventa maje bbabbà
Puoi irrorarlo con quanto rhum tu voglia, uno stronzo non diverrà mai un babà
.
Id est: Per quanto tu tenti di edulcorarlo, uno stronzo non potrà mai diventare un dolce saporito come un babà; alla stessa stregua: per quanto lo si cerchi di migliorare uno sciocco non potrà mai cambiare in meglio la propria natura.
Il babà può essere indifferentemente accompagnato da liquori dolci (rosolî) o secchi (cognac e/o brandy)
Mangia Napoli: bbona salute!
Raffaele Bracale


Ingredienti
:
per la pasta
– 500 g farina americana (manitoba),
– 50 g zucchero,
– 150 g burro ammorbidito a temperatura ambiente, oppure 1 etto di strutto,
– sale fino – un cucchiaino da caffè,
– 8 uova,
– 2 panetti di lievito di birra.

per bagnare

– 2 l acqua
– 600 g zucchero
– 1 buccia intera di limone non trattato,
– rum q.s.
Procedimento
Mettete nella ciotola girevole dell’ impastatrice la farina, lo zucchero, il burro a pezzettini o lo strutto, il sale ed il lievito sbriciolato.
Avviate le fruste e miscelare il tutto.
Aggiungete le uova ad uno ad uno ( e solo quando il precedente sia stato assorbito).
La pasta dovrà risultare elastica e rimanere attaccata alle fruste.
Per ottenere ciò è importante la quantità di uova: evitate di sceglierle troppo grandi; se lo fossero mettete le prime sette, sempre uno alla volta, ed eventualmente aggiungetne solo metà dell’ultimo.
Impastate con le fruste fino a che la pasta non salga su di esse sino a ricoprirne quasi le astine e non risulti gommosa.
Per verificarlo prendetene un pizzichino tra l’indice e il pollice ed allargate le dita: se risulta elastica e quasi gommosa vorrà dire che è pronta. Fatelievitare la pasta nella ciotola stessa sino a che non raggiunga il bordo. Trasferite in un unico stampo imburrato (o in più stampi piccoli e cilindrici) con buco centrale e fate rilievitare fino a raggiungere i bordi.
Infornate in forno caldo a 180°C per circa 20 minuti.
Preparate il bagno: Scaldate l’acqua, lo zucchero, la buccia di limone ed il rum (la quantità è soggettiva e dipenderà dal vostro gusto) fino a che lo lo zucchero non si sarà sciolto.
Eliminate la buccia del limone. Mettete il babà su una grata (va bene quella del forno) e poggiatela su una teglia o un recipiente abbastanza grande.
Praticate dei fori con uno stuzzicadenti sulla superfice superiore del babà (quella piú lucida) e cominciate a bagnarlo usando un mestolo.
Rovesciate il dolce e continuatelo a bagnare piú volte.
Quando avrete terminato recuperate lo sciroppo dalla teglia su cui poggia la grata (serve appunto a questo), ed eventualmente riscaldatelo nuovamente e continuate aancora a bagnare il babà.
Lasciatelo poi gocciolare sulla grata per qualche ora.
Servite le fettine di babà aggiungendo ancora altro liquido (che sarà stato messo a parte) se necessario o gradito.
Qualora si siano usati piccoli stampi i babà risultanti potranno esser bagnati immergendoli rapidamente per intero nel bagno e recuperandoli con una schiumarola.


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Il Gelsomore

Ovidio ci racconta la storia dei  babilonesi Piramo e Tisbe, antenati
di Romeo e Giulietta molto simile alla tragedia narrata da William Shakeaspeare è la loro storia.

I due giovani si amano intensamente malgrado  l’opposizione delle rispettive famiglie,  e,  come i personaggi di Shakeaspeare, anche loro, a causa di un tragico equivoco muoiono  e, per il sangue che fuoriesce dalle loro giovani membra

Thisbe – John William Waterhouse

Le bacche del gelso (l’albero del loro fatale incontro) da bianche diverranno scure.
Non quelle di tutti i gelsi, però: esistono infatti tutt’oggi sia gelsi bianchi (Morus alba) che neri (Morus nigra).

Quelli bianchi, provenienti dall’estremo oriente (Cina, Giappone, Tailandia, Malesia e Birmania), si diffusero in Europa soprattutto per via della produzione della seta; le sue foglie, infatti, costituivano il cibo prediletto ed esclusivo dei bachi.

Il gelso nero, invece, ha come zona d’origine il medio Oriente: Persia, Turchia e Arabia.

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I Brigidini di Lamporecchio

Brigidini di Lamporecchio

Perche’ parlare di Brigidini?

A raccontarvela tutta, io che mi appropinquo verso una futura (si spera) vecchiaia e passata (di fatto) gioventù, comincio ad avere un po di problemi di vista, anche se la cataratta non è calata ancora sulla palpebra, dicevo, in un primo momento, ho scambiato questo pacchetto incellofanato in un involucro trasparente, per una confezione di patatine, e mi sono anche meravigliata che zia, dal suo viaggio toscano mi avesse portato una confezione di patatine, poi guardando bene, aprendo il pacchetto, annusandolo, e degustando mi son resa conto che non si trattava di patatine:-), ma di dolcissime e croccantissime cialde, e zia ha anche raccontato che il fornaio dove le aveva acquistate le aveva consigliato di provarle con la nutella, insomma una cosa da vero orgasmo culinario, ma veniamo alla mia ricerca gastronomica territoriale, visto che parliamo di un prodotto tipico toscano, queste cialde vengono chiamate anche “cicalini” o “cialde” originari di Lamporecchio, ridente paesino toscano situato tra le province di Pistoia e di Empoli, deve il suo nome alle “Brigidine” o “Brigidini”
Qualcuno sostiene devote a Santa Brigida, qualcunaltro invece che fu proprio una tale suor Brigida a regalare il nome a queste delizie, le monache che vivevano in un monastero del luogo, e preparavano le ostie per la comunione, che preparavano, utilizzando degli stampi in ferro con due dischi incisi, realizzati a mo’ di lunga tenaglia.

Piastra per i Brigidini – brezeleisen

Si racconta che verso la metà del XVI sec., una delle sorella mentre stava elaborando l’impasto delle ostie ne sbagliò la preparazione e cosi’ le monache per non sprecare quel composto e mangiarlo in occasione del pranzo domenicale, pensarono di ingentilirlo aggiungendovi dei semi d’anice.
Era così nato il “trastullo speciale”, destinato a divenire la ghiottoneria profana, che si prepara da tempo immemorabile in tutte le sagre d’Italia.
A Lamporecchio, dove la ricetta si è tramandata di generazione in generazione sono molte le botteghe artigianali specializzate proprio nella realizzazione dei brigidini e la pasticceria Carli è sicuramente una delle più antiche e conosciute del paese cominciarono l’attività alla fine del secolo scorso vendendo brigidini e frutta fresca e secca
In seguito la ditta Carli si specializzò nei brigidini, tramandando l’attività di padre in figlio.
Dal 1800 ad oggi la lavorazione dei brigidini, per quanto riguarda gli ingredienti, è rimasta quasi inalterata: uova, farina, zucchero e anice e, un tempo si formavano delle palline, che venivano cotte sulle piastre come quelle dei necci ed avevano una forma tonda, ma molto più grande di quella attuale e questo fino agli anni ’40 sono in seguito venivano cotti sulle stampe calde con resistenze a elettricità fino a quando solo nel 1980, un signore di Pieve a Nievole ha inventato la macchina dei brigidini.

Brigidino

La ricetta che andiamo a proporvi è di facile realizzazione, poichè non tutti siamo in possesso della famosa piastra che in tedesco si chiama “bretzeleisen“, ma è lo stesso possibile realizzare delle gustosissime cialde, e la vostra fatica sara’ unicamente nel fatto di riuscire a stendere una sfoglia il più sottile possibile.

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Amaretti Sardi in Accabadora di Michela Murgia

 Michela Murgia, sarda doc ha ottenuto il prestigioso riconoscimento del Campiello per il 2010, con il suo romanzo “Accabadora”, ambientato nella sua terra degli anni 50.

Michela Burgia con il suo romanzo “Accabadora”

Un libro che se non avete ancora letto val la pena di acquistare, nelle sue pagine racchiude una singolare descrizione della preparazione degli amaretti sardi…

“Contraddicendo ai peggiori sospetti, la vecchia Urrai non sembrò fare alcuna resistenza, tanto che Maria si presentò nel pomeriggio del giorno stabilito per fare i dolci di mandorle senza bisogno di chiedere due volte la stessa cosa. Forse in fondo ci si poteva lavorare su, approfittando del fatto che sul grande tavolo centrale del soggiorno ci fosse il clima frenetico degli eventi irrepetibili.
In bella mostra stavano allineati tutti gli ingredienti necessari per gli amaretti, e in

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Taralli n’zogna e pepe

Taralli e birra sono un binomio vincente, “nzogna” (la sugna) , parecchio pepe e mandorle  e, la loro peculiarità sta nel connubbio del gusto dolce delle mandorle che si fonde con il piccante gusto del pepe.
Il tarallaro, percorreva incessantemente le strade della città coi suoi mitici taralli ‘nzogna e pepe contenuti entro una grande sporta, e tenuti in caldo con una coperta. cfr Brak

Taralli "nzogna e pepe”


Il tarallo è l’ennesimo figlio della creatività, del sopravvivere e adattarsi con poco tipica dei napoletani, veniva preparato utilizzando la pasta di pane rimasta.
Infatti i fornai intrecciavano con gli avanzi del pane, delle trecce che arrotolavano chiudendole a a ciambella alle quali aggiungevano sugna e pepe pur di non gettare “lo sfriddo” ( gli avanzi), solo all’inizio del 1800 ai classici taralli nzogna e pepe si è aggiunta la mandorla ed è sotto questa veste che attualmente si conoscono.

la loro particolarità sta nel connubbio del gusto dolce delle mandorle che si unisce alla mordente vivacità del pepe nero.

Taralli nzogna e pepe
Ingredienti:
– Farina: 1 kg
– Olio 125 g
– Sugna: 125 g
– Lievito di birra: 25 g
– Sale 25 g
– Mandorle intere: 150 g
– Pepe q.b.

Esecuzione:

Sciogliete il lievito in pochissima acqua tiepida e, con esso ed un poco di farina, preparare una pagnottella molto morbida e mettetela a lievitare in luogo riparato per 15-20 minuti.

Trascorso questo tempo, ponete il lievito al centro della farina disposta a fontana, aggiungere tutti gli altri ingredienti ad eccezione delle mandorle ed impastate con acqua tiepida fino ad ottenere una pasta morbida e consistente. Lavoraratela bene fino a che non diventi liscia ed elastica. Coprirla e farla lievitare in luogo tiepido per circa mezz’ora.

Successivamente rimettetela sul tavolo infarinato e ricavatene dei bastoncini di circa quindicina centimetri e spessi quanto un dito. Attorcigliateli due alla volta e chiudeteli in cerchio. Disponeteli, un poco distanziati tra loro, su di una placca leggermente unta; coprite e fate nuovamente lievitare.

Quando saranno ben lievitati, spennellateli con uovo battuto e poggiate tre o quattro mandorle su di ogni tarallo, pressando un poco per farle aderire. Infornatee in forno già caldo intorno ai 160° e sfornateli quando sono belli dorati.

Taralli n’zogna e pepe Ricetta tratta dal sito sito di Gennarino

Venditore di Taralli

Ingredienti:
– 30 gr di lievito di birra (ho ridotto a 15 grammi aumentando il riposo)
– 100 gr. di farina
– poca acqua tiepida
– 500 gr farina
– 200 gr strutto
– acqua q.b.
– 2 cucchiaini di sale
– 2 cucchiaini di pepe nero
– 200 gr. di mandorle intere con la buccia

Esecuzione:
Sciogliete il lievito in un po’ d’acqua.
Formate la classica fontana con i 100 g di farina e versatevi al centro il lievito sciolto. Impastate aggiungendo acqua, se necessaria, fino ad ottenere un panetto molto morbido ed umido.
Coprite e lasciate lievitare per un’ora.
Mescolate i 500 g di farina con il sale ed il pepe, aggiungetevi lo strutto e sabbiate.
Tostate 80 gr. circa di mandorle in forno a 180° per pochi minuti e tritatele grossolanamente.
Quando il panetto sara’ raddoppiato di volume, incorporatelo all’impasto precedentemente sabbiato aggiungendo l’acqua necessaria ad ottenere un impasto morbido. Aggiungete le mandorle tritate e lavorate l’impasto lo stretto necessario.
Formate con la pasta dei rotolini spessi 1 cm e lunghi 20 cm. Intrecciateli a due a due e richiudeteli a ciambella.
Decorate le ciambelle con le mandorle intere, spingendole bene nell’impasto, eventualmente inumidendole con acqua per farle aderire. Coprite con un canovaccio e lasciate riposare per almeno due ore (con metà lievito ci vorrà più tempo, ma tutto dipende dalla temperatura dell’ambiente).
Infornate a 180° fino alla doratura. Dovrebbero occorrere circa 50 minuti.

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Syrentum la birra della Terra delle Sirene

…e alla fine “Gastarea”, la decima Musa di Brillat Savarin, quella che presiede ai piaceri del gusto, mi ha accompagnato nella stesura di queste righe dedicate ad i miei amici e ad un prodotto da annoverarsi tra le tipicità più buone della mia terra, insieme al limoncello, il provolone del monaco e la delizia al limone, e, vi assicuro che non è da meno!

Francesco Galano e Giuseppe Schisano

Un sabato d’estate decisi di parlare nel mio spazio dedicato alla gastronomia, all’interno de “I Fatti di sabato” in diretta dal Lido Marinella, programma condotto da Dr TrankyMr Hyde su Radio Club91, della Birra al Limone dei miei amici, tra l’altro distribuita anche dal Bambu Bar che ha ospitato la trasmissione.
Con Francesco Galano ci conosciamo oramai da quasi dieci anni, c’eravamo persi di vista ma, l’avvento Facebook, e’ stato un ottimo espediente per reincontrarsi e, scoprire che, dietro la birra artigianale Syrentum c’eran lui e suo cognato Giuseppe Schisano.
Così previo appuntamento telefonico decido di andarlo a trovare, per scambiare quattro chiacchiere e devo dire, che mai incontro fu più costruttivo, infatti dopo la chiacchierata, Giuseppe e Francesco mi hanno fatto visitare la loro cantina, e Giuseppe mi ha fatto addirittura “annusare”, non so se il termine sia quello adatto, il prodotto contenuto nella piccola botte che potete vedere nelle foto che arricchiscono questo mio articolo, precisando: –” …perche’ ci sei simpatica, perche queste cose non le facciamo con nessuno :-)”
E cosi’ posso dire di essere stata una delle prime a percepire il gradevole aroma di un mosto pensato proprio per il legno.

Dopo svariati tentativi e sperimentazioni artigianali, con degustazioni limitate al solo nucleo familiare, Francesco e Giuseppe decidono di aprirsi ad una produzione un po’ piu ampia, e per far questo, non avendo a disposizione un buon impianto si appoggiano a quello di Mario Cipriano che ad Alvignano, da ben due anni produce la Karma.
Ma, contrariamente a quello che si può pensare, la birra nella nostra terra non è affatto una novità, infatti Francesco e Giuseppe hanno entrambi sposato le figlie di quel Gennaro Gargiulo, che fu il primo in Italia a possedere un birrificio artigianale.

L’idea successiva di legarla ad un prodotto tipico del nostro territorio, ed è per questo che nella produzione vengono utilizzate le bucce dei limoni di Sorrento, limoni biologici, e più precisamente quelli del giardino di Francesco.

Un Prodotto del tutto artigianale, anche il logo sull’etichetta nasce da un’idea grafica, della moglie di Giuseppe, e naturalmente sull’etichetta è rappresentata la coda di una sirena.

Io amo la birra, ma non ne sono una grandissima esperta ma è lo stesso Giuseppe che mi racconta che la loro birra si avvicina a quella prodotta in Belgio, e allora la domanda sorge spontanea: – ma e’ vero che la birra belga è una delle migliori in commercio? O almeno è quanto sostiene mi fratello che da anni, vive ad Anversa, e Giuseppe dichiara che quella belga è quella che preferisce e Syrentum è pensata proprio come la tipica birra estiva della tradizione belga, piacevolmente dissetante, medio leggera, dal sapore amaro secco che predispone la bocca a sorseggiarla di continuo, di buona freschezza e a basso tasso alcolico, contrariamente alla tendenza della stragrande maggioranza delle birre belga che per lo più sono molto alcoliche, di buona struttura, particolarmente aromatiche e quindi poco dissetanti.

Questo prodotto non viene ne’ filtrato ne’ pastorizzato, mantiene quindi integre le proprietà organolettiche, il mosto viene naturalmente filtrato facendolo scorrere lentamente tra le trebbie del malto, che trattengono le eventuali farine ed impurità, rilasciando lentamente un mosto limpido e dolcissimo.
La scelta del nome cade su Syrentum, e qui comincia il nostro percorso a ritroso nel tempo, la leggenda racconta che Syrentum, fanciulla di rara bellezza, venne alla luce a Sorrento nel XVI secolo in seguito ad un voto fatto dai genitori al Tempio delle Sirene nella Baia di Ieranto.
In seguito sposò un ricco nobile di Sorrento e mostrò sempre grande generosità verso il suo popolo.
Nel 1558 la città fu invasa dai saraceni e molti furono i prigionieri, compresa la bella Syrentum, che durante la sua prigionia apprese le primordiali tecniche per la produzione di una bevanda ottenuta dalla fermentazione di cereali.
Al suo ritorno Syrentum offrì in dono questa bevanda al Tempio delle Sirene e trasmise l’arte di produrla ai sorrentini che continuarono ad offrirla alle divinità.

La birra e’ stata anche segnalata tra le migliori novità per il 2009, e la spinta ulteriore a continuare è l’incontro con Lorenzo Dabove, guru ligure della birra meglio conosciuto come “Kuaskua”.

Di prossima produzione l’ambrata “Minerva” aromatizzata all’arancia, e cos’altro si può aggiungere su questi giovani maestri birrai, se non l’augurio un sentito “Ad Maiora”
Per maggiori informazioni vi consiglio di visitare il loro Blog, in continuo aggiornamento!
Prosit!

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Un gradito riconoscimento da parte dei miei amici della “Syrentum”

Quando scrivo, tiro fuori tutta la mia anima, me stessa, lo faccio spesso in maniera molto ironica, in questa maniera vivo e vedo la mia vita e le ingarbugliate e comiche situazioni, in cui spesso mi trovo coinvolta.
Scrivere di gastronomia, di cucina, di antropologia e cultura gastronomica, riuscire a far apprezzare le cose belle e buone della mia terra attraverso la scrittura, non sempre è facile, cerco di fare il possibile per esserne all’altezza, e se il mio lavoro molto poco professionale ma sicuramente più istintivo passionale, viene
riconosciuto, ed apprezzato, è una grossa gratificazione, ed è una cosa che ti regala stimoli nuovi per migliorare e cercare di essere sempre più brava 🙂

Cosi’, l‘articolo dedicato ai miei amici dalla Syrentum è stato apprezzato e linkato dal loro “Diario di Bordo”

Dal Blog Birrificio Sorrento

sabato 18 settembre 2010
SuperEva, SuperAngie e SuperSyrentum.
Di “Sorrentinità”, ovviamente con ciò intendendo tutta la penisola, nella nostra storia e in quello che facciamo ce n’è veramente tanta perchè tanto è l’amore che proviamo per la nostra terra,

Quando tutto ciò ti viene riconosciuto e per di più da una tua concittadina allora capisci che non è stato tutto speso invano!
Grazie Angie

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‘o per e o’ muss

In Campania le zampe ed il muso del maiale sono conosciuti con il termine dialettale di “per’ e ‘muss” e, solitamente sono venduti già pronti da mangiare, nelle varie macellerie o su camionette in cui talvolta fa una macabra mostra di se la testa del maiale corredata da una coreografica decorazione di limoni, in condizioni igieniche non del tutto allettanti.

Insieme - Umberto Astarita

Spesso mischiati con la trippa, sono lessati e conditi con succo di limone e sale, sono considerati, da molti, alla stregua di una vera e propria leccornia.
Questa preparazione alla fine del settecento era considerata cibo dei poveri un po’ in tutte le regioni d’Italia dal Piemonte alla Sicilia, dalla Toscana alla Campania.
Piedi e teste venivano bollite e accompagnate da varie salse ottenendo cosi gustose preparazioni che alla fine venivano degustate anche dai nobili.
Questo era detto “cibo da strada” e a venderlo era il cosidetto “carnacuttaro” .
Oggi si acquista anche nelle macellerie e spesso viene accompagnato a pezzi di trippa cotta con olive e lupini, contenuti in un involucro di carta oleata sistemata a mo di “cuppo” (da cui il famoso epiteto si proprio nu cuopp:-)
Consumato cotto,  è tagliato in listarelle sottili con l’aggiunta di sale, pepe e limone e rientra nella categoria dei “ready to eat” (reg. 2073/05) e consiste “o’ muss” nella parte anteriore dello splancnocranio sezionato
anteriormente all’altezza della linea frontale posta davanti agli occhi comprendente la mascella, il palato molle, il labbro superiore ed inferiore, le narici e la porzione molle inferiore della parte anteriore della cavità buccale il tutto completo di pelle.
“O’ per” invece è costituito dalla porzione distale dei quattro arti dalla prima alla terza falange privati dello zoccolo, comprendente anche la porzione anatomica dell’osso cannone sempre con la pelle.
Per maggiori informazioni e dettagli sulla produzione di questo cosidetto prodotto di nicchia vi invito a scaricare e comodamente leggere il documento in pdf sulla Produzione Tradizionale in Campania del “‘o Per e o Muss”

Un prodotto molto simile è la “testina di vitello”, tipicità gastronomica del Piemonte che viene consumata soprattutto nel periodo autunnale-invernale che rientra a far parte di una prelibatezza regionale chiamata “bollito misto alla Piemontese”.

Un ringraziamento particolare ad Umberto Astarita, la foto che accompagna questo articolo e’ opera sua.

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Crudo e Mangiato di Sandro Masci

Nell’ambito del “Domina Positano” Rassegna letteraria coordinata dal giornalista Angelo Ciravolo, giunta alla sua quinta edizione, partita il 30 maggio e che vedrà la sua conclusione il 10 ottobre, nella splendida location del Ristorante “Le Terrazze” di Positano, c’e’ stato un interessante incontro con

Crudo e Mangiato di Sandro Masci

Sandro Masci giornalista enogastronomo ed autore dell’interessante pubblicazione, edita da Newton Compton “Crudo e Mangiato”
L’autore oltre ad essere un grande esperto delle tematiche eno-gastronomiche è un appassionato della cucina regionale tradizionale, ed è stata per me, questa, una delle motivazioni che mi ha spinto ad essere presente ad ogni costo all’evento letterario.
Durante la piacevole chiacchierata lo scrittore ci racconta come è nata l’idea di questa pubblicazione, dovuta ai lavori di ristrutturazione della sua casa ed accolta subito con immediato entusiasmo dall’Editore, e, come si dice in latino, “facis de necessitate virtutem” , l’esigenza di far fronte ad una situazione di momentaneo disagio dovuta all’inagibilità per più di due mesi della sua cucina ha dato vita ad libro-ricettario ricco di idee, spunti e curiosità legate alla cucina senza l’uso dei fornelli, evitando cosi di infilarsi in tavole calde e fast food, che il piu’ delle volte di sano e genuino non possiedono proprio nulla, proponendo una giusta alternativa con il prezioso lavoro di Sandro Masci.

Ascoltare Masci, e’ un vero piacere, mentre parla di gastronomia, di cibo, di cose buone, cose buone della nostra tradizione non solo napoletana, ma dell’Italia in generale, mette in moto i succhi gastrici e la voglia di mettersi a preparare e sperimentare, perche’ no le sue ricette, ed infatti gli chef de “Le terazze” coordinati dallo stesso Masci hanno servito delle buonissime preparazioni a base di pomodori locali, mozzarella ed un delicato pesto di basilico, il tutto condito con olio EVO, ed una gradevole insalata a base di pere, mandorle, valeriana accompagnata da una salsa indiana a base di curry.
Nel libro sono descritte le diverse tecniche di taglio di verdure e di sfilettatura dei pesci, i metodi di preparazione e i suggerimenti per la presentazione di innumerevoli piatti: dall’antipasto al dolce, passando per ricette gustose e leggere sia carne che di pesce che di verdure.

E lo stesso Masci che racconta che su richiesta dell’editore nel libro vi è un esauriente capitolo dedicato al sushi, e mi viene naturale chiedere ad un appassionato di tradizione gastronomica del nostro Paese, il perche’ di questa scelta che non fa parte della nostra tradizione, mi spiega che il sushi è una delle ultime tendenze di moda, ma che a lui non piace molto, anzi come me, è una di quelle persone che si batte affinche’ vengano utilizzati nelle preparazioni i prodotti che si trovano sul nostro territorio, e, dalle cucine straniere possiamo apprendere tempi di cottura nonche’ modi di preparare e pentole e stoviglie da utilizzare, ed il wok cinese puo’ essere un ottimo esempio, nonche si debba andare a comprarlo direttamente in Cina, ma sul mercato italiano ci sono degli ottimi prodotti utili allo scopo, realizzati in teflon, e soprattutto basta che non siano graffiati.
Il dibattito prende una piega storica e finiamo con il discutere delle ricette italiane da cui sono nate preparazioni basilari internazionali come la famosissima Bechamel che altri non e’ che la famosa Salsa Colla Importata in Francia dalla nostra Caterina de Medici.

Insomma, questo libro, puo’ essere un dono prezioso per chi di cucina non e’ un grande esperto, scritto in linguaggio semplice e di impatto può diventare sicuramente l’aiuto cuoco per la realizzazione di una gustosa cena.

Sandro Masci
Crudo & Mangiato

ISBN 978-88-541-1488-3
Pagine 288 + 64 t.f.t. a colori
Euro 12,90
Grandi Manuali Newton n. 156

Sandro Masci: Giornalista e scrittore, si occupa di gastronomia e critica gastronomica da oltre un ventennio. Collabora e ha collaborato con numerose testate editoriali. È docente presso le scuole del Gambero Rosso di Roma e di Napoli. Organizza e gestisce corsi di Team Building di stampo eno-gastronomico per conto di aziende e società multinazionali.

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