Le gustose leccornie natalizie campane fanno capo alla secolare  tradizione pasticciera napoletana:  roccocò, susamielli, divino amore, zeppole e struffoli e ci  conducono  per  mano nel periodo liturgico dell’avvento, a lunghe serate trascorse in casa, al gioco della tombola.
La loro fragranza, accompagnata al suono delle zampogne,  la condensa di vapore che si forma sulla superficie liscia e fredda dei vetri nella piccola cucina, le luci intermittenti dell’albero di natale, ed il penetrante odore  delle tante cose buone che si preparano in quel periodo che ci si porta dietro lasciando tracce di speziati e seducenti aromi.

Christmas Time

Questo, è da sempre per me, il ricordo del Natale.
Mia Nonna Laura, ha sempre sostenuto caparbiamente, e guai a contraddirla, che quando si preparano le zeppole non bisogna nè farsi vedere nè far sentire l’odore alla gente, che è  invidiosa, a supporto della sua tesi, Luigi Trofa racconta invece che la sua nonna, addirittura, mentre le friggeva, in una pentola a parte metteva a cuocere un cavolfiore,  di modo che, le esalazioni non piacevolissime di quest’ultimo, riuscivano a coprire la gradevole fragranza degli “scauratielli”,  e così le deliziose ciambelle sarebbero scoppiate!!! Ed è un DOGMA Assoluto, poichè anche la mia mamma, la funesta Teresa, quando le prepara e le frigge,  chiude tutte le porte e le finestre, di modo che, l’invitante odore, non possa uscire di casa, con il risultato che, tutti  noi che siamo all’interno dopo ce lo portiamo addosso :-), al posto di una deliziosa acqua di colonia:-)

Il mio ricordo si perde nel tempo, quando c’era anche il mio papà che contribuiva alla realizzazione di questo dolce natalizio, che, non solo veniva fatto per la nostra famiglia ma anche distribuito a vicini e parenti, mio padre si occupava dalla frittura, mentre mia madre preparava l’impasto e certosinamente realizzava le zeppole che venivano adagiate sul piano di marmo della cucina, previamente unto di olio, e ogni anno c’e rail record dei kg di farina impastati per accontentare tutti gli amici e parenti. Mio papà ci ha lasciati diverso tempo fa, ma la funesta Teresa ancora non rinunzia alla preparazione delle zeppole, e son subentrata io nella lavorazione delle stesse, poichè fisicamente, come diciamo qui, non è più cosa sua, la pasta va lavorata bollente ed a lungo, per cui i bicipiti li alleno io 🙂 mentre lei si prepara, frigge e condisce le dolci ciambelle, a cui, nessuno di noi riesce a rinunziare.

Le Zeppole o Antichi Scauratielli
Tipiche della costiera sorrentina, sono ciambelline fritte preparate con una pasta a base di farina acqua latte ed anice, e condite con miele, riavulilli (per chi non lo sapesse sono microscopici confetti di svariati colori che ci riportano alla mente le decorazioni dei nostri alberelli di natale) e scorzette d’arancia.
Tra i mestieri napoletani esisteva anche quello della zeppolara che in strada friggeva queste ciambelle in strutto o grasso animale e le serviva ricoperte di miele.

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Gli Struffoli

Struffoli – Foto Piero Castellano “Digisea” © All rights reservedQuesto è un tipico dolce natalizio, la cui forma è a base di sfere ricoperte di miele e dai multicolorati diavulilli.

L’origine degli struffoli è greca: il nome, deriva da strongulos, cioè pasta a forma sferica, arrotondata o incavata; anche questa preparazione è consolidata nella tradizione dolciaria  napoletana, splendide erano le confezioni ad opera delle Monache dei conventi della Croce di Lucca e di quelle di S. Maria dello Splendore.

Una piccola curiosità, nella cucina greca, esiste un dolce simile, i Loukoumades, impastati con farina, uova, zucchero, noce moscata e conditi con miele aromatizzato al limone e cannella

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Le Paste di mandorle o Pasta reale
Nascono nei conventi napoletani, dai delicati colori pastello che vanno dal rosa, al verde al giallino, preparati con mucchietti di paste di mandorle sistemati su di un ostia tagliata che serve da base e dalle forme più  svariate.

Dolci della vigilia di Natale, le suore li preparavano rispettando la dieta di magro poichè venivano impastati con farina zucchero, spezie e mandorle finemente tritate e non era impiegato alcun grasso animale, essendo il loro condimento ottenuto esclusivamente dall’olio contenuto nelle stesse mandorle.
Sull’origine del nome  si narra una storiella che vede protagonista il re Ferdinando IV di Borbone.
Questi, un pomeriggio si recò  in visita al convento delle suore di San Gregorio Armeno e, dopo aver visitato la cappella ed il convento, fu accompagnato dalle sorelle nel refettorio, ove su un grande tavolo era preparato un buffet in cui facevano bella mostra: aragoste, pesci arrostiti, polli efagiani oltre a della splendida frutta.
Il Re che era un gran golosone si scusò dicendo che da poco aveva finito di pranzare e non sarebbe stato il caso riaffrontare un pasto  di quella portata. Ma le religiose con sguardi di complicità pregarono re Ferdinando di  compiacerle almeno con un piccolo assaggio,  il  sovrano fu piacevolmente sorpreso  quando si accorse che tutto quel ben di Dio non erano altro che dolci efficientemente   raffigurati  con  l’impiego non di creta ma di pasta di mandorle e meticolosamente dipinti a mano.
Questa tradizione di pasta reale è rimasta oggi soprattutto in Sicilia dove ci sono degli abilissimi artigiani di pasta martorana o reale.
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I Mustacciuoli
Dalla forma romboidale ricoperti di glassa al cioccolato. Due le versioni sull’origine del loro nome: la prima è quella che li vuole legati ad alcune antiche preparazioni contadine che utilizzavano il mosto, col quale venivano preparati per essere addolciti e mustacea era infatti il loro nome latino;

l’altra riferisce dei mustacchi che sono i folti baffi lunghi molto in voga  il secolo scorso, li troviamo  infatti citati in numerose opere letterarie e teatrali partenopee, e si chiam

ano appunto così perchè ricordano dei baffi, a causa della loro forma.  Un dolce molto simile  è il Printen tedesco. Sono imbottiti con miele e frutta candita.

Negli ultimi anni sono nate molte varianti  nelle quali la glassa al cioccolato è sostituita da coperture  cioccolato bianco o da una glassa di zucchero e canditi.

Una curiosità, ne parla anche Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Pio V, nel il suo pranzo alli XVIII di ottobre

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I Susamielli  e le Sapienze
A forma di ‘S’ i Sosamielli venivano impastati con del miele liquido. Venivano serviti il mattino del 25 dicembre insieme ai raffioli, ai mustaccioli ed ai roccocò.

Susamielli

Susamielli

Anticamente venivano distinti in sosamiello nobile, preparato con la farina bianca e v’era l’usanza di offrirlo alle persone di riguardo, il sosamiello per zampognari, impastato con farina ed elementi di scarto,  che veniva offerto al

personale di servizio ai contadini in visita e a coloro che venivano a suonare in casa,  ed per ultimo il sosamiello del buon cammino imbottito con la marmellata di amarene e che veniva offerto alle sole maestranze religiosi.

Una curiosità intorno a questo dolce, utilizzare l’appellativo: “Sei un Susamiello”, non è affatto un complimento e chissà,  forse per la durezza e secchezza del biscotto, nel lessico tradizionale si indica una persona pesante e seccante.

Le Sapienze
(leggera variante dei susamielli)
Devono il loro nome alle ” Monache del Trentatre “, chiamate così perchè alloggiano in un Convento di Clausura che si trova al numero civico 33 di Via Sapienza, una strada del centro antico di Napoli.
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Paste del Divinamore

Realizzati su di una base di pan di Spagna, imbottiti con pasta di mandorle e canditi e  ricoperti di una tenue glassa rosa traggono il loro nome dalle Religiose dell’omonima comunità di clausura.

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Il Roccocò

Roccocò

Dolci a forma di ciambella, in cui, ancora una volta, il profumo degli agrumi rimanda il nostro pensiero al mediteranneo, alle sue coste ed ai suoi giardini in fiore.

Dolci impenetrabili, duri, adatto a chi ha denti solidi, il suo nome viene dal francese rocaille per la barocca e rotondeggiante forma di conchiglia.

È un biscotto particolarmente duro quindi può essere ammorbidito bagnandolo nel vermouth, nello spumante, nel vino bianco o nel marsala

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E così, ogni anno, fosse solo per come soleva ripetere la buonanima di mia “zia Rosa” pe’ devozione siamo costretti, sicuramente non di malavoglia e facendo uno sberleffo alle diete, nostro malgrado, ad assaggiare queste splendide delizie.
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