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E' inutile versare rum…

Month: aprile 2011

Gli Gnocchi: dall’Abate Ferdinando Galiani, agli “Strangulaprievete” agli Gnocchi alla Sorrentina

Gnocchi al pomodoro

Diffusi in tutto il mondo e di origine antichissima  presentano differenze notevoli sia per la forma che per ingredienti con cui vengono realizzati: farine di riso, di frumento, di semola,  con patate, con mandorle, con pane secco, tuberi o verdure vario genere.

A Roma, vengono preparati con il semolino e sono detti appunto gnocchi alla romana,  e spesso, in base alla tradizione locale/regionale molteplici sono gli ingredienti impiegati.

Possono essere serviti come primo, come è tradizione in quasi tutto il nostro Paese,  come piatto unico o come contorno. Quest’ultimo caso è più frequente per i knödel centreuropei.

L’impiego di peculiari ingredienti ne determinava la differente colorazione: ad esempio la bietola e gli spinaci erano  utilizzati per preparare gli zanzarelli di colore verde,  mentre quelli gialli,  aggiungevano polpa di  zucca o zafferano.

Ed arriviamo nel Seicento quando subirono un lieve cambiamento nel nome e nella preparazione.

Vennero chiamati malfatti ed in alternativa alle mandorle e al pane venivano aggiunte farina, acqua e uova, quelli bianchi,  venivano  invece impastati con carne di pollo tritata, ed erano di color arancio, quando venivano preparati con carote.

Ma quelli di patate sono senzaltro i  più diffusi e rinomati nel nostro paese, e a partire dal 1880 si diffusero a macchia d’olio.

La loro storia ha inizio quando vennero importate in Europa le prime patate provenienti dal Nuovo  continente.

Gli altri tipi di gnocchi fecero la loro comparsa  dapprima nei banchetti rinascimentali della Lombardia; venivano impastati con mollica di pane, latte e mandorle tritate e venivano chiamati zanzarelli.

Ferdinando Galiani

A Napoli sono conosciuti nella forma dialettale di strangulaprievete e,  si racconta questo anneddoto, anche se, non sappiamo quanto sia attendibile poichè sul Galiani e su qualche altro prelato come il Perrella, si raccontano una infinità di storielle, forse perchè non tutti questi abatini riscontravano grosse ed immediate simpatie.

Sull’origine etimologica del nome Strangulaprievete, tra le  più dotte e ricercata, vi è quella che ci racconta Nicola Vottiero, egli presuppone, che questo termine napoletano, discenda direttamente dal greco e più precisamente da queste due locuzioni, che trascrivo in lettere del nostro alfabeto:  strangulos e preptos

Il termine napoletano, sarebbe l’unione di queste due parole greche che significano un corpo rotondo e sferico.

Ma la scaltrezza partenopea ci è ben nota per cui, e potrebbe anche darsi che alluda all’appetito clericale, data anche la consistenza dello gnocco o strangulaprieveto, che se mangiato in fretta si ferma in gola e potrebbe strozzare.

Ma per approfondire l’argomentazione, mi piace anche riportare quel che scrive un grande esperto della lingua e della cultura napoletana, nonche’ grande appassionato di gastronomia, Lello Bracale nel suo articolo “Strangulaprievete ed affini”

Cerchiamo d’esser serii: il termine strangulapriévete,unico originale vocabolo che possa arrogarsi il diritto di significare gli gnocchi napoletani, viene da lontano ed è vocabolo che nasce in Grecia. Orbene diciamo, per farci capire, che gli gnocchi napoletani sono un tipo di pasta fresca fatta solo con acqua bollente e farina e sale; qualsiasi altro ingrediente aggiunto:olio, strutto, patate o uovo è da bandirsi come intruso che può solo rovinare la faccenda E chiunque li adoperasse(massaia o cuoco) meriterebbe la scomunica dal novero dei partenopei ed il bando dalla città con il divieto di ritornarvi !
Torniamo a gli strangulaprievete napoletani: dall’impasto originario si ricavano arrotolandoli sul tagliere cosparso di farina asciutta dei bastoncelli a sezione cilindrica spessi un centimetro; detti bastoncelli vengon poi tagliati in piccoli cilindretti di un paio di centimetri cadauno; i cilindretti vengono infine incavati facendoli strusciare sul tagliere tenendoli premuti contro il medesimo col polpastrello o dell’indice o del medio. La doppia operazione dell’arrotolamento e della incavatura dà origine alla parola .

"Gnocco passato per i rebbi della forchetta"

Il verbo greco strongulóo ( arrotolare – attorcere) dà luogo alla prima parte del vocabolo (strangula), mentre il verbo greco preto (comprimere -incavare) dà luogo alla seconda parte (priévete) Come si vede i sacerdoti non c’entrano nulla e di conseguenza men che meno i monaci chiamati in causa da qualche buontempone che non aveva di meglio da fare… Quanto allo stravolgimento di strangulapriévete in strozzapreti non posso che ribadire l’ignoranza o l’imbecillità di chi à fatto simile strazio che à trovato un sedicente studioso della lingua italiana pronto ad accoglierlo nei dizionari in uso – diventati oramai il secchio della spazzatura in cui vien recepito di tutto, asinerie e capocchierie comprese – magari per far contento qualche potente dei media, che consenta allo studioso di essere invitato nelle trasmissioni televisive in veste di esperto ed arrotondare cosí,con il gettone di presenza, la giornata. Ma è una cosa di cui vergognarsi! .

 La  mia preparazione degli gnocchi,  prevede l’impiego di una patata per ogni commensale, una volta lessate queste vanno pelate e schiacciate con uno schiacciapatate,  lavorate  su un ripiano ampio fino a quanta farina  queste  riescono ad assorbire.

Il risultato dovrà essere un impasto elastico ed omogeneo,  da cui staccherete dei pezzetti e li lavorerete  col palmo delle mani in modo da ricavarne dei bastoncini sottili della grandezza di un dito.

Tagliate questi bastoncini in pezzetti di circa 2 cm di lunghezza, che rotolerete sui rebbi di una forchetta, o anche di una piccola grattugia, in modo da incavarli, affinchè possano accogliere più salsa ed essere dunque  più saporiti.

Gettateli in acqua salata e saranno cotti non appena rimonteranno a galla.

La scelta del condimento si presta ad infinite interpretazioni: con il classico Ragù napoletano, con burro fuso, salvia e parmigiano, o con un semplicissimo sugo a base di pomodoro e basilico, ed aggiunta di mozzarella a dadini, (questi vengono chiamati appunto, alla sorrentina) preparati nelle ciotoline “di coccio” e gratinati al forno risultano essere ancora più saporiti, anche con panna,  salmone e rughetta a seconda del vostro gusto ed estro creativo.

Nella città di Roma, gli gnocchi rappresentano il piatto tradizionale del giovedì, seguendo il detto “Giovedì gnocchi”Venerdì pesce (o anche “ceci e baccalà”), “Sabato Trippa”.

Ancora sopravvivono antiche hostarie e trattorie dove si segue la tradizione. Noto è il detto “Ridi, ridi, che mamma ha fatt’ i gnocchi” (usando la “i” come articolo, e non “gli” come vorrebbe la grammatica; il proverbio sottolinea l’importanza del giovedì come giorno  semifestivo, che necessita d’un piatto elaborato e gustoso e che anticipa quello di magro del giorno successivo.

In varie città la tradizione degli gnocchi varia,  infatti al sud il giorno tradizionale degli gnocchi conditi con sugo di carne ed un pizzico di mozzarella a cubetti sciolta (es. Napoli, “Gnocchi a

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Pastiera rustica di Tagliolini

Foto Foto Flickr – Spacca Napoli Jonathan Goldsmith Pastiera Rustica: Savory pasta and cheese pie with guanciale

Una inconsueta pastiera, che può essere tranquillamente preparata al di là della ricorrenza pasquale.

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Pastiera di Tagliolini

Tagliolini - Photo by Fbrixio

Originariamente la tradizionale pastiera napoletana veniva realizzata con la pasta, da cui poi il nome e in alcuni paesi del vesuviano  è ancora in uso questa preparazione che utilizza i tagliolini.

Per la Pastafrolla:
– 1 kg di farina
– gr 300 di zucchero
– 1 limone grattugiato
– una punta di bicarbonato
– 1 bustina di vanillina
– 6 uova intere

Per il ripieno
– 300 gr di tagliolini sottilissimi
– 300 gr di zucchero
– 500 gr di latte
– 4 uova
– scorzette d’arancia e cedro
– cannella
– vaniglia
– qualche chiodo di garofano
– acqua di millefiori


Esecuzione:

Pastafrolla:
Lavorare tutti gli ingredienti per una mezzoretta circa ricavarne un bel disco di pasta sistemarlo su di un piatto, coprirlo con un altro piatto e metterlo in frigorifero.

Ripieno:
I tagliolini li immergerete per pochi minuti in acqua leggermente salata, li scolate e li versate nel latte dove precedentemente avete sciolto lo zucchero.

Fateli raffreddare mescolando di tanto in tanto, quando la pasta avra’ assorbito interamente il latte aggiungete le uova, i canditi ed il resto degli aromi.

Rivestite una teglia di pastafrolla e versatevi all’interno il composto, decorate la pastiera con le famose strisce di pastafrolla e cuocete a forno caldo a 170 gradi per circa un’ora.
Cospargetela di zucchero e servitela calda.

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Pastiera alla Quinoa

Sono curiosa di mio, e spesso, le mie ricerche in rete si svolgono nell’ambito gastronomico, sono una grande appassionata dell’argomento, altrimenti non avrei creato un mio sito, non credete?

Ogni hanno per la Pasqua, tra le ricette classiche,  fanno capolino, deliziose novità, che ben si sposano con la tradizione, la Pastiera alla Quinoa, ne è un esempio

Il sito di riferimento è questo: http://dolci-desserts.masanews.it/article/23563591/pastiera-alla-quinoa

Ma la rielaborazione e l’aggiunta di alcuni ingredienti come ad esempio i canditi, è tutta mia 🙂

La Quinoa
Utilizzata sin dai tempi degli Incas e degli Aztechi, la quinoa (in spagnolo quínoa o quínua) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Chenopodiaceae, come ad esempio gli spinaci o la barbabietola.

Quinoa

Per il suo buon apporto proteico costituisce l’alimento base per le popolazioni andine.
Particolarmente dotato di proprietà nutritive. Contiene fibre e minerali, come fosforo, magnesio, ferro e zinco, ottima fonte di proteine vegetali, contiene inoltre grassi in prevalenza insaturi.

Adatta alla dieta dei celiaci  in quanto è totalmente priva di glutine.

Gli Inca chiamano la quinoa «chisiya mama» che in lingua quechua significa «madre di tutti i semi».

I suoi semi  sono piccoli molto simili a  quelli del miglio, ma più schiacciati, contengono circa il 60% di carboidrati e l’11% di proteine di valore biologico piuttosto alto, addirittura paragonabile a quello dei formaggi.

I suoi semi  sono rivestiti dalla saponina, che li protegge dalle aggressioni degli uccelli e degli insetti. Questa sostanza è molto amara e quindi va rimossa prima della cottura, lavando accuratamente i semi prima di cuocerli.

Un piccolo consiglio per migliorarne il gusto è quello di tostare  i suoi semi  per qualche minuto prima di bollirli . La cottura è veloce, 10-15 minuti in acqua bollente.
Può essere utilizzato come gli altri cereali, per preparare zuppe e minestre, o per accompagnare carne e verdure

Esistono oltre 200 varietà di quinoa. La varietà più utilizzata è la quínoa Real con un basso tenore di saponine. Altre varietà commercializzate sono: Bear, Cherry Vanilla, Cochabamba, dave 407, Gossi, Isluga, Kaslala, Kcoito, Linares, Rainbow, Red faro, Red head (che presenta una buona adattabilità ai climi piovosi), Temuco.

Pastiera alla quinoa

Pastiera alla Quinoa

Ingredienti:
-per la pasta frolla:
– 125g zucchero
– 350g farina
– 125g burro morbido
– 2 uova intere
– 1 tuorli
– buccia grattugiata di un limone
– una puntina di bicarbonato
– una bustina di vanillina

per l’imbottitura
– 300g di quinoa
– 150g di grano (di quello per pastiere)
– 500ml di latte
– 350g ricotta
– 350g di zucchero
– 100g di sugna o di burro
– 5 uova
– la punta di un cucchiaino di cannella
– acqua di fior d’arancio
– qualche chiodo di garofano
– canditi
– vanillina

Esecuzione:
Preparate la pasta frolla. Unite il burro e la farina e lavoratele fino ad ottenere un impasto granuloso. Disponete a fontana e ponete al centro le uova, lo zucchero e la buccia del limone, la vanillina e la puntina di bicarbonato
Lavorate velocemente fino ad ottenere un impasto omogeneo che lascerete riposare in frigo almeno mezz’ora.
In una pentola mettete il latte, la quinoa e il grano.
Appena il latte bollirà, aggiungete il burro, la buccia di limone e una bustina di vanillina.
Lasciate cuocere (rimestando di tanto in tanto), fino a che la quinoa non si sarà cotta del tutto, occorrera’ piu o meno una mezzoretta
Lasciate raffreddare. Ora Stendete la pasta frolla.
Foderate uno stampo per pastiere, dopo averlo rivestito con carta da forno. Praticate dei forellini aiutandovi con i rebbi di una forchetta sul fondo. Lasciate riposare in frigo e, nel frattempo preparerete il ripieno della pastiera alla quinoa.
Lavorate lo zucchero e la ricotta setacciata.
Aggiungete le uova, la cannella e la fialetta di fior d’arancio, qualche chiodo di garofano, i canditi e la vanillina
Aggiungete il grano con la quinoa.
Stendete la pasta frolla avanzata e ricavatene delle striscette.
Versate il composto nello stampo della pastiera e mettete le striscioline.
Cuocete in forno preriscaldato a 170° per circa un’ora (la pastiera deve diventare scura in superficie).
Lasciate raffreddare e servite.

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I riti della settimana nella Penisola sorrentina, tra folklore, storia e tradizione

Penisola Sorrentina

Questo mio articolo, fu scritto per omaggiare la mia terra e per far conoscere i suggestivi riti che ci accompagnano tradizionalmente nella settimana santa ed in origine doveva essere pubblicato, su “L’Espresso Napoletano” ma purtroppo non è andata cosi’, ed un particolare ringraziamento va

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La cipolla Wislawa Szymborska

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska (Bnin (Kórnik), 2 luglio 1923) è una poetessa e saggista polacca.
Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca vivente. In Polonia, i suoi volumi raggiungono cifre di vendita che rivaleggiano con quelle dei più notevoli autori di prosa, nonostante in un’occasione Szymborska abbia ironicamente osservato, nella poesia intitolata Ad alcuni piace la poesia (Niektorzy lubią poezje), che la poesia piace a non più di due persone su mille.

Szymborska utilizza espedienti retorici quali l’ironia, il paradosso, la contraddizione e la litote, per illustrare i temi filosofici e le ossessioni sottostanti. Szymborska è una miniaturista, le cui poesie compatte spesso evocano ampi enigmi esistenziali. Benché molte delle sue poesie siano lunghe una pagina appena, esse toccano spesso argomenti di respiro etico che riflettono sulla condizione delle persone, sia come individui che come membri della società umana. Lo stile di Szymborska si caratterizza per l’introspezione intellettuale, l’arguzia e la succinta ed elegante scelta delle parole.

(fonte wikipedia)

Il mondo poetico della Szymborska, è di grande immediatezza, di linearità linguistica esemplare ma allo stesso tempo ricco di sfumature concettuali e sottili riflessioni.

La cipolla (Wislawa Szymborska)

Cipolle

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

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“Braciolettini” gli spiedini di carne del mio papà

Spiedini di Nonna Teresa

Lavoro di pazienza, ma tanta pazienza, che toccava quasi sempre alla buonanima del mio papà.

Il mio babbo ci passava le ore, generalmente al sabato sera,  innanzi alla tv,  munito di spiedi d’acciaio della lunghezza di una forchetta e di coltello, con cui minuziosamente preparava un delizioso battuto a base di tanto prezzemolo fresco, aglio e sugna,  questo miscuglio veniva poi spalmato certosinamente all’interno di minuscoli pezzetti di carne, fatti affettare dal macellaio di fiducia molto sottilmente e, normalmente questo era il piatto della domenica e l’unico modo per farci mangiare un po di ciccia.

Procuratevi delle fettine da fare arrosto la mia mamma   utilizza normalmente la natica, o la pezza a cannella.

Pulitele dal grasso e dai nervetti, dopodiché nel senso della lunghezza
ne ricaverete tante striscioline, spesse  più o meno un dito.

Preparate un battuto, con molto prezzemolo, aglio a piacere, sale e sugna
(il comune strutto, il termine indica le parti grasse dalle quali, per fusione
e filtraggio si ricava questo condimento).

La consistenza del battuto deve essere abbastanza cremosa, sta a voi decidere

se utilizzare un robot da cucina o prepararlo utilizzan

do il comune coltello da cucina o la  “mezzaluna”.

Questa crema verrà poi spalmata sulle striscioline di carne, che verranno

poi arrotolate su se’ stesse ed infilate una per una su di uno spiedo, pronte per essere arrostite.

Al calore della piastra, il battuto si sciogliera’ creando un delizioso intingolo in cui,

Peppe Pontecorvo, macellaio

risulterà  inevitabile non inzupparci dell’ottimo pane fresco.

Il nostro segreto familiare, è stato rivelato al buon Peppe, il nostro simpaticissimo macellaio, tifosissimo del Napoli, che ha prima sperimentato la ricetta personalmente  ed ha poi riproposto questi spiedini nella sua bottega, ribattezzandoli: “Gli spiedini di nonna Teresa”

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Angie Cafiero una torta di Allegria a cura di Francesco Di Domenico

Didò - Francesco Di Domenico

Questa nota che Francesco ha pubblicato su di me, su facebook, mi ha fatta veramente commuovere, e alla mia eta’, e’ pericoloso poiche’ ci sono “commozioni” e commozioni 🙂

Inoltre in questo sito vi è anche una pagina intitolata “Angie secondo Didò” che vi invito assolutamente a leggere.

Con Francesco, ci conosciamo grazie al Laboratorio di Scrittura umoristica “Achille Campanile”, e l’ho anche intervistato gastronomicamente.

Notte in Arabia, è la sua ultima fatica letteraria.

Vita e storia di Gianmarco Bellini, il Ragazzo che Voleva Volare”, il libro racconta  la vicenda del giovane maggiore che fu rapito in Iraq nel 1991 assieme al capitano Maurizio Cocciolone, è stato  presentato il 15 marzo nella sala Nassiriya del Senato della Repubblica, ed erano presenti, oltre all’autore e allo stesso Bellini, il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri e il senatore Domenico Gramazio.

Quest’universo è estremamente affollato, oltre ai cinesi e agli indiani, che silenziosamente fanno un sacco di rumore, ci sono i napoletani che sono il contrario dei vietnamiti.

I vietnamiti vinsero una guerra in silenzio, i napoletani le perdono tutte, nonostante facciano ‘nu sacco ‘e burdell’.

Poi ogni tanto, dalle parti di Napoli, appaiono delle persone meravigliose, burdellère di pace, organizzatrici di felicità, veri e propri dispenser d’allegria. Passeggiano a cuore nudo, senza pudore, svendendo sorrisi, inflazionando l’aria di allegria. Hanno una capacità estrema di non farsi odiare, anche se dovessero calpestarti un piede (quello del callo).

Sono immuni dalla rabbia, passeggiano negli arcobaleni senza cercarne la fine per trovarvi il tesoro, perché probabilmente sono loro “la pentola d’oro”.

Forse non sono esseri totalmente umani, perché al vederli hanno intorno un’aura argentata, riflettono stelline, fiorellini (a volte dai fiorellini escono apine che ti punzecchiano l’anima).

Questa gente, odiate dai livorosi, detestate dai maligni, sono amate da una percentuale stratosferica di umanità, si chiamano Angie Cafiero.

Maronn’, e che femmenon’!

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Grande Successo per la presentazione sorrentina di “Se mi Lasci non male”

Angie, con la composizione ortofrutticola realizzata da Lucio Savarese

Sabato 2 aprile 2011, il Seven hostel di Sant’Agnello, ha ospitato la presentazione dell’Antologia umoristica “Se mi Lasci non male” curata da Gianni Puca,  con il supporto del GULP ed edita da Kairos-

L’evento è stato organizzato da me medesima di persona grazie alla sinergia con un fantastico gruppo di amici, stimolanti, coinvolgenti e meravigliosi,

Come ben sapete il mio racconto è stato inserito all’interno della raccolta umoristica e racconta, nella sezione dedicata ai racconti “gastro-ironici, la storia di un invito a cena, che lascia presagire una conseguente folle notte di passione, e con un sorprendente finale…dietetico…, il racconto è in possesso di ottimi e succulenti ingredienti che si sposano bene con l’ironia, la sensualità e la gastronomia.

E cosi’ in  un gastronomico sfondo orto frutticolo, ho avuto

Gianni Puca

modo di presentare gli amici del GULP (Gruppo Umoristi Ludici Postmoderni – http://www.paragulp.it/)  di cui sono fiera di far parte e che che hanno contributo alla realizzazione della pubblicazione: Gianni Puca, curatore dell’antologia, Floriana Tursi, Francesco Di Domenico, Lucio Rufolo

Emozionata dalla cima dei capelli fino e alla fine del sondino nasogastrico che non mi ha permesso neanche di assaggiare il capolavoro di arte pasticciera

realizzato dal superlativo Antonio Cafiero,  ho  raccontato della mia passione per la scrittura gastronomica, cominciata per gioco, quando mi proposero  di occuparmi della storica rubrica di Supereva e della mia personale esperienza al Laboratorio di Scrittura Umoristica condotto da Pino Imperatore,  anch’egli tra gli autori dell’antologia, ed organizzatore della sezione di scrittura umoristica del “premio Massimo Troisi”. Fino al mio incontro con lo stesso  Puca e la scelta di ospitare il mio racconto, nato ai tempi della frequentazione del Laboratorio, dal titolo  “Controllare la scadenza” all’interno della sezione  dei racconti  “gastroumoristici”.

Gianni Puca,  ha curato l’antologia che riunisce  quelli che lui definisce “nanoromanzi” di vari autori,   la malsana trovata dei nonoromanzi d’amore gli venne un bel giorno,  quando preso dal cosidetto raptus di Lyala decise di cimentarsi nell’impresa di scrivere un romanzo d’amore.

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