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E' inutile versare rum…

Date: 16 luglio 2011

Intervista Gastronomica a Viola di Grado

Viola Di Grado

Figlia di Antonio Di Grado, italianista e uno dei massimi studiosi di Sciascia e De Roberto, e di Elvira Seminara, scrittrice. Viola, Si è laureata in lingue orientali a Torino. Ed è stata a Leeds per l’Erasmus.
Ha viaggiato in Cina e Giappone e adesso si sta specializzando in filosofia cinese a Londra.
Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva appena ventuno.
Il suo primo romanzo Settanta acrilico trenta lana è stato pubblicato da e/o nel 2011, vince il Campiello Opera Prima 2011 e viene inserito nella rosa dei 12 titoli dello Strega, presentato da Serena Dandini e Filippo La Porta

Mi piace riportare nelle mie pagine la recensione che la bravissima Sandra Bardotti ne fa su Wuz
“…Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita “dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante“, Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, – acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell’esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent’anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo – ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.”

Viola Di Grado – Settanta acrilico trenta lana
189 pagg., 16 € – Edizioni E/O 2011 (Dal mondo)
ISBN 978-88-7641-947-8

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Settanta acrilico trenta lana – Viola Di Grado Edizioni E/O

Angie: – Quanto conta una buona alimentazione per il tuo lavoro?
Viola: – Abbastanza, ma in negativo: la soddisfazione spesso nuoce alla creatività.

Angie: – Hai mai pensato, quando scrivi, di ispirarti alla cucina ed alla gastronomia?
Sì: ho scritto un racconto in cui una “fonduta alla mongola” era la metafora di una relazione in crisi. Ma anche in “Settanta acrilico trenta lana” il tema dell’ingerire (ma soprattutto poi rigettare) è molto presente: Camelia soffre di “anoressia verbale”, vomita ogni parola che pronuncia. In una scena molto importante, poi, una teglia di lasagne risulta simbolicamente devastante…

Angie: – Cosa significa per te mangiar bene
Viola: – Essere esteticamente soddisfatti dei cibi.

Angie: – Le tue esperienze lavorative?
Viola: – A parte scrivere? Ho tenuto un laboratorio di filosofia cinese e giapponese all’università.

Angie: – Hai un ristorante o un locale dove preferisci andare a mangiare?
Viola: -No, mi piace cambiare.

Angie: – Sei mai stata a dieta?
Viola: -Sì. Digiunare mi diverte.

Angie: – Meglio carne o pesce?

Viola: -Carne.

Takara Plum Wine – Vino alle prugne giapponese

Angie: – Se fossi un dolce, quale saresti?
Viola: -Una torta al limone ripiena di cianuro.

Angie: – Vino?
Viola: -Vino alla prugna giapponese con acqua calda.

Angie: – Il tuo punto debole
Viola: -Il punto e virgola, o forse il punto croce.

Angie: – Nel tuo frigo che cosa non manca mai, e nella dispensa?
Viola: -Succo di mango, zenzero sottaceto, mirtilli americani.

Angie: – Qual è il piatto che ti piace cucinare di più in assoluto?
Viola: -Le cose già cucinate, così non rischio di fare creazioni mostruose o far suonare l’allarme antincendio, entrambi fatti molto frequenti.

Angie: – E quello che ti piace mangiare?
Viola: -Ho una morbosa attrazione estetica per i cibi estremamente sani e insapori, come il tofu e i mochi, o gli udon alle erbe di montagna che mangiavo sui monti giapponesi. Come per tutto il resto amo gli estremi: o il sanissimo o il pollo fritto dei fast food inglesi.

Angie: – Come ti definiresti a tavola?
Viola: -Adattabile.

Angie: – Di cosa sei più golosa? e cosa proprio non ti piace?
Viola: -Amo il gelato alla viola, a rischio di suonare auto-cannibalesca, e odio il risotto ai funghi.

Zenzero

Angie: – La cucina e’ fatta anche di profumi, essenze, odori, ne hai uno preferito?
Viola: -zenzero

Angie: – Non puoi vivere senza…
Viola: -Mangiare? Pare che si muoia…

Angie: – Che cosa secondo te conta nel sedurre una donna? Una buona cena, o anche il saper cucinare
Viola: -Provocarle un’indigestione!

Angie: – Una tua ricetta per i miei lettori
Viola: -Semplice avocado mangiato col cucchiaino. Non è una ricetta però.

Angie: – L’ultimo libro che hai letto?
Viola: –“Taoist meditation and longevity techniques”

Angie: – Hobby?
Viola: -Fotografare, fare collages…

Angie: – Qual è il tuo sogno più grande?
Viola: -Quello che già si sta realizzando.

Angie: – Cosa ti dicono più spesso?
Viola: -Che sono un’aliena.

Angie: – Ti fidanzeresti con uno chef ?
Viola: -Sarebbe perfetto, visto che cucino da schifo.

Angie: – Un piatto della tua infanzia
Viola: -Lo zucchero di canna in bustina lanciato dalla finestra da una vicina gentile.

Angie: – Dopo la cucina italiana, c’e’ ne qualcuna internazionale che preferisci? Se si’, quale?
Viola: -Giapponese.

Angie: – Come definiresti il tuo carattere, da un punto di vista prettamente gastronomico?
Viola: -Un carattere wasabi con aspetti al pompelmo e una nota di meringa.

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Intervista Gastronomica a Giorgio Nisini

Giorgio Nisini foto tratta dal suo sito personale

Giorgio Nisini, scrittore e saggista, nasce a Viterbo nel 1974.
Laureato in Lettere presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza“, ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi di storia letteraria e linguistica italiana con una tesi dedicata all’opera di Pier Paolo Pasolini.
Dal 2006 è docente a contratto in Sociologia della letteratura presso la Facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza.
È autore dei romanzi La demolizione del Mammut (Perrone, 2008 – Premio Corrado Alvaro Opera Prima) e La città di Adamo (Fazi, 2011).
“La città di Adamo” ‘viene candidato al Premio Strega.
L’autore si racconta in una intervista rilasciata ad Affaritaliani.it dove dichiara: “La camorra m’interessava solo in quanto possibile rappresentazione del male. I veri temi del romanzo sono quelli del dubbio, della questione morale, della complessità di stabilire una verità incontrovertibile su un determinato fatto. Come si fa a condannare in maniera assoluta un individuo, mi sono chiesto, soprattutto se questo individuo è tuo padre?”.

In questa pagina l’intervista di Giorgio nella trasmissione Fahrenheit su Radio 3

Angie: – Quanto conta una buona alimentazione per il tuo lavoro?
Giorgio: – Molto. L’alimentazione è fondamentale per il proprio equilibrio psico-fisico, e se sono in equilibrio lavoro (e vivo) meglio.

Angie: – Hai mai pensato, quando scrivi, di ispirarti alla cucina ed alla gastronomia?
Giorgio: – Per un romanziere tutto è fonte di ispirazione, dunque anche la cucina, e cioè odori, colori, sapori.

Angie: – Cosa significa per te mangiar bene
Giorgio: – Stare bene con se stessi

Angie: – Le tue esperienze lavorative?
Giorgio: – Sono soprattutto esperienze di scrittura

Angie: – Hai un ristorante o un locale dove preferisci andare a mangiare? Se sì, dove?
Giorgio: – Due locali in riva al mare, nelle Marche. Per il resto mi piace sperimentare.

Tiramisù

Angie: – Sei mai stato a dieta?

Giorgio: – No

Angie: – Meglio carne o pesce?
Giorgio: – Pesce

Angie: – Se fossi un dolce, quale saresti?
Giorgio: – Tiramisù

Angie: – Vino?
Giorgio: – Bianco d’estate, rosso d’inverno

Angie: – Il tuo punto debole
Giorgio: – Tanti, troppi. Non però la golosità

Angie: – Nel tuo frigo che cosa non manca mai, e nella dispensa?
Giorgio: – Nel frigo il latte, nella dispensa un pacco di pasta

Angie: – Qual è il piatto che ti piace cucinare di più in assoluto?
Giorgio: – La pizza. Vuol dire che ci sono amici per una cena informale. Mi mette allegria.

Angie: – E quello che ti piace mangiare?
Giorgio: – La pasta in tutte le sue forme

Angie: – Come ti definiresti a tavola?
Giorgio: – Tradizionalista e sperimentatore, nel senso che amo i piatti semplici, ma mi piace esplorare ogni tipo di cucina.

Angie: – Di cosa sei più goloso? e cosa proprio non ti piace?
Giorgio: – L’ho già detto, pasta. Ciò che non mi piace non è un piatto specifico, ma un piatto cucinato male.

Angie: – La cucina e’ fatta anche di profumi, essenze, odori, ne hai uno preferito?
Giorgio: – Pomodoro

Angie: – Non puoi vivere senza…
Giorgio: – Quel piccolo pezzetto di dolce dopo ogni pasto

Angie: – Che cosa secondo te conta nel sedurre una donna? Una buona cena, o anche il saper cucinare.
Giorgio: – Il saper cucinare una buona cena

Angie: – Una tua ricetta per i miei lettori
Giorgio: – Ci sono troppi cuochi in italia, a ciascuno il proprio mestiere

Angie: – L’ultimo libro che hai letto?
Giorgio: – Josè Saramago, Tutti i nomi

Angie: – Il pezzo musicale che ti mette in moto i succhi gastrici…
Giorgio: – Per me la musica conta più in fase di digestione

Angie: – Hobby?
Giorgio: – Se avessi tempo, sport e cinema

Angie: – Qual è il tuo sogno più grande?
Giorgio: – Continuare a fare sempre ciò che faccio ora

Angie: – Cosa ti dicono più spesso?

Salame di cioccolata

Giorgio: – Non ho mai fatto questa statistica, provvederò

Angie: – Ti fidanzeresti con una cuoca?
Non credo che mia moglie sarebbe d’accordo

Angie: – Un piatto della tua infanzia
Giorgio: – Il meraviglioso salame di cioccolata che faceva mia madre

Angie: – Oggi si parla di federalismo. Secondo te, esiste anche in cucina?
Giorgio: – L’italia gastronomica, come l’Italia linguistica e culturale, è un paese multiforme. E’ bello trovare cucine diverse in ogni luogo e in ogni paese.

Angie: – Quale piatto eleggeresti come simbolo dei 150 anni dell’Unità d’Italia?
Giorgio: – Gli spaghetti pomodoro e basilico

Angie: – Dopo la cucina italia, c’e’ ne qualcuna internazionale che preferisci? Se si’, quale?
Giorgio: – L’orientale

Angie: – Come definiresti il tuo carattere, da un punto di vista prettamente gastronomico?
Giorgio: – Aromatico

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Intervista Gastronomica ad Alberto Tristano

Alberto Tristano

Alberto Tristano nacque dopo le Olimpiadi di Roma ma prima che l’uomo mettesse piede sulla luna. Dopo due decenni di serietà e duro impegno per realizzarsi come uomo e come professionista, può ora cavalcare in piacevole tranquillità l’onda dell’ ironia. Essendo troppo rotondetto per fare il Cubista, decide di scrivere e usa la penna per corto racconti che definire corbellerie è un ardito eufemismo. Tuttavia consegue soddisfacenti reiterati piazzamenti in concorsi letterati seri.
(Quelli nei quali non riceve menzione, a suo avviso, sono concorsi letterari poco seri). Usa uno stile colto e raffinato impreziosito da un lessico evoluto: tale scelta per differenziarsi dagli idraulici dei quali, tuttavia, invidia il proverbiale sex appeal.
Siccome avevo i capelli rossi i compagni di scuola mi avevano ribattezzato lo ChefRoscio giocando sulla offensiva assonanza fonetica. In realtà invidiosa dei miei successi con il gentil sesso.
Alberto, cura il suo blog: http://arditoeufemismo.splinder.com/

Angie: – Quanto conta una buona alimentazione per il tuo lavoro?
Alberto: – Per prima cosa bisogna discernere il “buono” da il “sano”. Se per buono si intende sano direi che paradossalmente la buona cucina è antitetica al mio lavoro di aspirante manager. Se i vertici ti vedono in forma fisica pensano che tu sia un narciso e non un nerd sempre intento a pensare a strategie aziendali senza badare ai maniglioni dell’amore e al collo taurino che ti costringe dentro una Oxford collofit 18. I padroni si sa, hanno tempo per lo yackt e le nuotate, le aragoste e la bottarga. Noi funzionari al massimo possiamo ambire al panino con tonno e pomodoro.

Angie: – Hai mai pensato, quando scrivi, di ispirarti alla cucina ed alla gastronomia?
Alberto: – I disturbi alimentari, affrontati in maniera ironica, sono il mio cavallo di battaglia. Ne “La goffaggine delle radici quadrate” parodia de “La solitudine dei numeri primi”, i miei due disadattati sono obesi colitici. E lei muore per overdose di soppressata.

Angie: – Cosa significa per te  mangiar bene
Alberto: – Mangiare piatti, anche molto semplici, dagli ingredienti però selezionati e genuini.

Angie: – Le tue esperienze lavorative?
Alberto: – Sono un “quadro” direttivo di una società di factoring. Nel mio periodo grasso mi sono evoluto da quadro in  “trompe l’œil”

Angie: – Hai un ristorante o un locale dove preferisci andare a mangiare?
Alberto: – Si, a Roma in via Margutta, da Babette. Bello il locale, ottima la cucina

Angie: – Sei mai stato a dieta?
Alberto: – Io sono la dieta. Scarsdale ha copiato da me. La dottoressa Tirone (una cicciona che spacciava pasticche) l’ho inventata io. Ho detenuto per anni il pacchetto di maggioranza della Weight Watchers. Ho provato quella a punti, la dissociata, la conta calorie, la smuovi metabolismo, il palloncino, il bendaggio gastrico, la digiuno terapia con le flebo, il sondino. Al momento però quella che adoro di più è una dieta to

Bistecche alla griglia

talmente proteica con massicce assunzioni di fendimetrazina tartrata che si possono ottenere solo con un indice di massa corporea che supera i 30 e accompagnato dal medico in farmacia.

Angie: – Meglio carne o pesce?
Alberto: – Ahimè carne. Almeno una volta a settimana, pena crisi di astinenza, devo andare da Steack House o da Wild West o da Crazy Bull per spararmi dei tagli da 800 grammi su pietra ollare.

Angie: – Se fossi un dolce, quale saresti?
Alberto: – Questa è la tua domanda più difficile.  Io sono un potenziale diabetico e amo i dolci al di sopra di qualsiasi altra cosa. Se mi chiedessero preferiresti una bomba alla crema o un orgasmo, tentennerei un attimo ma poi sceglierei la prima. Se fossi un dolce sarei un “tiramisù”

Angie: – Vino?
Alberto: – Originariamente mi piacevano i bianchi freschi e frizzantini. Chardonnay, roba così. Poi il sommelier mi spiegò che quelli non si possono neppure definire vini. Quindi per fare il figo provai i rossi e devo dire che ora amo molto il Nero d’Avola o i corposi toscani.

Angie: – Il tuo punto debole
Alberto: – Come ti ho detto i dolci. La prima volta che i miei genitori mi lasciarono da solo a Roma, scesi in pasticceria e pranzai con  uno “zuccotto” per otto persone.

Angie: – Nel tuo frigo che cosa non manca mai, e nella dispensa?
Alberto: – Latte e capperi sotto aceto

Angie: – Qual è il piatto che ti piace cucinare di più in assoluto?
Alberto: – Uno ne so fare. Me lo insegnò un collega bastardo che voleva farmi le scarpe quando ancora eravamo amici. Trattasi della “Pasta Gialla”. Pennette rigate in un condimento fatto di soffrittino di cipolla, tonno, panna, peperoncino e zafferano.

Angie: – E quello che ti piace mangiare?

"mparrettati" calabresi

Alberto: – Gli ‘mparettati di mia suocera calabrese. Pasta lavorata a mano con fili di saggina, con sugo di pomodoro e poco peperoncino fresco.

Angie: – Come ti definiresti a tavola?
Alberto: – Dipende quale delle mie personalità dissociate incarno. Posso essere il bulimico che si ingozza di wurstel crudi, il vegetariano che si ciba di insalata e un frutto. Il buongustaio che ama la buona cucina tradizionale.

Angie: – Di cosa sei più goloso? e cosa proprio non ti piace?
Alberto – Zuccheri e Grassi. Detesto oltre ogni ragionevole dubbio la cicoria. Secondo me puzza di pipì.

Angie: – La cucina e’ fatta anche di profumi, essenze, odori, ne hai uno preferito?
Alberto: – L’olfatto, la vista e il gusto sono sensi che trovano gratificazione nel cibo. Mi piace quando Vissani, con fare feticista, porta i prodotti alimentari al naso per inalarne l’essenza. Io in genere lo faccio col prosciutto crudo.

Angie: – Non puoi vivere senza…
Alberto: – Il pranzo e la cena, sempre e comunque.

Angie: – Che cosa secondo te conta nel sedurre una donna? Una buona cena, o anche il saper cucinare:
Alberto: – Dipende dalla donna. Certo saper cucinare è un valore aggiunto che ti fa guadagnare un miliardo di punti da non bruciare facendoti poi sorprendere con i calzini corti bianchi.

Angie: – Una tua ricetta per i miei lettori:
Alberto: – Versare del latte fresco in un bicchiere della coca cola omaggio di mac  donald’s. Porlo nel microonde a 800 w per un 50 secondi. Aggiungere Nescafè miscela classica, dietor qb, e frullare il tutto con il frollino per cappuccini di Ikea (Stieg 2,50 euro)

Angie: – L’ultimo libro che hai letto?
Alberto: – Leggo di preferenza autori italiani. L’ultimo degno di nota è Profezia di Sandro Veronesi.
In tema culinario mi è piaciuto questo passo del libro di Fabio Volo, Il tempo che vorrei.
Parla dei genitori “La spesa la fanno al discount dove tutto costa poco, il formaggio sembra di plastica e le mozzarelle palline di gomma…qualche volta porto ai miei qualcosa di speciale ma dopo aver spiegato loro la particolarità di quel formaggio, loro subito dicono “non starlo ad aprire per noi. Portalo a casa e mangialo tu. Tu sai che non le capiamo nemmeno queste cose.” E’ vero non sentono la differenza. O magari la sentono ma preferiscono ciò che mangiano di solito perché  amano l’abitudine anche nei sapori. Un gusto nuovo li agita. Non riescono a capire se gli piace o no” Molto vera questa non cultura e curiosità del cibo.

Angie: – Il pezzo musicale che ti mette in moto i succhi gastrici…
Alberto – E’ degli Articolo 31 si chiama Ohi Maria. E’ una gustosa metafora a favore delle droghe leggere. Sia ben chiaro. Io sono contrarissimo all’uso della marijuana. Non ho mai fumato una sigaretta figuriamoci una canna, ma quando sento questo pezzo mi viene sempre un certo appetito: “Maria Maria. Dalla mattina fino a sera, siamo stati insieme e stavo troppo bene, sebbene…m’era venuta una fame immane, da pescecane, mi sono fatto otto panini col salame, ed un tegame di pasta al pesto…del resto…dopo mangiato Maria si bacia con più gusto”

Angie: – Hobby?
Alberto: – Scrivere. A volte vivere.

Angie: – Qual è il tuo sogno più grande?
Alberto: – Un mondo dove la qualità della vita sia a misura d’uomo. Il ritorno della lira. Una sanità pubblica, una scuola pubblica, l’economia al servizio dell’essere umano e non viceversa. “Un mondo dove non si muoia di fame solo perché qualcuno si è servito doppio.” (cit. da una canzone della Pina)

Angie: – Cosa ti dicono più spesso?
Alberto: – Non si capisce mai quando scherzi e quando dici la verità.

Angie: – Ti fidanzeresti con una cuoca?
Alberto: – Si, solo se obesa però, adoro le BBW. In alternativa una figlia unica di farmacisti. Per una mera questione economica.

Angie: – Un piatto della tua infanzia
Alberto: – Patate. Mangiavo solo quello. Mia madre, da brava romana, mi dava della “bocca di fresca (eufemismo per non scadere nel volgare)” Mi dev’essere rimasto il dubbio perché come colluttorio anziché il tantum verde uso quello rosa. Ma non sono l’unico, ho notato nella pubblicità della lavanda vaginale compare la scritta NON BERE!

Angie: – Oggi si parla di federalismo. Secondo te, esiste anche in cucina?
Alberto: – Io e la mia dolce “un quarto” diciamo sempre: “Ovunque vai, in Italia, se magna da Dio!”

Angie: – Quale piatto eleggeresti come simbolo dei 150 anni dell’Unità d’Italia?
Alberto: – Pizza alla Norma, con salame di Felino, radicchio trevigiano, du carciofoli romaneschi.  Il tutto accompagnato con un’insalata di rinforzo.

Angie: – Dopo la cucina Italia, c’e’ ne qualcuna internazionale che preferisci? Se si’, quale?
Alberto: – Ultimamente ho provato l’Eritrea. Mi schifavo ma era buonissima.

Angie: – Come definiresti il tuo carattere, da un punto di vista prettamente gastronomico?
Alberto: – Piccante come il peperoncino, dolce come la panna, profumato come la cannella, rude e fragile  come il carasau.

E dopo quest’ultima dichiarazione di Alberto, c’e’ il mio Wuao, è un uomo da sposare, peccato che in Italia la bigamia sia un reato 🙂 Ma come non si può apprezzare un uomo cosi’ ironico e che, per di più ama le bbw? 🙂

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Intervista Gastronomica a Davide Morganti

Davide Morganti

Davide Morganti, napoletano, classe ’65, ha pubblicato Prove tecniche d’apocalisse (Marotta, 1999), “Screazione” (ne I disertori, Einaudi, 2000), Cedolario dei fuochi di Amerigo Vargas (Graus, 2004), Da grande voglio essere di polistirolo (Graus, 2005), Monna chisciotte (La Compagnia dei Trovatori, 2005) e Moremò (Avagliano, 2006). Nel 2002 ha realizzato un documentario per Radio Tré.  Collabora con «II Mattino» di Napoli.

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