Viola Di Grado

Figlia di Antonio Di Grado, italianista e uno dei massimi studiosi di Sciascia e De Roberto, e di Elvira Seminara, scrittrice. Viola, Si è laureata in lingue orientali a Torino. Ed è stata a Leeds per l’Erasmus.
Ha viaggiato in Cina e Giappone e adesso si sta specializzando in filosofia cinese a Londra.
Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva appena ventuno.
Il suo primo romanzo Settanta acrilico trenta lana è stato pubblicato da e/o nel 2011, vince il Campiello Opera Prima 2011 e viene inserito nella rosa dei 12 titoli dello Strega, presentato da Serena Dandini e Filippo La Porta

Mi piace riportare nelle mie pagine la recensione che la bravissima Sandra Bardotti ne fa su Wuz
“…Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita “dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante“, Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, – acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell’esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent’anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo – ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.”

Viola Di Grado – Settanta acrilico trenta lana
189 pagg., 16 € – Edizioni E/O 2011 (Dal mondo)
ISBN 978-88-7641-947-8

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Settanta acrilico trenta lana – Viola Di Grado Edizioni E/O

Angie: – Quanto conta una buona alimentazione per il tuo lavoro?
Viola: – Abbastanza, ma in negativo: la soddisfazione spesso nuoce alla creatività.

Angie: – Hai mai pensato, quando scrivi, di ispirarti alla cucina ed alla gastronomia?
Sì: ho scritto un racconto in cui una “fonduta alla mongola” era la metafora di una relazione in crisi. Ma anche in “Settanta acrilico trenta lana” il tema dell’ingerire (ma soprattutto poi rigettare) è molto presente: Camelia soffre di “anoressia verbale”, vomita ogni parola che pronuncia. In una scena molto importante, poi, una teglia di lasagne risulta simbolicamente devastante…

Angie: – Cosa significa per te mangiar bene
Viola: – Essere esteticamente soddisfatti dei cibi.

Angie: – Le tue esperienze lavorative?
Viola: – A parte scrivere? Ho tenuto un laboratorio di filosofia cinese e giapponese all’università.

Angie: – Hai un ristorante o un locale dove preferisci andare a mangiare?
Viola: -No, mi piace cambiare.

Angie: – Sei mai stata a dieta?
Viola: -Sì. Digiunare mi diverte.

Angie: – Meglio carne o pesce?

Viola: -Carne.

Takara Plum Wine – Vino alle prugne giapponese

Angie: – Se fossi un dolce, quale saresti?
Viola: -Una torta al limone ripiena di cianuro.

Angie: – Vino?
Viola: -Vino alla prugna giapponese con acqua calda.

Angie: – Il tuo punto debole
Viola: -Il punto e virgola, o forse il punto croce.

Angie: – Nel tuo frigo che cosa non manca mai, e nella dispensa?
Viola: -Succo di mango, zenzero sottaceto, mirtilli americani.

Angie: – Qual è il piatto che ti piace cucinare di più in assoluto?
Viola: -Le cose già cucinate, così non rischio di fare creazioni mostruose o far suonare l’allarme antincendio, entrambi fatti molto frequenti.

Angie: – E quello che ti piace mangiare?
Viola: -Ho una morbosa attrazione estetica per i cibi estremamente sani e insapori, come il tofu e i mochi, o gli udon alle erbe di montagna che mangiavo sui monti giapponesi. Come per tutto il resto amo gli estremi: o il sanissimo o il pollo fritto dei fast food inglesi.

Angie: – Come ti definiresti a tavola?
Viola: -Adattabile.

Angie: – Di cosa sei più golosa? e cosa proprio non ti piace?
Viola: -Amo il gelato alla viola, a rischio di suonare auto-cannibalesca, e odio il risotto ai funghi.

Zenzero

Angie: – La cucina e’ fatta anche di profumi, essenze, odori, ne hai uno preferito?
Viola: -zenzero

Angie: – Non puoi vivere senza…
Viola: -Mangiare? Pare che si muoia…

Angie: – Che cosa secondo te conta nel sedurre una donna? Una buona cena, o anche il saper cucinare
Viola: -Provocarle un’indigestione!

Angie: – Una tua ricetta per i miei lettori
Viola: -Semplice avocado mangiato col cucchiaino. Non è una ricetta però.

Angie: – L’ultimo libro che hai letto?
Viola: –“Taoist meditation and longevity techniques”

Angie: – Hobby?
Viola: -Fotografare, fare collages…

Angie: – Qual è il tuo sogno più grande?
Viola: -Quello che già si sta realizzando.

Angie: – Cosa ti dicono più spesso?
Viola: -Che sono un’aliena.

Angie: – Ti fidanzeresti con uno chef ?
Viola: -Sarebbe perfetto, visto che cucino da schifo.

Angie: – Un piatto della tua infanzia
Viola: -Lo zucchero di canna in bustina lanciato dalla finestra da una vicina gentile.

Angie: – Dopo la cucina italiana, c’e’ ne qualcuna internazionale che preferisci? Se si’, quale?
Viola: -Giapponese.

Angie: – Come definiresti il tuo carattere, da un punto di vista prettamente gastronomico?
Viola: -Un carattere wasabi con aspetti al pompelmo e una nota di meringa.

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