La Notte delle Zeppole

La notte delle zeppole

Notturno napoletano

Tanto tanto tempo fa, quando c’era ancora il festival di Napoli ma i giovani ascoltavano i Bee Gees, in una stranota pasticceria cittadina, che comincia per C e finisce per h, si teneva, intorno al 16 marzo, un evento annuale. Non solo cuochi, pasticcieri, aiutanti di cucina e sguatteri erano chiamati a raccolta, ma anche tutto il personale impiegatizio e dirigenziale, compresa Matilde, la vecchia grassissima ragioniera.

Tutti gli abili e gl’inabili erano precettati alla bisogna.

Armando il direttore,  se la cominciava a sognare dalla fine di febbraio, quella notte in pasticceria, i suoi familiari lo sapevano, e la moglie Livia non si preoccupava quando qualche giorno prima della fatidica data lo vedeva con sguardo sognante, come preso da un languido pensiero erotico. E la notte fatidica, finalmente, venne.

Ingredienti per le zeppole

Le impastatrici andavano a tutta, sui marmi bianchi montagnole di farina pesata e cartoni di uova da 50, nell’aria un odore soave di zucchero e amarene.
Tre pentoloni di crema gialla erano amorevolmente governati e accuditi da gruppi di giovani aiutanti. Altri lavoranti, muniti di sac à poche, distribuivano artisticamente la pasta sulla carta oleata.

Armando dette il via: la prima zeppola scivolò nell’olio, seguita da innumerevoli compagne, le altre (quelle per i malati di fegato) furono infilate nei forni caldi ordinate in file precisissime come battaglioni di fanteria.
Un sottile fumo fragrante si levava dai pentoloni, le zeppole d’oro venivano ripescate con amorevole grazia ed adagiate su morbida carta. Il profumo in cucina era ormai sublime. Tutti i partecipanti alla dolce maratona, per quanto fossero del mestiere, erano in piena scialorrea: acquolina come se piovesse.

Amarene

Fu allora che Armando, Enri il figlio del padrone, Silvio con una “buatta” di amarene sotto braccio, Luciano e altri tre, si allontanarono alla chetichella, tutti nel laboratorio più lontano dalla cucina grande, quello dove c’erano i barili delle giulebbe, oltre alle paste appena fritte, ancora calde. Bisognava provarle…era un loro preciso dovere professionale.

L’abbuffata doveva iniziare, era già mezzanotte e un quarto.

Erri, Silvio, Luciano e Aniello il garzone si accomodarono ad un tavolino quadrato, dal cassettino del quale estrassero due mazzi di carte francesi unti e bisunti; una dote di nove paste ciascuno, ed ebbe inizio lo zeppolapoker.

In un cantuccio invece Armando e Enzino si apprestavano al loro turpe rito, un coltelluccio, una tasca da pasticciere e un cucchiaio i loro strumenti operativi.

“Abbiamo cominciato!” si sentì urlare Silvio dal tavolo “Ma comm’ se po ffà, chist’ a seconda mano gli esce già un tris di donne… e che sangue di giuda!! Aggio pers’e primme tre zeppole!”

Armando si apprestava a spremere la crema sul bignè fritto quando Enzino disse:

“No direttò, mò vi faccio vedere una cosa che mi sono imparato, voi dovete pigliare due zeppole, una la scavate un poco, cioè ci levate il cappello e la imbottonate piena piena di crema, sull’altra una bella cucchiarata di amarene e poi le schiaffate una in faccia all’altra e ve le mangiate come un panino, come uno sfilatino co’ purpette e melenzane.”

Erri ogni quarto d’ora si alzava dal tavolo da gioco e con il capo torto verso il rubinettino della giulebba del babà, ciucciava voluttuosamente quell’ ambrosia di rum e zucchero.

Il consiglio di Enzino era stato una rivelazione, Armando addentò delicatamente la super zeppola e un rivolo di crema tiepida gli rigò il pizzetto, per colare poi artisticamente sul bavero del fresco di lana grigio. Enzino era alla terza gemella siamese e la giacca bianca da cuoco era una tavolozza di macchie indelebili.

zucchero a velo

Silvio, che aveva la fissazione dello zucchero a velo, agitava sulla sua dote il brarattolo bucherellato che lo conteneva come un turibolo nelle mani di un prete pazzo.

Si erano fatte le quattro meno un quarto. Erri, mentre mischiavano le carte, si era steso completamente sul bancone, sotto il rubinettino, che apriva e chiudeva ad intervalli di dieci secondi, in attesa della smazzata.

“DOPPIAZETA la voglio chiamare, come una macchina da corsa, bravo Enzì, mi è piaciuta questa tua invenzione.” Disse Armando alla sua undicesima (che poi era la ventiduesima) incurante delle due amarene magnificamente incastonate sulla regimental dono di mammà.

“Grazie direttore bello.” Non aveva finito di trangugiare la diciannovesima doppia, Enzino, quando cadde prima in ginocchio e poi a faccia in giù, senza cacciare nemmeno un fiato.

Armando lo girò atterrito e cominciò ad urlare: “Un’ambulanza, presto, chiamiamo un’ambulanza”

Zeppole di san Giuseppe

I medici del 118 si trovarono davanti ad uno spettacolo grottesco: Erri ubriaco sotto il rubinetto gocciolante, lungo disteso mormorava ossessivamente “gutta cavat lapidem”, Silvio con tracce evidentissime di polvere bianca sopra e sotto il naso, Luciano addormentato con quattro zeppole in grembo, bottino residuo della serata e Armando in lacrime accanto all’amico ormai morto sembrava un bambino, impiastricciato com’era.

Da allora, e sono passati più di vent’anni, la signora Livia talvolta sente di notte il marito mormorare frasi sconnesse: “doppiazzeta… gutta cavat lapidem…la dovete imbottonare piena piena…doppia coppia…una bella cucchiarata…” Allora con garbo lo sveglia e lo rassicura “ È passata Armà, la notte delle zeppole è passata.”

Si farà ancora la notte delle zeppole? È probabile di si:  se ne consumano a migliaia il giorno di San Giuseppe.
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Floriana Tursi è nata – un attimo prima che si suicidasse Hemingway – a Napoli, (lei, Hemingway si sparò da un’altra parte) da nobile famiglia (?).
Le sue scritte a spray, sui muri del suo liceo (Pontano) le procurarono un calcio nel sedere dai gesuiti (il famoso imprinting dei gesuiti) e la candidatura al premio Strega.

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Laureata in storia dell’arte aveva imboccato una strada seria, come ricercatrice di storia delle miniature e delle arti minori.
Pubblica il suo primo libro nell’anno 1989; pubblica il suo ultimo libro nel 1989“Le miniature di Silvestro dei Gherarducci e la cultura degli Scriptoria”, il libro le frutta: la lode; il bacio accademico (ma quel giorno ne approfittarono un po’ tutti, non si distinse chi fosse accademico e chi no), e una cena con un editore, finita con l’ambulanza che portava via il malcapitato dopo la frase :”Dai, la bozza del libro la leggiamo in camera da letto!”
Successivamente diventa vicepresidente di una esclusivissima scuola di equitazione (il presidente era un cavallo, ma lo stalliere no).
Infine pensa di voler fare la Castellana e lavora in uno splendido palazzo ducale, organizzando feste per il jet set cittadino e internazionale.
La sua biografia entra nelle schede della questura dopo aver frequentato il corso di scrittura umoristica “Achille Campanile”.
Dopo aver pubblicato “Le caccole di Claire”, il dramma di una madre costretta a scrostare palline di muco cementizio dalle spalliere di un letto, pubblica un racconto umoristico dal titolo “Tamarrus Balnearis, una specie in evoluzione”su “il Roma” il più antico giornale cittadino. È ancora viva.
Anche lei e tra gli scrittori che han contribuitoalla realizzazione dell ’antologia “Se mi lasci non male” di Kairòs Editore.
Nel 2010 esce il volume edito dalla Boopen “Tamarreide, un tamarro è per sempre”

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