Tradizionalmente il carnevale è il periodo che precede la Quaresima ed è festeggiato in tutto il mondo con feste mascherate, sfilate di carri allegorici, danze.

Costume del Carnevale di Venezia - Foto Gianni Coppola

Costume del Carnevale di Venezia – Foto Gianni Coppola

La conclusione è il martedì grasso, che precede il mercoledì delle ceneri, e primo giorno di Quaresima. Le origini del nome sono con molta probabilità derivanti dal latino medievale carne levare, cioè “togliere la carne” dalla dieta quotidiana, in osservanza del divieto nella religione cattolica di mangiare la carne durante i quaranta giorni della Quaresima. L’inizio del Carnevale varia da paese a paese, ma generalmente viene festeggiato nelle due settimane che precedono le ceneri. Il Carnevale ha un’origine molto lontana, probabilmente nelle feste religiose pagane, in cui si faceva uso delle maschere per allontanare gli spiriti maligni. Con l’avvento del cristianesimo questi riti persero il carattere magico e rituale e rimasero semplicemente delle forme di divertimento popolare. Durante il Medioevo e il Rinascimento i festeggiamenti in occasione del Carnevale furono introdotti anche nelle corti europee ed assunsero forme più raffinate, legate anche al teatro, alla danza e alla musica. Domenico Scarfoglio ne  Il Carnevale NapoletanoStoria, maschere e rituali dal XVI al XIX secolo © Napoli Tascabile – Tascabili Economici Newton, racconta: “Su di un carrettino a quattro ruote molto piccole, dipinto e infiorato di fraschefoglie di cavolo e fiori di broccolo, «addobbato con veli neri, salsicce mortadelle e lampioncini accesi», e tirato a mano o da un asinello, veniva trasportato un uomo, a volte sostituito da un fantoccio, che voleva rappresentare Carnevale morente (a volte era trasportato accomodato su di una sedia). Carnevale ha un corpo immenso, con una pancia enorme imbottita di paglia, e «due gambe ciondoloni e grosse come due sanguinacci»; ha un viso rotondo di fanciullo, sporco di polvere e di carbone, in cui paiono dipinte, agli occhi della gente, «da una parte la sporcizia, la indigestione e la deboscia, e dall’altra la pace, il riso e l’allegria»

Il Trionfo del Carnevale in una antica stampa

Il Trionfo del Carnevale in una antica stampa

(Torelli 1840p. 388); in testa ha la tuba spelata o il classico copricapo pulcinellesco con fiocco. Tiene la pipa di creta in bocca e le mani in croce, che stringono un mazzo di rape; Il rito riproduce parodisticamente gli elementi del funerale, compreso il lamento funebre delle prefiche: ai due lati del corteo la gente «va urlando, tumultuosamente, una nenia sconsolata di parolacce e oscenità che ha il piagnucoloso ritornello: “Si sapeva ca tu morivi…” e un’esclamazione singhiozzata: “Ahi, gioia mia!”» (Boutet 1901, pp. 81), oppure: «”Comme si’ muorto, gioia mia! gioia, mo moro!”. Il canto riferiva, tra l’altro, i risultati del consulto medico fatto nei più importanti quartieri popolari di Napoli e augurava il ritomo di Carnevale negli anni avvenire: “Ha ditto u miedeco de lu Mercato / Che Carnevale sta malato. // E gioia! // Ha ditto u miedeco de lu Pennino / Che Carnevale sta ma lato dint’i stentine. // E gioia! // Ha ditto u miedeco de vascio Puorto / Che Carnevale sta malato n’cuorpo. // E gioia! // E comme l’avite vista st’anno / Lu puzzate b’bedè a ca’a cient’anno”» (Anonimo 1882). Un’altra antica tradizione era quella della maschera di Pulcinella a cavallo a la Vecchia de Carnevale, indicata spesso, più semplicemente, a Napoli e in tutta la Campania, come la Vecchia ‘o Carnevale…

La Vecchia del Carnevale foto di Fiore Barbato

La Vecchia del Carnevale foto di Fiore Barbato

…è una maschera doppia, nel senso che il medesimo interprete rappresenta Pulcinella e al tempo stesso la donna anziana che lo porta sulle spalle; e lo fa sovrapponendo all’abito bianco una gonna lunga e innestando la testa e la parte superiore del busto di una donna anziana (fatte di paglia o stoppa insaccate) all’altezza dello stomaco, con braccia anch’esse false che mostrano di reggere le gambe spalancate, pure di paglia o stoppa, di Pulcinella, che si trova così a inforcare la nuca della Vecchia. È antica convinzione che la Vecchia col Pulcinella fosse una maschera esclusivamente napoletana, mentre maschere doppie dello stesso tipo abbiamo riscontrato in alcuni carnevali europei (Scafoglio 1992, p.901).La specificità della maschera napoletana sembra rappresentata dalla figura di Pulcinella, che è sempre gobbo (quindi, del tipo più tradizionale e popolare) e tiene costantemente le braccia aperte, essendo impegnato a

ballare e suonare le nacchere (“castagnelle”).Il tratto più vistoso della Vecchia e’ il contrasto tra il viso grinzoso e deforme e il corpo giovanile e procace, ma questo particolare si è perso nelle mascherate campane contemporanee.

La vecchia di Carnevale - Scultura del maestro Nicola Manzò

La vecchia di Carnevale – Scultura del maestro Nicola Manzò

Tradizionalmente la maschera doppia era accompagnata nelle sue uscite da una orchestrina di Pulcinella (di solito quattro) con la maschera alzata che suonavano il “putipù”, il “triccabballacco”, le “castagnelle” e la “canna”. Altre volte la maschera era accompagnata da semplici suonatori di zufolo,grancassa e tamburello; in tempi più recenti l’orchestrina è scomparsa nei carnevali campani e si è molto ridotta in quello napoletano, in cui era possibile trovare la maschera fino a qualche anno addietro. La parte di Pulcinella sulla Vecchia era tutt’altro che facile. L’interprete doveva rappresentare la vegliarda che, al suono dell’orchestra, si abbandonava alle mosse del ballo e contemporaneamente Pulcinella che la accompagnava suonando le nacchere mentre assecondava il ballo con i movimenti del corpo e delle braccia; alla danza, che era solitamente la tarantella, egli doveva inoltre conferire accentuate connotazioni erotiche: egli ballava infatti spingendo avanti il bacino, facendo fare alla donna una serie di mosse oscene e al tempo stesso, per mezzo del bastone fissato all’altezza delle gambe, che regge la parte posticcia del suo corpo, imprimeva un intenso movimento alle sue braccia, al seno e, soprattutto, alla testa.
La consapevolezza della difficoltà di coordinare questo insieme di movimenti, unitamente alla sua pregnanza simbolica, fecero di Pulcinella sulla Vecchia la maschera preferita dai napoletani.
A cavalcioni della Vecchia il Cetrulo dava schiaffi alla maschera grinzosa, il che provocava l’applauso e le risate della gente; inoltre recitava in tono formule augurali e raccoglieva le offerte, che erano i cibi rituali del buon augurio (raccogliere denaro è un’abitudine recentissima).
La “Zeza” invece, era una scenetta carnevalesca cantata al suono del trombone, che con tutta probabilità ebbe origine nel Seicento, al tempo, cioe’, in cui Pulcinella nei disegni di Callot era associato a Lucrezia, di cui Zeza era appunto il diminutivo

La Zeza di Mercogliao - Foto di Biagio Venezia

La Zeza di Mercogliano – Foto di Biagio Venezia

Da Napoli si diffuse poi, nelle campagne adiacenti e, con caratteri sempre piu’ diversificati, nelle altre regioni del Reame di Napoli.
Almeno fino alla meta’ dell’Ottocento la Zeza si rappresentava nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie, nelle piazze, senza palco, alla luce di torce a vento, ad opera di popolani, attori occasionali o compagnie di quartiere, che si facevano annunciare a suon di tamburo e di fischietto.
Napoli già nel secondo Ottocento assunse i caratteri di uno spettacolo teatrale gestito da compagnie d’infimo ordine in baracconi improvvisati e fu accolta, esclusivamente nel periodo di Carnevalenei teatri frequentati soprattutto dalla plebe, quali il Sebeto, la Stella Cerere, e la bottega di Donna Peppa, dove il pubblico notoriamente interloquiva cogli attori nel corso della rappresentazione “con sfrenatezze di gergo e di gesti”. Questo divertimento cessò agli inizi del nostro secolo: fino ad allora pero’ il testo della Zeza era imparato a memoria da tutti i ceti sociali di Napoli. La sua sparizione dalle strade e dalle piazze era stata determinata anche dai divieti ufficiali: intorno alla meta’ dell’Ottocento infatti essa era stata proibita dalla polizia “per le mordaci allusioni e per i detti troppo licenziosi ed osceni”.

Pulcinella e Lucrezia in una incisione di Callot

Pulcinella e Lucrezia in una incisione di Callot

Il testo della Zeza napoletana ci e’ noto attraverso parecchie trascrizioni

ottocentesche, le quali nella regolarità metrica e nella castigatezza verbale tradiscono i più o meno pesanti interventi dei raccoglitori colti.
Lo stesso adattamento al gusto del tempo e dei ceti civili mostra la trascrizione musicale fatta agli inizi del secolo passato dal Cottrau. La Zeza, come la befanata e il bruscello, di cui costituisce il corrispettivo napoletano e di cui ripete nelle linee fondamentali la struttura, può aver avuto qualche connessione con l’annuncio del fidanzamento e dei riti nuziali propiziatori in occasione del Carnevale; d’altra parte rappresentazioni come queste hanno altresì un legame, come quelli, la funzione di erotizzare l′ambiente grazie alla liberta’ espressiva (verbale e gestuale) eccezionalmente tollerata e, in casi come questi, quasi obbligatoria.

La Zeza rappresenta la storia delle nozze di Don Nicola, studente calabrese, e di Tolla (o Vicenzella), contrastate dal padre della donna, Pulcinella, che teme di essere disonorato ed inconsapevolmente geloso, e sostenute da sua moglie, Zeza, che di ben altro avviso e vuole far divertire la figlia “Co mmilorde, signure o co l’abbate“; Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma punito e piegato da Don Nicola e alla fine si rassegna: “Gnorsi’, songo contiento; / Maie cchiu’ na parola / Non diciarraggio a lo si’ Don Nicola. Ie Non parlo pe cient’anne, / Songo cecato e muto, I Starraggio ‘n casa comm’a no paputo” (Malato).
callot La Zeza dunque riproponeva a livello popolare il conflitto vecchi giovani onnipresente nel teatro colto e semipopolare, con l’esplicita ribellione all’autorita’ paterna e maritale nei suoi aspetti oppressivi e asociali (rappresentata da a, che i tratti spropositati e balordi gia’ altre volte, nella tradizione teatrale, avevano reso adatto al ruolo del marito grottescamente geloso); con la vittoria finale dei giovani e la risoluzione del conflitto col matrimonio si ha la ricomposizione dell’equilibrio familiare a un livello piu’ avanzato.
Ma la Zeza era capace di suscitare emozioni, nello spirito del Carnevale, soprattutto in quanto rappresentazione in chiave grottesca di scene di vita familiare caratterizzate da una notevole conflittualita’ e violenza, non molto dissimile, in questo, dalle scenette pure carnevalesche del Matrimonio di Pulcinella, presenti in molte aree italiane, che riprendono in forma piu’ semplificata queste tematiche:

Giovan Domenico Tiepolo – Il Trionfo di pulcinella

 il teatro del Carnevale in tal modo metteva a nudo, in una sorta di confessione pubblica, le vergogne della vita coniugale, aggiungendovi il gusto dell’aggressione sadica e dell’esibizione oscena, e, mentre le esorcizzava con l’immancabile lieto fine, invitava a prenderne realisticamente atto e integrare nel sistema culturale il disordine e l’irrazionale. Ancora oggi il Carnevale rappresenta un’occasione di divertimento e si esprime attraverso il travestimento, le sfilate mascherate, le feste, e perche’ no nelle tradizioni culinarie che variano da regione in regione, scopriamo insieme le preparazioni più conosciute su tutto il nostro territorio nazionale:

confetti
Le Chiacchiere, bugie, cenci, frappe, crostoli, galani, intrigoni, lattughe, sfrappole, sono alcuni dei numerosi nomi attribuiti al più tipico dolce di carnevale che varia a seconda delle regioni d’Italia. Vai alla ricetta

 

confetti
Schiacciata alla fiorentina, il Berlingozzo sempre toscano ma che ritroviamo anche in Umbria nell’alta Valle del Tevere ed il cui nome deriva da Berlingaccio che indicava il giovedì grasso. Vai alla ricetta della schiacciata e del Berlingozzo

 

confetti

 Krapfen di forma rotonda preparato con pasta lievitata e farcito con marmellata (di solito di rosa canina ma anche di prugne o albicocche), panna o crema bavarese (secondo la zona di produzione), e fritto nello strutto, quindi spolverato con zucchero, normale o a velo.

 

confettiFrìtoła  (Frittella) che ritroviamo a Venezia  con alcune varianti su tutto il territorio regionale.  Con il nome di fritulis  le ritroviamo anche in Friuli. Le frìtole veneziane tradizionali, sono preparate con una pastella di farina, uova, latte e zucchero, uvetta sultanina, pinoli, fritte e servite con una spolverata di zucchero semolato. In una Commedia di Carlo Goldoni, scritta in occasione del Carnevale 1755  “Il Campiello”  la protagonista è Orsola che è una frittolera. Le veneziane hanno una dimensione che non supera i 4 cm di diametro e sono vuote, quelle ripiene sono, invece, simili ai Krapfen, e si trovano in molte differenti varietà, l’interno può essere imbottito con differenti varietà di creme o marmellate.

confettiLe castagnole chiamate anche favette nel mantovano sono un prodotto della tradizione culinaria ligure, emiliana e lombarda ma le ritroviamo un pò in tutta Italia, sono delle palline che vengono fritte in olio bollente realizzate con uova, zucchero, farina e burro e cosparso di zucchero a velo.


confetti
Orroviulos
, orroviulos, orrubiolos (Rossignoli o Rossini), sono dei dolci sardi fritti, realizzati con zafferano, uova e formaggio fresco, si trovano un po’ in tutta la sardegna. vai alla ricetta

 

confettiLe Teste di Turco, Testi di Tùrcu, sono tipiche della sicilia e ritroviamo soprattutto nel comune di Castelbuono, in provincia di Palermo. In molte altre località dell’isola con lo stesso nome vengono indicati dolci con ricette differenti. E’ un un dolce di origine araba che viene preparato per le feste di Carnevale. Un dolce storico legato al ricordo della vittoria dell’esercito cristiano guidato da Ruggero d’Altavilla contro i turchi del 1091. A Scicli, in provincia di Ragusa, vengono tradizionalmente preparate nel mese di maggio, nella ricorrenza della Santa Patrona Madonna delle Milizie, che grazie al suo intervento miracoloso su di un cavallo bianco scacciò definitivamente i musulmani dalla cittadina siciliana. La testa di turco è costituita da una sottile sfoglia di pasta fritta ed una delicatissima crema di latte profumata alla cannella ed al limone.e sono dei dolci realizzati con ricotta. vai alla ricetta
Sempre in Sicilia troviamo la “Pignoccata” (così chiamata perchè presenta la forma di pigna)  preparata con farina, tuorli, zucchero ed un pizzico di sale; l’impasto così preparato è tagliato a tocchetti successivamente fritti in sugna bollente, sgocciolati e decorati con miele allentato con acqua d’arance e spolverati di cannella spellata.

confetti
Panzerotti alla marmellata
, tipici della Val d’Aosta, a base di patate ed imbottiti con confettura di frutta.Vai alla ricetta

confettiI migliacci li ritroviamo un po su tutto il territorio nazionale. Il loro nome deriva dal miglio, la cui farina (oggi più comunemente sostituita con quella di granoturco o di grano duro) un tempo veniva sfruttata per numerose preparazioni. Qui sul territorio campano ne esistono due varianti quella salata che si ritrova facilmente nella gastronomia dei comuni della Valle Caudina tra le province di Benevento e Avellino), dove viene preparata una specie di polenta cotta al forno o semplicemente fritta e rappresenta il piatto principe del martedì grasso (Carnevale). La variante dolce è molto simile alla sfogliatella tanto è vero che il migliaccio viene chiamato nella Valle Caudina anche “sfogliata”.

confettiIn Campania regina della tavola di carnevale è la Lasagna, e’ uno di quei piatti che ha una interpretazione soggettiva con piacevoli “variazioni al tema principale“.
Gli ingredienti di base restano inalterati, ma sulla qualità delle lasagne, sulla presenza della ricotta, mozzarelle o polpettine, la’ non si discute. Ed il ragu‘…deve essere scuro o chiaro? e bisogna mettervi le cervellatine o le salsicce, abbondare con la ricotta?
Vai alla ricetta della Lasagna.

Ognuno porta avanti la sua scuola di pensiero e a dimostrazione di tutto cio’ invita gli amici per verificarne la bonta’. Passando ai dolci abbiamo il migliaccio e le chiacchiere, quest’ultime note anche in altre zone d’Italia, ma con nomi diversi. Le chiacchiere vanno accompagnate dal sanguinaccio, dove intingerle, Un tempo era fatto col sangue di maiale, oggi è soltanto una crema più o meno liquida di cioccolato.. In penisola sorrentina c’è l’usanza di preparare la pizza di carnevale, un rustico a base di ricotta, salsiccia e mozzarella.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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