La polacca di Aversa

Polacca

Ovviamente non parlo di una extracomunitaria che vive ad Aversa, in provincia di Caserta:-), assolutamente no, ma di una specialità locale, veramente buona, un’orgasmo dei 5 sensi che ho avuto modo di degustare grazie a Pino Imperatore, il famoso zio  Pino da me intervistato gastronomicamente.

Dunque, questa prelibatezza si racconta sia nata nel 1926 quando Nicola e Maria Mungiguerra inaugurano l’omonima pasticceria di via Garibaldi ad Aversa.

Nicola e Maria alto non fecero che reinterpretare una ricetta che gli venne regalata da una suora che proveniva dall’Est europeo e dalla quale ha preso il nome.

Successivamente, portando avanti la tradizione di famiglia , Antonio e Franco Mungiguerra prima e, dopo i loro figli hanno continuato a mantenere viva la tradizione familiare.

Per anni la ricetta è stata gelosamente custodita,  degustata da grandi celebrità tra cui l’ex presidente della repubblica Giovanni Leone che se la faceva portare fino al Quirinale (e ironia della sorte piaceva anche a Camilla Cederna autrice de  La carriera di un presidente che vendette oltre 600.000 copie e che fu poi determinante nella decisione di Leone di dimettersi da capo dello Stato), anche Umberto Agnelli l’amava ed il suo fornitore ufficiale era uno degli avvocati della Fiat, l’aversano Paolo Trofino. Nel 1990 venne servita anche a Giovanni Paolo II durante la sua visita nella città di Aversa.

Nonostante il segreto sia gelosamente conservato oggi tutte le pasticcerie dell’aversano producono la polacca che e si può facilmente realizzare anche in casa.

LA RICETTA – Ci sono diverse ricette in circolazione, ognuno ha la sua, io, con il consulto di varie pubblicazioni gastronomiche ed  il grande supporto del web, ho trovato questa:

Ingredienti: per la pasta
- 1/2 Kg di farina;
- 50 gr di zucchero;
- 150 grammi di burro o di margarina;
- un panetto di lievito di birra;
- 2 uova intere,
- un pizzico di sale,
- scorza di arancia grattugiata,
- un cucchiaio di farina di mandorle,
- una bustina di vaniglia.
Per la crema pasticciera:
- 4 tuorli d’uovo,
- 6  cucchiai di zucchero,
- 4 cucchiai di farina,
- la scorza di un limone grattugiata,
- una bustina di vaniglia,
- 1/2 litro di latte.
Per la farcitura e prima della cottura:
- 1 tuorlo d’uovo,
- amarene sciroppate
- 1  cucchiaio di zucchero semolato.
Esecuzione:
Riunite tutti gli ingredienti lavorateli fino ad ottenere una pasta elastica che lascerete riposare per qualche ora.
Preparate la crema pasticciera, battendo i tuorli con lo zucchero, aggiungete alternativamente farina e latte, aggiungete la buccia di limone grattugiata e la bustina di vaniglia. Mescolate con la frusta per evitare che si formino grumi, quando è ben densa, spegnete e lasciate raffreddare.
Stendete la pasta ricavandone dei dischi molto sottili al massimo devono essere spessi un paio di millimetri. Su uno dei dischi mettete la crema pasticciera e aggiungete a intervalli regolari le amarene sciroppate, Ricoprite con un secondo disco di pasta.
Spennellate la superficie con il tuorlo d’uovo e cospargete di zucchero semolato. Infornate per 30 minuti a 180 gradi, il forno deve essere già caldo. Se non riuscite a recuperare la farina di mandorle potrete tritarle e polverizzarle usando delle mandorle pelate, o in alternativa qualche goccia di essenza di mandorla. Per chiudere bene i due dischi e farli aderire potrete usare del bianco d’uovo (o in alternativa inumidite i bordi esterni con dell’acqua).
Per cuocerla meglio usate una teglia bassa che avrete in precedenza imburrato ed infarinato.

Se durante la cottura la superficie dovesse diventare troppo scura, copritela con un foglio di carta argentata.

Come vi ho detto, su questa preparazione esistono diverse varianti ed alcune eliminano le mandorle oppure utilizzano anche fecola di patate o addirittura le patate premute assieme alla farina.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Polpo alla Luciana

I Fratelli De Lucia dell'omonima pescheria a Meta

La Luciana di cui si parla nella ricetta è un’ignota abitante di Santa Lucia, noto, panoramico ed, oggi, ben frequentato quartiere di Napoli.
Questo era il quartiere dei Pescatori, dalla Fondazione di Partenope al secondo dopoguerra, e delle luciane veniva decantata la bellezza

Dagli anni 50 in poi la perizia marinara dei Luciani venne più proficuamente impiegata nel contrabbando di sigarette.

I polpi vengono cotti in una casseruola di terracotta, unitamente a pomodoro, aglio, olive di Gaeta e capperi. Si condiscono con pepe e, a fine cottura, si completa con del prezzemolo tritato.

Non va aggiunta acqua durante la cottura.
Un detto dialettale napoletano, ispirandosi a quest’ultimo accorgimento culinario, enuncia:

Tipico esemplare di polpo metese :-D

« ‘O purpo se coce int’ all’acqua soja »
« Il polpo si cuoce nella sua acqua »

Esistono due varietà di polpi: il “Verace” vive sugli scogli ed è il più pregiato, con due file di ventose sui tentacoli, il colore marrone con sfumature rosa, un ottimo profumo; il “Sinisco” invece abita i fondali, ha un colore pallido e meno profumo.

Ingredienti:
- un polpo Verace,
- pomodori pelati (3/4 del peso del polpo)
- prezzemolo q.b.
- olio extravergine di oliva
- pepe nero e peperoncino macinati
Esecuzione:

Polpo alla luciana

Pulite e nettate i polpi avendo cura di non romperli, metteteli in una pentola di coccio. Teneteli sul fuoco finché saranno quasi asciutti, quindi aggiungete il vino e fate evaporare quasi completamente.
A questo punto regolate di sale e pepe, aggiungete il pomodoro, il prezzemolo e l’olio e fate cuocere a pentola coperta per un quarto d’ora circa.
Servitelo in recipienti di coccio con crostini di pane abbrustolito
Nb: Il metodo tradizionale napoletano prevede che il coperchio venga sigillato con carta oleata legata ben stretta con lo spago attorno al bordo della pentola.
Il tempo di cottura varia in base alla grandezza: per un polpo di un chilo saranno necessari circa 30-40 minuti.
Il sugo potrà essere utilizzato per condire dei vermicelli o delle linguine non dimenticate di unire un po’ prezzemolo fresco prima di servire.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Dalla Teoria alla pratica

Mi fa piacere, ospitare nelle mie pagine, le fotografie delle ricette raccolte in queste pagine che sono state messe in pratica, per cui ho il piacere di mostrarvi una cosa buonissima:

La pizza alla Campofranco, realizzata dalla mia amica Lidia Taffurelli, che mi ha gia regalato una sua preziosissima poesia

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

La Puttanesca

Arthur Schwartz

Sulle origini di questa preparazione si trovano diverse interpretazioni, e cominciamo proprio da una storia raccontata in inglese da Arthur Schwartz che è l’autore di  “Napoli a tavola: la cucina della Campania”,  (Naples at Table ) il primo libro di ricette di cucina napoletana in lingua inglese. Il suo programma radio “Food Talk” è ascoltato ogni giorno sull’emittente WOR di New York, su 710 KHz in AM.
Per 25 anni è stato giornalista e critico di cucina e ristoranti ed è autore di molte pubblicazioni gastronomiche.
http://www.arthurschwartz.com/
Da “Napoli a tavola” (Naples at table) di Arthur Schwartz,
ed. Harper Collins – Pgg. 164
[…] Per quanto riguarda la sua origine etimologica, (il termine puttanesca) è stato oggetto degli sforzi di immaginazione di molti studiosi, che hanno tentato in ogni modo di trovare la soluzione all’enigma.
Alcuni dicono che il nome di questa ricetta derivò, all’inizio del secolo, dal proprietario di una casa di appuntamenti nei Quartieri Spagnoli, che era solito rifocillare i propri ospiti con questo piatto, sfruttandone la rapidità e facilità di preparazione. Altri fanno riferimento agli indumenti intimi delle ragazze della casa che, per attirare e allettare l’occhio del cliente, indossavano probabilmente biancheria di ogni tipo, di colori vistosi e ricca di promettenti trasparenze.
I tanti colori di questo abbigliamento si ritroverebbero nell’omonima salsa:
il verde del prezzemolo, il rosso dei pomodori,il viola scuro delle olive, il grigio-verde dei capperi, la tinta granato dei peperoncini.

Altri sostengono che l’origine del nome sia da attribuire alla fantasia di una ragazza di vita Yvette la Francese , che si ispirò alle proprie origini provenzali. Yvette, probabilmente, non era dotata solo di fantasia, ma anche di senso dell’umorismo e di un’ironia alquanto caustica, che forse sfruttò per celebrare, attraverso il nome di questo piatto, la professione più antica del mondo.[…]

Jeanne Carola Francesconi in una foto di Augusto De Luca

Una diversa interpretazione ci viene data da Jeanne Carola Francesconi ne la sua “La Cucina Napoletana” edita da Newton Compton:

Questi maccheroni, sebbene oiù ricchi dei loro parenti, si chiamavano alla marinara. Ma subito dopo la seconda guerra mondiale, a Ischia, il pittore Eduardo Colucci, non so come ne’ perche’, li ribattezzò con il nome con cui oggi è generalmente conosciuto.
Colucci, che viveva per gli amici, d’estate  abitava a Punta Mulino – in quel tempo uno degli angoli più pittoreschi di Ischia – in una rustica e minuscola costruzione; camera con cucinino e un terrazzo in mezzo al quale si innalzava un albero di ulivo.
Oltre ai consueti più intimi amici, sfilavano sulla sua terrazza le più svariate personalità italiane e straniere.
E lui, dopo aver offerto come aperitivo un fresco e genuino vinello d’Ischia, improvvisava spesso una cenetta a base di questi maccheroni che erano la sua specialità.

Un’altra versione ancora ci viene invece  da Annarita Cuomo che racconta:
« …Fu infatti l’architetto Sandro Petti, ai fornelli del suo Rancio Fellone, una sera di normale routine culinaria, di un’estate qualunque dell’inizio degli anni ’50, a inventare il “Sugo alla Puttanesca”, utilizzando quei prodotti freschi dei nostri orti, che tutti hanno normalmente in dispensa. È lo stesso architetto Sandro Petti a raccontarcelo: “Quella sera di tanti anni fa, era molto tardi, ai tavoli del locale sedettero un gruppo di amici veramente affamati… io avevo finito tutto, e li avvisai: “Mi dispiace non ho più nulla in cucina, non posso preparavi niente”. Ma loro insistettero e mi esortarono dicendo: “Ma dai Sandro, è tardi ed abbiamo fame, dove vuoi che andiamo… facci una puttanata qualsiasi”. La “puttanata qualsiasi” che l’eclettico Sandro Petti (che in cucina è un autentico mago) portò in tavola di lì a poco, era proprio un fumante piatto di “Spaghetti alla Puttanesca” (solo che ancora non erano stati battezzati tali)… una pietanza che da quella famosa sera, divenne un must della tradizioni culinaria dei ristoranti non solo ischitani, ma addirittura di tutto il mondo…. »

"Puttanesca"


Un particolare ringraziamento va agli amici di piazzanapoli, per le ricerche fatte in merito alle origini di questa preparazione e alla mia amica Laura per la celere traduzione dal testo inglese.

La Ricetta:
Ingredienti:
- 500 gr di pomodori pelati o freschi
- 1 spicchi d’aglio
- 1 dl e 1/2 di olio d’oliva
- origano
- pepe
- un pezzetto di peperoncino forte
- 50 g di capperi
- 100 g di olive nere di Gaeta
- 75 g di acciughe salate
- abbondante prezzemolo
- sale q.b
- 600 g di vermicelli o linguine sottili
Esecuzione:
Fate rosolare l’aglio nell’olio, quando questo sara’ imbiondito unitevi i capperi le olive snocciolate e i pomodori pelati, il peperoncino e l’origano.
A cottura ultimata completate la salsa con il prezzemolo tritato e le acciughe lavate, spinate e tagliate a pezzettini, lasciate ancora un minuto sul fuoco e quindi aggiustate di sale.
Lessate la pasta e quindi conditela.
La mia ricetta, e molto più semplice in quanto non utilizza le acciughe che hanno un sapore molto forte che non tutti gradiscono.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: +1 (from 1 vote)
Share

Pizza alla Campofranco

Sul web, su questa preparazione si trovano diversi articoli, che fanno capo più o meno ad una stessa ricetta, con informazioni (presunte o vere) sulla storia di questo piatto appartenente alla tradizione culinaria partenopea.

Ricetta della Pizza alla Campofranco tratta dal libro di Arthur Schwarz Naples at Tables

Arthur Schwartz è l’autore di  “Napoli a tavola: la cucina della Campania”,  (Naples At Table ) il primo libro di ricette di cucina napoletana in lingua inglese. Il suo programma radio “Food Talk” è ascoltato ogni giorno sull’emittente WOR di New York, su 710 KHz in AM.
Per 25 anni è stato giornalista e critico di cucina e ristoranti ed è autore di molte pubblicazioni gastronomiche.
Insegna l’arte della cucina sia a studenti professionisti che dilettanti. La sua passione è unire la sua illimitata conoscenza di specialità culinarie dell’Italia meridionale con storie di cultura e di intrattenimento e di viaggi, e con dimostrazioni di alta cucina. http://www.arthurschwartz.com/
Tra le ricette contenute  nella sua pubblicazione dedicata a Napoli c’e’ proprio la ricetta della Pizza alla Campofranco.
Mi piace inserire in quest’articolo le pagine del suo preziosissimo libro che sono riuscita a reperire sul sito di Amazon, libro da cui, tra l’altro, avevo già tratto un’articolo, quello sulla storia della puttanesca contenuto nelle pagine della Guida al Mangiar Bene di Supereva

Quando non si aveva ancora idea di cosa fosse il colesterolo, quando la sugna (’o veleno, cosi’ lo chiamavano le mie zie :-) , non era stata sostituita dal burro, la pizza alla Campofranco, meno conosciuta della classica pizza napoletana, era regina indiscussa di tutte le pizze.
La Campofranco è una gustosa variante delle pizze rustiche partenopee. Il suo segreto è nella preparazione della pasta, che utilizza lo strutto, che la rende particolarmente soffice e leggera.
Il nome si deve al Monzù dei principi Lucchese-Palli di Campofranco,.

Ingredienti:
Per 6 persone:
Per la Pasta
- gr 500 di farina
- gr 200 di strutto
- 4 uova
- gr 25 di lievito di birra
- 1 cucchiaio di zucchero
- 1 cucchiaio di sale
- acqua o latte q.b.
Per il ripieno
- gr 400 di mozzarella
- gr 500 gr di pelati
- 2 cucchiai di olio d’oliva
- una cipolla piccola
- un ciuffo di basilico
- 4 cucchiai di parmigiano grattugiato
- sale e pepe

Pizza alla Campofranco

Esecuzione:
Prendete un quinto della farina e realizzate una pasta molle con il lievito ed un po’ di latte intiepidito. Lasciatela lievitare per circa un’ora.
Setacciate la farina fontana, al centro unite le uova, 2 cucchiai di parmigiano, lo strutto (o il burro) il sale, lo zucchero, ed il panetto lievitato.
Impastate e se fosse necessario, aggiungete il latte tiepido o l’acqua affinche’ possiate ottenere una pasta morbida che andrete a lavorare a lungo finche’ non si stacchera’ dal piano di lavorazione in un sol pezzo. Sistemate questo impasto in una teglia imburrata e, possibilmente apribile, occupando la metà del volume. Lasciate lievitare in un luogo al riparo dalle correnti per circa 2 ore, mandatela in forno e lasciate cuocere a calore medio per circa 45 minuti.
Toglietela dal forno e, trascorsi 10 minuti, sfornatela tagliandola a metà in senso orizzontale.
Nel frattempo che attendevate la cottura di questa “brioche”, avrete preparato un sugo di pomodoro, lasciando prima rosolare la cipolla sottilmente affettata in un filo d’olio a cui avrete unito i pomodori pelati sgocciolati e lasciando cuocere il tutto per una ventina di minuti unendo infine il basilico e regolando di sale e pepe.
Sulla prima parte della pasta “brioche” sistemate poca salsa di pomodoro, la mozzarella tagliata a fettine, il parmigiano grattugiato, ricoprite con l’altra parte della pasta “brioche”, e disponetevi sopra ancora salsa di pomodoro, mozzarella e parmigiano.
Rimandate in forno per altri 10 minuti e servite questa gustosa pizza calda.



VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: +1 (from 1 vote)
Share

Pasticcetto sorrentino all’amarena

Di questo dolce, io ho un ricordo fanciullesco, poichè quando alla domenica al termine del luculliano pranzo arrivavano le “paste” questo, era il dolce preferito di mio papa’, ora è diventato anche il mio.
Ho anche un vago ricordo di una preparazione nel cui interno, era custodito un’inebriante ripieno a base di crema e pasta di mandorla e nel cui centro ben nascosta vi era un’amarena sciroppata…slurpete…
La ricetta che vi vado a proporre, l’ho recuperata da un vecchio libro sulla pasticceria napoletana di Piero Serra e Lya Ferretti


Pasticcetto sorrentino di crema ed amarene

Pasticcetti o pasticcini all’amarena

Ingredienti:
Per la pasta frolla
- gr 300 di farina
- gr 150 di sugna
- 3 tuorli d’uovo
- gr 150 di zucchero
- scorza grattugiata di un limone
- 1 pizzico di sale

Per la crema
- 4 tuorli d’uovo
- gr 200 di zucchero
- 1/2 litro di latte
- gr 60 di fecola di patate
- scorza di limone grattugiata
- una bustina di vaniglina

Per il ripieno
- amarene sciroppate
e zucchero a velo per la decorazione dei vostri pasticcetti.

Esecuzione:
Preparate la pasta frolla, ognuno di noi è sicuramente in possesso, della solita ricetta della pasta frolla. Stendetela con il matterello su di un foglio di carta oleata, ungete gli stampini con un po di burro e foderateli con la pastafrolla, Riempite ogni stampino con la crema pasticciera ed al centro mettete qualche amarena, ricopriteli con un dischetto di pasta e mandateli al forno, cuoceteli a calore moderato, quando saranno ben dorati, toglieteli, fateli raffreddare e spolverateli con lo zucchero a velo.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Il Sartù di riso di Elio

Oswald Achenbach - Market day in Naples

Preparare il sartù è un lavoro appassionante, lungo ed elaborato, una macchinosa architettura che lascia presupporre un giusto equilibrio di ingredienti affinchè il risultato finale sia una delicata armonia di sapori, che conservino la propria individualità, senza prevalere gli uni sugli altri.

I napoletani collegavano il termine riso a risata, il riso,  veniva preparato quasi sempre solo in bianco ed era destinato agli ammalati, era di una tristezza infinita, tanto che fu bandito dalle loro mense.
Fu nel ’700 che venne adottato anche in Italia il servizio alla Francese (entrato per la prima volta alla corte medicea di Cosimo III che aveva preso in moglie Margherita Luisa D’Orleans), e a Napoli alla corte borbonica furono chiamati appositamente i cuochi gallici che empiricamente riuscirono a divulgare con estrema testardaggine le loro abitudini gastronomiche, cominciarono ad utilizzare anche il riso, si proprio quello che i napoletani consideravano un cibo per ammalati, e lo arricchirono mettendo sopra di tutto, in francese sur tout, da cui la parola partenopea “sartù”.
Questa golosa innovazione piacque al popolo che riuscì cosi’ a trasformare, grazie all’inventiva dei cuochi francesi, il triste riso in un piatto allegro e per le grandi occasioni.

Elio Stanziano, che ho avuto il grande piacere di intervistare all’interno della mia rubrica, è un gran buongustaio, e questa è la ricetta del suo sartù di riso

Ngiulì, la ricetta te la mando, ma ci vuole grande pacienza, per farlo. Io sto sbariando da ieri e mo’ vado a mettere il tutto in teglia….

Ingredienti:

* Per il ripieno:
350 g di salsicce sottili (tipo “cervellatine”)
+ vino bianco
+ schizzo di olio.
+ Cuocete in forno le salsicce nel vino ed olio fino a che le salsicce non saranno di un bel colore bronzo. Raffreddate e tagliate a rondelle. Conservare il sugo.
o Polpettine:
+ 250 g di carne macinata
+ un uovo
+ 150 g di pane raffermo
+ uno schizzo di latte
+ 70 g di parmigiano grattugiato
# Impastate il tutto ben bene e ricavatene tante piccole polpettine di non più di 1,5 cm di diametro, infarinatele e friggetele in olio d’oliva, finchè non siano colorite
Cuocete i piselli con la cipolla, il vino bianco, l’olio ed un dado di brodo. Conservatene il sugo. (Si può usare anche una scatola di piselli finissimi: non scolate il liquido della scatola)
Cuocete 4 uova sode ed affettatele con l’apposito attrezzo.

Sartù di riso napoletano – Foto di Francesco Vinci

Foto a cura di Francesco Vinci

Tagliate a dadini 150 g di provola
Tagliate a dadini 100 g di salame napoletano
* Il sugo:
“normale” ragù napoletano (vedi ricetta) magari un po’ light, cioè solo con ritagli di carne di manzo. Non “tiratelo” troppo: si addenserà durante la cottura del sartù in forno. Il rischio è che il sartù risulti troppo “secco”: quindi tenetevi leggeri,
* Cuocete 700g di riso fino a non più di metà cottura, scolatelo, mescolatelo col sugo (conservando una metà del ragù: sì ce ne vuole tanto!). Aggiungete i dadini di salame e di provola, i piselli ed il relativo sugo ed il sugo delle salsicce, continuando a mescolare ed aggiungendo sempre ragù e parmigiano; il tutto, ovviamente, fuori dal fuoco.
* Versate qualche cucchiaiata di sugo sul fondo di una teglia alta di bordo. Fate un primo strato dell’impasto di riso ed imbottitura. Fate uno strato di uovo. Altro strato di impasto, cucchiaiate di sugo, poi strato di rondelle di salsiccia, poi strato di impasto, e strato di polpettine, sugo, ultimo strato di impasto. Poi strato di sugo, spolverata di pan grattato e di parmigiano.

Infine 30 minuti in forno a 180 gradi.
Fate riposare e servite caldo, quasi tiepido.

Lo so, Angie, che è lungo e complesso, ma il risultato è !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La dose è per 8 affamati e dotati di stomaco grande, oppure per 10 “normali”. Ci mangiano anche 12 anoressici…. (brutta gente!!!)

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Riso con le verze

Cavolo verza

Per quanto ami la cucina tradizionale, devo confessarvi un segreto, piatti come la pasta e fagioli, la pasta e cavoli, il riso con le verze, ho imparato ad apprezzarli, dopo la privazione, nel senso che essendo rotondetta, da sempre ho dovuto lottare con la tendenza familiare all’ingrasso, ed una brutta malattia a cui sono sopravvissuta, la bulimia, che ha forgiato il mio essere, ma quella è un’altra storia.
La Verza, chiamata anche “cavolo verza”, è una pianta erbacea ed appartiene alla famiglia delle Crucifere e il cui nome scientifico è “Brassica oleracea sabauda”
Originaria del bacino Mediterraneo nell’antica Roma, veniva consumata prima dei banchetti per favorire l’assorbimento dell’alcool da parte dell’organismo.
Il buon contenuto di sostanze antiossiddanti, come polifenoli, carotenoidi, indoli e sulforafano, rendono la verza molto utile nella prevenzione dei tumori che colpiscono l’apparato digerente.

Veniamo a questa tradizionale preparazione, di cui ricordo l’odore che si propagava per la cucina, specie in inverno, quando fuori fa freddo ed i vetri delle finestre si appannano.

La versione che vado a proporvi utilizza l’aglio, è semplicissima, occorrono:

Ingredienti:
- 1 verza
- gr  400 di riso
- 1 spicchio d’aglio
- olio EVO
- peperoncino (facoltativo
- sale q.b
- scorzette di pecorino

Esecuzione:
In una pentola fate soffriggere olio aglio e se vi piace del peperoncino aggiungete la verza lavata e privata del torso tagliata finemente a striscette così da agevolare la cottura.
Fatela stufare coprendo con un coperchio, quando si e’ appassita regolate di sale ed aggiungete le scorzette di pecorino aggiungete l’acqua e fatela cuocere il tutto dovrà essere cremoso a cottura ultimata aggiungete il riso e cuocete.
Se gradite potrete spolverizzare con un po di pecorino.

Riso con le verze

Versione napoletana
Ingredienti:
- una bella verza grande
- 400 g. di riso
- 2 cipolle
- 100 g. di ventresca
- 50 g. di olio extravergine di oliva
- croste di formaggio se ne avete, sale e pepe

Esecuzione:
Una volta affettate le cipolle fatele soffriggere con la ventresca tagliata a piccoli pezzi in olio EVO.
Quando il soffritto avrà preso un bel colore biondo buttatevi la verza che avrete già lavata e tagliata a listarelle. Coprite e lasciate cuocere bene rimestando di tanto in tanto, a fuoco basso.
A metà cottura potrete aggiungere, se volete, le croste di parmigiano precedentemente ben raschiate e messe a mollo in acqua tiepida.
Quando la verza sarà quasi cotta, aggiungetevi tanta acqua quanta vi sembra che debba bastare per far cuocere il riso.
A cottura ultimata versate una manciata di formaggio parmigiano grattugiato e lasciate riposare la minestra per qualche minuto prima di servirla.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Pagnotta di Santa Chiara

Santa Chiara d'Assisi

Le ricette che vado a proporvi sono due, poiche’ mi sono sembrate tutte e due delle ottime procedure.
La prima è dell’amico Roberto Fusco, titolare del preziosissimo blog “‘a cucina ‘e mammà” ricco di ricette tipiche della tradizione gastronomica partenopea

Anticamente la festa di Santa Chiara veniva celebrata a Napoli con la preparazione di una sorta di pizza detta, in onore della Santa, “pagnotta di Santa Chiara”.

La pagnotta è una sorta di fagottino preparato con farina, patate schiacciate, lievito, strutto e pepe impastati a mano che deve lievitare per circa due ore. A parte si cuociono i pomodori e le alici che servono per la farcitura insieme ad origano e prezzemolo.
I fagottini, cotti in forno a legna, anticamente erano molto diffusi in tutte le case, oggi la loro preparazione casalinga è caduta abbastanza in disuso, ma si possono trovare in vendita nelle tipiche friggitorie del centro storico di Napoli.
Tratto dal sito dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Campania
http://www.incampania.com

Ingredienti:
per l’impasto:
- 500 gr farina
- 250 ml circa di acqua
- 2 patate media grandezza
- 25 gr lievito
- sale qb
- 2 cucchiai di strutto
- pepe qb

per l’imbottitura :
- 400 gr filetti di alici
- 350 gr pomodorini
- olio extra vergine qb
- abbondante origano
- prezzemolo

Esecuzione:
Lessate le patate, pelatele e schiacciatele per bene. preparate l’impasto con la farina, l’acqua, lo strutto le patate, un pizzico di sale il lievito e lasciatelo riposare, coperto, per almeno due ore.
Nel frattempo preparate le alici: in un tegame fate riscaldare l’olio, versate i pomodorini e fate cuocere per una decina di minuti. Aggiungete i filetti di alici e abbondante origano, e continuate la cottura per altri 5 minuti.
A cottura ultimata aggiungete il prezzemolo finemente tritato.
Lavorate per qualche minuto la pasta che, nel frattempo sarà lievitata e stendetela su una spianatoia infarinata.
Ricavatene dei dischi di circa 20 cm di diametro e farciteli con i filetti di alici preparati in precedenza. Richiudete a libro i dischi di pasta facendo attenzione che i bordi siano ben sigillati.
Ora la tradizione vorrebbe che le pagnotte, siano infornate in forno a legna,. Poiché il forno a legna è del tutto scomparso dalle nostre cucine, dobbiamo accontentarci dei forni moderni che richiedono tempi di cottura maggiori. Quindi infornate a 180° per circa 20/25 minuti, una volta cotte potete cosparge le pagnotte con il sughetto di alici e pomodorini. e…buon appetito!

Pagnotta di santa Chiara foto tratta dal sito dell'assessorato all'agricoltura della Regione Campania

la seconda è tratta dal sito di Gennarino

Ingredienti:
Per La Pasta:
- ml 500 Acqua
- gr 150 Crescito (Pasta Madre) o 2,5g di Lievito
- 1kg Circa di Farina “00″ (manitoba)
- gr 360 di Patate bollite e schiacciate a pure’
- gr 25 di Sale Marino
- ml 60 Strutto fuso (potrete sostituirlo con Olio d’oliva)
- 1 ½ Cucchiaio da Tavola di pepe macinato

Per l’imbottitura:
- gr 400 di Alici a filetti
- kg 1 Pomodorini cotti con Origano e Prezzemolo

Esecuzione:
Lessate le patate, spellatele ancora calde e schiacciatele come per farne un pure’.
Mettete l’acqua nell’impastatrice, scioglierci il crescito tagliato a pezzettini (o il Lievito di birra), ed emulsionate con lo strutto (o Olio). Versateci la meta’ della farina a pioggia, aggiungete la purea di patate, il sale e il pepe, e terminate con la restante farina.
Lasciate lievitare per otto ore o piu’.
Riprendete e formate delle palline di circa 200 grammi e lasciate riposare per almeno altre 4 ore.
Stendete ogni pallina come per le pizze, metteteci un po dei pomodorini al centro ed un paio di filetti di alici, chiudete come per un “calzone” sigillandone i bordi, e cuocete in un forno spento ma ancora caldo (come per il pane) per 15-20 minuti.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

La “Pasta e Patane” di Casa Cafiero

Pasta & Patane

Questo piatto tradizionale, che ritroviamo in giro un po’ per tutte le province campane ma anche nelle cucine regionali del nostro paese, è tra quelli più semplici e gustosi da realizzare.
Naturalmente anche il suddetto piatto non è esente dalle famose variazioni sul tema e scuole di pensiero, (aggiunta di provola a dadini, lardo, pancetta etc.etc.) ma il mio ricordo di bambina, quando mio padre la preparava, la vuole realizzata in una maniera molto povera ma genuina, equilibrando bene gli aromi

Pasta e patate

o “odori” come diciamo dalle mie parti, nel caso specifi

co mio padre preparava un battuto di cipolla e sedano, che metteva a soffriggere in olio EVO, a cui poi aggiungeva la passata di pomodoro realizzata in casa ed infine le patate tagliate a tocchetti.
Molto più tardi, da sola ho realizzato che le patate in quella maniera venivano solamente stufate nella pummarola, ed ho attuato la procedura che vado prontamente ad illustrarvi.
Se avete una caccavella di coccio, in cui cuocere il tutto vi assicuro, che è il risultato è veramente da elevazione mistica della mente :-)

Ingredienti:
- 400 gr. di pasta mista (pasta ammiscata)
- patate (per le patate orientatevi con una patata a commensale)
- 3 o 4 pomodori san marzano
- Olio extravergine d’oliva
- 1 cipolla
- 1 costa di sedano
- basilico fresco
- sale secondo gusto
- scorza di parmigiano e parmigiano grattugiato

pasta e patate (primo piano)

Esecuzione:
Pelate le patate e tagliatele a dadini, non troppo piccoli, altrimenti la patata nella cottura si spappola.
Preparate un battuto di sedano e cipolla, mettetelo a soffriggere in olio EVO, quando si e’ imbiondito, aggiungete i pomodori spezzati con le vostre manine e fateli “appassuliare” a fuoco lento, una volta che si son spappolati aggiungete le patate, rimestate continuamente facendo attenzione a non farle attaccare sul fondo della caccavella, se siete in possesso di scorze di parmigiano, ripulitele dalle timbrature, e mettetele a cuocere con le patate, quando il tutto si è abbastanza cotto, aggiungete il basilico spezzettato, e rimestate ancora, fino a quando le vostre patate non avranno assunto una croccante crosticina, a quel punto se vi piace piu pomodoro potrete aggiungere un po’ di passata, meglio se di quelle artigianali, ed un po d’acqua per far continuare la cottura, dulcis in fundo aggiungete la pasta, la pasta ammiscata è perfetta, a seconda del vostro gradimento, altrimenti vanno bene anche i tubetti.
Cospargete di parmigiano grattugiato e strafocatevi :-)

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Ragù di pere Mast’antuono

Pere Mast'Antuono

Non tutti sanno che con questa pera, maggiormente utilizzata in preparazioni dolciarie, veniva realizzato un ottimo sugo, esisteva infatti un “Ragout di pere “mastantuono”,  questa ricetta, che vado a proporvi è stata “ritrovata” e “riscoperta” da Antonio Cafiero,  proprietario del ristorante “La Conca” (III traversa Alimuri – Marina di Alimuri Meta).

Appassionato cultore di gastronomia locale, con Antonio in comune,  non abbiamo solo il cognome, ma la passione che ci porta alla ricerca dei sapori della tradizione che raccogliamo dalla voce dei nostri anziani, e così le ricette di un tempo.
Il periodo in cui veniva preparato  era quello di ferragosto, in occasione della festività dell’Assunta. La cucina dei nostri avi era una cucina povera che utilizzava materie prime provenienti da risorse locali.

A sostegno dell’attendibilità di questa ricetta, vi è la testimonianza di mia madre, che ricorda, la nonna Laura che preparava teglie enormi di questo ragù per la sua numerosa famiglia.

Ingredienti
Un paio di litri di salsa di pomodoro fatta secondo i propri gusti (pomodori pelati, cipolla, aglio, odori o quanto altro),
- 10 pere mastantuono grandi e non eccessivamente mature,
- 150 grammi di parmigiano reggiano,
- 70 grammi di pecorino romano,
- biscotto di grano sbriciolato q.b.
- 2 uova.
Esecuzione:
Preparare un impasto con il formaggio e le uova aggiungendo il biscotto sbriciolato per renderlo consistente.
Svuotate le pere con uno scavino sino a toglierne i semi dopo averne tagliato la parte superiore col picciolo.
Riempite le pere con l’impasto e ricomponetele con il “cappello” precedentemente asportato e allineatele in una casseruola che le contenga perfettamente diritte coprendole con la salsa di pomodoro. Data la sapidità dell’impasto non aggiungete altro sale.
Fate cuocere a fuoco basso fin quando la salsa assumerà un colore amaranto.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Cannarutizia da “Meta tesori nascosti”

Meta tesori nascosti a cura de "il Colibrì"

Questo simpaticissimo brano è tratto dalla pubblicazione “Meta tesori nascosti” realizzata dalla onlus “Il Colibrì” di Meta, pubblicazione alla quale modestamente ho partecipato anche io.
Il ricavato di questa gradevolissima pubblicazione verrà devoluto interamente alla scuola di Sartoria intitolata a “Lia Castellano” a Bukavu in Congo.

Il passo che vado a proporvi parla della “cannarutizia” dei metesi, un bellissimo brano di Adalgisa Mastellone la spiegazione sul significato del termine, è racchiusa nel suo interno.
Per meglio ampliare le vostre conoscenze linguistiche, invece, vi invito a leggere l’articolo dal titolo “Gola, golosità, e dintorni” del mio amico Lello Bracale.

Continue reading

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

“Pere Mastantuono mbuttunate” – pere mastantuono imbottite

Pere Mast'Antuono

Pere Mastantuono

La pera mastantuono (in dialetto napoletano Pera e’ Mast’Antuono’) è una particolare varietà pera di dimensioni molto piccole e rotondeggianti, che vede il massimo della sua produzione nel mese di agosto.
Eccellente varietà di pera soprattutto per la sua consistenza e profumazione.
Purtroppo, attualmente assieme ad altre varietà locali, è stata soppiantata, nonostante le ottime qualità organolettiche dei frutti, da cloni con pezzature più grandi.

Viene consumata fresca o trasformata in marmellata o in pasticceria imbottita con ricotta e ricoperta di cioccolata.
Il perché di questo nome lo ritroviamo in una testimonianza raccolta dalla scrittrice Cecilia Coppola

- …questa pera è corposa e dolce, ma è necessario che non sia ancora matura quando serve per preparare le famose “ pere

mbuttunate”, una vera leccornia, che era considerata anche simbolo di abbondanza e buon augurio. La signora Giovannina Salvo Irolla mi mette a conoscenza di una singolare storia legata a questo frutto, che la mamma Angelina le raccontava. “ Un contadino aveva un albero di pero, molto dispettoso, perché non aveva mai nel corso degli anni prodotto una sola pera, nonostante le sue cure e la sua attenzione. Per questo, stanco e disilluso, decise di tagliarlo e di vendere il legno, Uno scultore ne acquistò il tronco e fece una statua raffigurante Sant’Antonio che fu benedetta e messa in chiesa. Il contadino, venuto a conoscenza del fatto, si portò accanto all’immagine e disse” Io ti cunosco piro e nun facevi pere, mo’ si Sant’Antonio e vuo’ fa’ ‘e grazie? ”(io ti conosco albero di pero che non produceva alcuna pera, ora che sei Sant’Antonio come puoi fare le grazie?”)”.
Da qui ha origine, con molta probabilità, il nome pera Mast’Antuono e questa frase è diventata proverbiale e si usa nei confronti di qualcuno che vuol sembrare buono e santo ed invece non lo è.

Continue reading

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Mezzemaniche al sugo di Scorfano e Gamberi

Mezze maniche

dosi per 6 persone
- 2 spicchi di aglio mondati e tritati finemente,
- 1 bicchiere d’olio d’oliva e. v. p. s. a f.
- 600 grammi di pomidoro tipo Roma o San Marzano, lavati, sbollentati , pelati e tagliati in grossi pezzi,
- 2 peperoncini piccanti lavati asciugati, privati di picciolo e corona ed incisi longitudinalmente, ma non divisi,
- sale fino alle erbe q.s.,
- pepe bianco q.s.,
- 1 rametto di piperna lavato, asciugato e tritato finemente,
- 1 ciuffo di prezzemolo lavato, asciugato e tritato finemente assieme ad uno spicchio d’aglio mondato,
- 1 bicchiere di vino bianco secco,
- 600 grammi di mezzemaniche rigate,
- 1 scorfano da ca 4 etti,
- 6 gamberi reali.

Esecuzione:
Sfilettate lo scorfano conservando la testa e le lische; sgusciate accuratamente i gamberi eliminando il budellino nero e conservando testa, coda e carapace. Scaldate l’olio in un tegame e fatevi soffrigere gli spicchi d’aglio. Unitevi la testa e le lische dello scorfano, nonché testa, code e carapaci dei gamberi, i due peperoncini piccanti lavati asciugati, privati di picciolo e corona ed incisi longitudinalmente, ma non divisi e fateli rosolare bene. Bagnate con il vino e, una volta evaporato, eliminate testa, lische, code e carapaci ed aggiungete i pomidoro tagliati a pezzi piuttosto grossi, schiacciate i pomidoro con una forchetta, cospargete con il trito di piperna, salate e lasciate cuocere per circa un quarto d’ora, quindi passate il sugo al passaverdura, raccoglietelo in una padella ampia, ponete nuovamente sulla fiamma. Adagiatevi i filetti di pesce, ed i gamberi tagliati in pezzi di ca 3 cm.
Regolate di sale e pepe e lasciate cuocere tutto per circa otto – dieci minuti. Lessate al dente (in abbondante acqua salata) le mezzemaniche, scolatele e saltatele nel sugo per qualche minuto mescolando continuamente.
Impiattate spolverizzando con abbondante pepe bianco ed il trito di aglio e prezzemolo.
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!
Raffaele Bracale

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Pastotto Terra e Mare

PASTOTTO TERRA E MARE
Nota linguistica:
. pastotto neologismo da me ideato derivandolo da pasta marcato ad imitazione del termine risotto voce originaria lombarda derivata da riso;
con la voce pastotto indico una particolare minestra di pasta che viene cotta nel brodo, destinato a essere completamente assorbito nel corso della cottura, e che può essere condita in vario modo;

Tubettini

Dosi per 6 persone
- 6 etti di avemarie (tubetti medio-piccoli)rigate ,
- 1kg e ½ di vongole veraci (quelle con doppio sifone)
- 3 piccole zucchine verdi e sode.
- 2 pomidori tipo Roma o Sanmarzano, rossi e maturi sbollentati e pelati,
- 1 aglio mondato e schiacciato,
- 1 grossa cipolla dorata,
- 1 carota,
- 1 ciuffo di prezzemolo lavato asciugato e tritato finemente,
- 2 coste di sedano bianco mondate dei filamenti,lavate asciugate e divese in pezzi di 3 cm.,
- 2 foglie di alloro,
- 1 rametto di piperna,
- 6 chiodi di garofano,
- Un secondo ciuffo di prezzemolo lavato asciugato e tritato finemente assieme ad uno spicchio d’aglio mondato,
- 1 bicchiere e ½ di olio d’oliva e.v.
- 50 gr. di sugna,
- 1 bicchiere di vino bianco secco,
- sale fino e pepe decorticato q.s.

Esecuzione:
Mettete al fuoco una pentola colma di 3 lt. di acqua fredda.Mondate la cipolla, dividetela in quattro parti e mettetene tre nella pentola con l’acqua assieme alla carota grattata, lavata e tagliata verticalmente in quattro parti, le coste di sedano tagliate in grossi pezzi, e tutte le altre erbe ed odori, ½ bicchiere d’olio; salate e pepate ad libitum ed in circa 1 ora approntare un buon brodo vegetale; con un colino separate il brodo ed eleminate le verdure; in metà del brodo decantato (tenendone da parte un mestolo) mettete a lessare le avemarie (14’), avendo cura di tenere la pentola scoperta affinché la pasta alla fine risulti piuttosto asciutta;  una volta lessata, trasferitela in una padella dove a mezza fiamma va mantecata con la sugna e mettetela da parte.
Affettate le zucchine (lavate e spuntate) in rondelle da ½ cm. di spessore e stufatele con mezza cipolla tritata in ½ bicchiere d’olio. Alla fine spezzettatevi dentro i pomidoro, ed allungatee con un po’ di brodo aggiustando di sale e pepe.
Frattanto in un’altra ampia padella ponete le vongole ben lavate, unitevi l’aglio

Vongole

schiacciato, ½ bicchiere d’olio ed il vino; incoperchiate ed alzatee la fiamma in modo che le vongole si aprano; alla fine prelevate dalle valve le vongole e ponetele in una scodella coprendole con il loro sugo di apertura filtrato con un colino di garza fitta. Unite le vongole con le zucchine stufate, aggiungete le avemarie mantecate ed a mezza fiamma, rimestate aggiungendo pepe nero macinato a fresco e spruzzando con il trito d’aglio e prezzemolo; se il pastotto dovesse risultare troppo asciutto (ma non dovrebbe…) bagnate con una mezza ramaiolata del brodo tenuto da parte prima di lessare la pasta.
Impiattate e servire ben caldo di fornello in tavola cospargendo le porzioni con il trito di prezzemolo ed aglio e generosamente di pepe decorticato .
Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo.
Mangia Napoli, bbona salute e scialàteve!

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Pizza dolce di crema, amarene e mandorle

Nonna Angela

Nonna Angela

Mia Nonna Angela, chiamata affettuosamente in famiglia “Ngiulinella” ,  madre di mio papà Mario, era un donnone sui 100 kg, si racconta che mio nonno, quando lei era ancora piccina e ritornava da scuola lui, piu’ grande di lei, anche di molto, le diceva affettuosamente: – “jesce ‘a casa” e cioè, “corri a casa”.
Io, Nonna Angela, non l’ho mai conosciuta, se non in foto, in cui è ritratta di fianco a mio Nonno Mariano, ma questo è il ricordo che ho di lei, che rivive in un racconto della buonanima di mia zia Enza.
Si sposò molto giovane, e morì ad appena 38 anni di peritonite.
Il 2 di agosto, festeggiava il suo onomastico, alla “Madonna degli Angeli” preparando questa “Pizza Dolce”

le amarene adagiate sulla pasta di mandorla sul letto di pasta frolla

E da allora in quella occasione la mia mamma non può fare a meno di deliziarci il palato, fosse solo perchè le tradizioni di famiglia vanno rispettate e anche gli onomastici delle “figliole” !
La ricetta, è una ricetta di famiglia, ma ho notato con sommo piacere, che tutte le ricette con la dicitura “Pizza di Crema amarene e mandorle” sono trascritte alla medesima maniera, per non smentire il fatto, che molte cose che circolano sul web vengono copiate, senza nemmeno citare la fonte.

Fattosta che l’originale si trova qui e, risale perlomeno a 10 anni fa se non di più.
Una precisazione, va debitamente fatta, si possono utilizzare 2 strati di crema, cioè la bianca e la nera, il risultato è piu’ goloso, ma nelle foto che corredano questo articolo abbiamo utilizzato solo la crema bianca.


Ingredienti
:
Pasta Frolla:

strato di crema bianca

- 1 kg Farina
- 250 gr Burro (o Sugna)
- 1 Limone (scorza Grattugiata)
- 500 gr Zucchero
- 5 Tuorli D’uovo
- un pizzico di sale

Per la Crema:
- 6 Cucchiai di farina
- 6 Cucchiai zucchero
- 6 Tuorli D’uovo
- 300 gr do Cioccolato Fondente In Tavolette

Per il resto:
- 500 gr Amarene
- 500 gr Pasta Di Mandorle
- zucchero a velo per spolverizzare la pizza una volta che si è cotta

Esecuzione:
Rivestite uno stampo con la pasta frolla, alla base di questo sistemerete la pasta di mandorle, ricoprite quindi con la crema a cioccolato ed infine con le amarene e per ultima la crema bianca.

Pizza di crema, amarene e mandorle

Ricoprite con un altro strato di pasta frolla.  Cuocete per una mezzora a 150 gradi. Fate raffredare.

Prima di servire cospargetela di zucchero a velo.

Un tempo per questa libidine, venivano utilizzate le amarene, quelle che si “cuocevano al sole” e da cui si ricavava lo sciroppo che emulsionato con acqua fresca in estate era una ottima bevanda dissetante.

ecco qui, finalmente la fettina di dolce, cosi si puo' almeno apprezzarne l'imbottitura

Io ricordo l’altra nonna, nonna Laura, nonna materna, che metteva queste amarene al sole fuori la terrazza erano una macchia di colore rosso sotto il caldo sole estivo.
Ovviamente non credo si trovino ancora in circolazione queste preparazioni, per cui potrete optare tranqullamente per le amarene sciroppate.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Minestra Maritata

Minestra maritata o pignato grasso

Zuppa tradizionale ed antica del territorio campano, che ogni paese della regione interpreta a suo modo, rivendicandone la paternità.
E’ un piatto ricco e sostanzioso, in cui in cui carne e verdure si “maritano”. Da qui, la denominazione “maritata”, che deriva proprio dal “matrimonio” tra i due ingredienti: verdure a foglia e carni.
Anticamente veniva cotta in una pignatta sul fuoco del camino.
Nell’Isola d’Ischia viene tradizionalmente preparata per il giorno di Santo Stefano, ma nell’area napoletana e casertana trova una sua collocazione anche nel pranzo pasquale.
La ricetta della minestra maritata, col passare del tempo, ha subito delle variazioni, ove alcuni ingredienti sono stati eliminati o modificati perché sempre più rari da reperire in commercio. Ma tuttavia, durante le festività tradizionali, nei mercatini rionali di Napoli, ancora vi è la possibilità di poter acquistare le verdure tipiche per prepararla: cicoria, piccole scarole (scarulelle), verza e borragine, che ne conferisce, quest’ultima, una nota amarognola. In qualche variante viene utilizzata anche la catalogna.
La carne è tipicamente di maiale, con tracchie (puntine di suino), salsicce e altri tagli.
Nella tradizione più antica, al posto del pane tostato, venivano usati gli scagliuozzi, tipiche frittelle di farina di mais fritte dalla forma triangolare, che venivano adagiate sul fondo del piatto.
Come tutte le ricette tradizionali, anche questo piatto possiede delle varianti, quella cinquecentesca del Marchese G.B. Del Tufo prevede, la mescolanza, di salsicce di vario tipo, sopressate, pancetta, prosciutto, muso di vitello, piede di porco, carne secca, un orecchio di maiale salato, formaggio, finocchi ed anice. Mentre, in un altra ricetta del 1600, si utilizza “un pezzo di carne di giovenca grassa, un cappone imbottito, una gallina paesana, un salsiccione, una fetta della parte genitale della scrofa, 4 capi di salsicce cervellate, un pezzo di cacio nostrano, ossa mastre, spezie e foglie scelte nelle più tenere cime.
Secondo la preparazione che ci viene narrata dal Tardacino nelle sue annotazioni alla Vaiasseide, viene preparata con un brodo molto grasso fatto di ossa con midollo o osso di prosciutto non completamente scarnificato, carne di vitella, cappone ripieno, gallina casareccia, pancetta o “verrinia” (la vulva di maiale), salsicce e salame nostrano in cui vengono cotte a dolce bollore le seguenti verdure: “scarolelle, borraccelle, cicorielle, vrucculille, cappucce e torzelle” e cioè foglie verdi e tenere di prima crescita di indivie, boraggini, cicorie, broccoletti, verze e torsoletti (un ortaggio quest’ultimo oggi difficile da reperire ed un bel pezzo di formaggio caciocavallo piccante e del peperoncino da assaporare poi dopo averla per un poco lasciata riposare nel pignato.

Torzelle del Vesuvio

La torzella era la primattrice di questa minestra chiamata cavolo greco o torza riccia, la torzella, rientra dal luglio 2006 nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Campania, è una verdura che si consuma sia cruda, che cotta a vapore, lessata o saltata in padella.
Ha un gusto vivace e pungente, a metà tra il Friariello e la Cima di Rapa, ed è ricca di Vitamine A e C, Calcio e Glucosinolati, elementi che prevengono l’insorgenza del cancro. Ha un’ottima resistenza al freddo e la raccolta avviene infatti, in più riprese tra novembre e marzo.

La Minestra Maritata (menestra maritata)

Ingredienti:
- gr. 500 Mascariello (guanciale) e orecchio di maiale freschi
- gr. 400 tracchie di maiale
- 1 osso di prosciutto
- gr. 150 guanciale magro salato
- gr. 100 lardo
- mezza verza- cappuccia
- gr. 500 – scarolelle
- 2 spicchi d’ aglio
- croste di parmigiano
- qualche pezzetto di caciocavallo
- peperoncino rosso
- mazzetto aromatico
- sale q.b.

Minestra Maritata

Esecuzione:
Bollite il “mascariello” e l’orecchio di maiale passateli sulla fiamma, dopo averli asciugati per eliminare i peli.
Rimetteteli nella pentola con l’osso di prosciutto, il guanciale magro ed il mazzetto e fateli cuocere.
Tagliate le carni a pezzetti, dopo aver spolpato gli ossi e metteteli in una terrina.
Quando il brodo di cottura che avrete messo da parte, sarà raffreddato, sgrassatelo e rimettete la pentola sul fuoco.
Cuocete metà delle verdure in acqua leggermente salata e, dopo averle sgocciolate, calatele nella pentola del brodo, con le croste di parmigiano, il caciocavallo secco tagliato a pezzetti l’aglio e il peperoncino.
Completate la cottura delle verdure e aggiungete i pezzetti di carne, che in precedenza avevate messo da parte, aggiustate di sale.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

‘o suffritto

Venditore di Soffritto

Per molti è una ghiottoneria, anche se io, penso il contrario, poichè non amo molto le frattaglie, ma come si dice “De gustibus non disputandum est”.
Va mangiato accompagnato da un corposo vino rosso, essendo questa, una pietanza molto piccante.
Come tutti i cibi tradizionali, per gustarlo pienamente, bisognerebbe scovare una di quelle osterie di paese o in certe trattorie ubicate nei vicoli più popolari che sanno cucinarlo a “regola d’arte”, ma attualmente con l’avvento di Internet, a quanto pare, la si puo’ acquistare anche su ebay.
Le origini di questo piatto, come dicevo, sono tra le più antiche:
ne riporto la storia e alcune curiosità tratte da “La Cucina Napoletana”di Jeanne Carola Francesconi:

“Quando non avevamo il pomodoro e nemmeno i peperoni, il zuffritto, o saporiglio, o tosciano, questi sono i tre nomi con cui era conosciuto, si mangiava ovviamente privo del suo fiammante colore e, solo parzialmente colorato e ravvivato dallo giallo dello zafferano.

Ulisse Prota Giurleo invece, riporta le voci che davano i garzoni sulle soglie delle taverne (fra le quali quella celebratissima del Cerriglio, la taverna napoletana per eccellenza), desunte da una commedia di Pietro Signorelli:

“currite cannaruti, ca mo’ proprio
l′accuppatura de lo tosciano.
E’ cuotto, e tengo pure na veppetella
d’amarena che co l′addore te rezorzeta
no muorto;
currite ‘mbreacune, a sei trise
(tornesi) la carrafa e tengo
la mangiaguerra pure a doje trise.

In più, l’inesauribile Giurleo, ha scovato sul retro di uno strumento notarile del 1743, una ricetta manoscritta del tosciano, munita perfino – dice lui – di Regio Placet ed eccola copiata pari pari, cosi’ come l’aveva annotata il notaio settecentesco:

“Prendi un polmone di porco, taglialo a pezzetti e mettilo in una cassarola a soffriggere con inzogna (strutto) abbondante, e se ti piace un senso d’aglio e qualche fronna (foglia) di lauro.
Quando s’è ben soffritto aggiungi un paio di cucchiaiate di conserva di peparoli (peperoni) rossi dolci, per darli un bel colore, e cerasielli (peperoncini piccanti a forma di ciliege) in polvere quanti ne vuoi, per darli il forte, aggiungendovi una competente quantità d’acqua col sale o di brodo, e continua a far cuocere tutto a fuoco lento.
Se dapprincipio non ci hai posto le fronne di lauro e vuoi darli sapore, mettici a questo punto un mazzetto di erbe aromatiche, cioè Rosmarina, salvia, lauro, majorana e peperna.
Quando vuoi servirlo, togli dette erbe e spargilo fumante nei piatti, sopra croste di pane.
Placet Etiam Majestati.”

Il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo

E azzarda addirittura l’ipotesi, il Prota Giurleo, che la ricetta abbia potuto esser stata dettata da “Annella“, una famosa tavernara di Porta Capuana, il cui locale era frequentato dai legali.

A questo punto non ci resterebbe da aggiunger parola, tanto l’esecuzione settecentesca del soffritto simile alla nostra, se non vi mancasse il pomodoro allora poco noto e poco usato, e se non si dovessero precisare le dosi e chiarire che è stato forse per brevità, che il nostro notaio ha omesso di citare insieme al polmone, gli altri elementi che formano l’intero “capeto” necessario a preparare il soffritto e cioè, trachea, cuore e milza.

Un altro estimatore di questa preparazione pare fosse il poeta Salvatore Di Giacomo che a proposito di una taverna, la “Pagliarella” al Vasto 65, sita nel quartiere Vicaria, di proprietà di un certo Giovanni Solla, così scriveva:

“…Qui veniva a mangiare gente più fine, che sollevava a onori non più immaginati il suffritto…”

Continue reading

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Il Ragù dalla signora Lucia da “Il posto di ognuno” di Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni

Alfredo Luigi Ricciardi, commissario della Regia Questura si muove in una Napoli da foto Alinari,  dalle sfumature color Seppia,  negli anni trenta, insieme al fedelissimo brigadiere Raffaele Maione, personaggi nati dalla penna di Maurizio De Giovanni, ma che prendono vita quando ti immergi nella lettura dei suoi racconti.
Qui, tratto da “Il posto di ognuno” del 2009, edito da Fandango, una piccolo riconoscimento al tradizionale ragù napoletano, preparato con  solerzia dalla signora Lucia, moglie di Raffaele Maione.

Dalle imposte socchiuse per tenere lontano il sole già feroce, Lucia guardava il marito andare in questura. Di domenica.
Proprio quando lei aveva appena finito di cucinare il miglior ragù della città: nove pezzi di carne diversi, rosolati nello strutto e poi a bollire per un giorno intero con pomodori, cipolla e vino rosso. Non era possibile, conosceva bene suo marito. Al ragù non avrebbe rinunciato mai. Il motivo poteva essere solo uno: Raffaele aveva un’altra donna in testa.
Solo così si potevano spiegare i silenzi e i malesseri degli ultimi giorni, da quando erano usciti a passeggio con i ragazzi; era evidente, aveva incontrato qualcuna e la cosa gli aveva cambiato l’umore.
Mescolando con la cucchiarella di legno nella pignatta di creta, ricordò che la madre diceva che l’umore della cuoca cambia il sapore del cibo che prepara: per cucinare
bene bisogna essere felici. Questo ragù sarà amaro come il fiele, pensò.
Una fitta acuta nel petto, la gelosia. Non avrebbe consentito che il destino le togliesse ancora chi le era caro.

Mordendosi il labbro, Lucia si allontanò dalla finestra.
Enrica Colombo amava svegliarsi presto la domenica, per preparare tutto l’occorrente per il pranzo mentre la famiglia ancora poltriva a letto approfittando del giorno di festa. Il suo carattere metodico aveva bisogno di ordine e l’ordine
richiedeva tempo. Disponeva sul tavolo gli ingredienti per il ragù e si chiedeva cosa avrebbero pensato i genitori e i fratelli se si fosse messa a cantare.
Non era certo per la giornata di festa appena cominciata, visto il caldo, già terribile di prima mattina, né per la passeggiata che avrebbero fatto in Villa Nazionale, con il
tradizionale acquisto di nocciole per i più piccoli da parte del padre. Il motivo era un altro.
Enrica aveva ventiquattro anni e non era mai stata fidanzata.
Da “Il posto di ognuno” (Fandango, 2009, pagg. 19 e seguenti)

Il Ragù napoletano

Intervista gastronomica a Maurizio De Giovanni

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share

Il Ragù napoletano

Uno dei piatti piu’conosciuti della cucina partenopea, il ragù è stato “decantato” da più poeti napoletani. Anche Eduardo De Filippo nella sua commedia Sabato,domenica e lunedì volle rendergli omaggio.

Ragù Napoletano - Foto Flickr Copyright Tutti i diritti riservati a blueneurosis

Il ragù non è la carne ca’ pummarola. come recita
la poesia di Eduardo, e sicuramente non è di facile realizzazione ed inoltre per essere saporito come quello della mamma del de Filippo richiede una lunghissima  preparazione e cottura.

Attualmente si usa chiamare ragù un sugo di pomodoro nel quale si è cotta della carne.

Il ragù, come recita Eduardo,veniva cotto su di una fornacella a carbone e doveva cuocere per almeno sei ore!

La pentola in cui si dovrebbe cuocere è un tegame di creta largo e basso, e per rimestarlo occorre la cucchiaiella di legno.

Il ragù napoletano è il piatto tipico domenicale e base per altre pietanze altrettanto saporite, come ad esempio la tipica lasagna che a Napoli viene preparata con il ben di Dio durante il periodo di Carnevale.

Ingredienti
- 1 kg. di spezzatino di vitello,
- 2 cipolle medie,
- 2 litri di passata di pomodoro,
- un cucchiaio di concentrato di pomodoro,
- 200 gr. di olio d’oliva,
- 6 tracchiulelle ( ovverosia le costine di maiale),
- 1/4 di litro di vino rosso preferibilmente di Gragnano,
- basilico,
- sale q.b.

Esecuzione:
E’ consigliabile prepararlo il giorno prima. Mettete la carne nel tegame, unitamente alle cipolle affettate sottilmente e all’olio, carne e cipolla dovranno rosolare  insieme: la prima facendo la sua crosta scura, le seconde dovranno man mano appassire senza pero’bruciare.

o' Rraù ind o' pignato - Foto tratta da "La Cucina Italiana"

Per ottenere questo risultato, bisogna rimanere ai fornelli e sorvegliare la vostra “creatura”,
pronti a rimestare con la cucchiarella di legno,e bagnare con il vino, appena il sugo si sara’ asciugato: le cipolle si dovranno consumare, fino quasi a dileguarsi. Quando la carne sara’ diventata di un bel colore dorato, sciogliete il cucchiaio di conserva nel tegame e aggiungete la passata di pomodoro.

Regolate di di sale e mettete a cuocere a fuoco bassissimo, il ragù dovra’, come si dice a Napoli,pippiare parola onomatopeica che ben descrive il suono del ragu’ e, che cioe’ dovra’ sobbollire a malapena a quel punto coprite con un coperchio il tegame, senza pero’ chiuderlo del tutto.

Il ragù adesso dovra’ cuocere per almeno tre ore,  di tanto in tanto rimestatelo facendo attenzione che non si attacchi sul fondo.

VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.17_1161]
Rating: 0 (from 0 votes)
Share