Le tradizioni non cambiano, siamo in Svizzera e, La torta dei re magi, si chiama Dreikönigskuchen (letteralmente il dolce dei tre re), una piccola torta a forma di fiore costituita da tante palline da staccare, cosparse di mandorle e zucchero.
Dreikoenigskuchen - Dolce dei tre Re (Svizzera)
Foto tratta dal sito Sposare uno svizzero
Ingredienti:
- 750 gr di farina
- 75 gr più due cucchiai di zucchero<
- 1/2 cucchiaino di sale
- buccia grattugiata di un limone non trattato
- 125 gr di burro più quello per la teglia
- 3,25 dl di latte
- 30 gr di lievito di birra
- 5 cucchiai di acqua tiepida
- 2 uova più un tuorlo
- 200 gr di uvetta
- un oggettino resistente al calore e privo di sostanze nocive (es. di porcellana o di argento), oppure una moneta o un fagiolo o altro legume secco
- lamelle di mandorle
Esecuzione:
Mescolate la farina, lo zucchero (75 gr), il sale e la buccia grattugiata del limone in un recipiente
Fate sciogliere il lievito nell’acqua ed unitevi i due cucchiaio di zucchero, lasciate riposare qualche minuto.
Fate fondere il burro ed unitevi il latte ed incorporatevi il lievito e poi le uova, ed infine il miscuglio di farina e zucchero.
Lavorate il tutto fino a quando non otterrete un impasto soffice e non appiccicoso se avete la possibilità potrete tranquillamente utilizzare un’impastatrice elettrica o una planetaria. Terminate incorporando l’uvetta e l’oggetto prescelto da nascondere all’interno del vostro impasto
Dividete l’impasto in sei o otto o 10 pezzi (di cui uno può essere più grande e deponetelo al centro di una teglia ben imburrata e gli altri attorno formando un fiore.
Lasciate lievitare il dolce in un luogo caldo fino a quando non raddoppierà di volume. Poi lasciatelo riposare in un luogo fresco per un’altra oretta.
Spennelatelo con il tuorlo d’uovo e spolveratelo con le lamelle di mandorle. Cuocete per 40/50 minuti nella parte inferiore di un forno caldo a 200 gradi. Fatelo raffreddare su una gratella prima di offrirlo
Vasilopita è un termine Greco composto da “Vasilo” e “pitta” e significa “pane di Basilio”.
Si racconta che in Cappadocia di Cesarea nella prima metà del quarto secolo San Basilio il Grande, era un vescovo, e, desiderava distribuire monete ai poveri della sua diocesi, così diede l’incarico a molte donne di cuocere in forno un pane zuccherato nel cui interno veniva inserita una moneta d’oro. Ogni famiglia così non appena avrebbe tagliato il pane avrebbe avuto una piacevole sorpresa trovandola.
L’evento, è oggi ricordato in tutte le case greche ogni anno il primo di gennaio.
Come vuole la tradizione, un pane dolce (in alcune zone della Grecia assomiglia ad una torta) viene preparato nelle case e per l’intera comunità religiosa, il suo nome è Vasilopita.
Ingredienti:
- 230 gr di burro più quello per la teglia
- 200 gr di zucchero più un cucchiaio
- 5 uova
- 1 bustina di vanillina
- 300 gr di farina
- 1 bustina di lievito in polvere
- una manciata di mandorle intere o a lamelle
- 2 cucchiai di semi di sesamo
- 1 moneta piuttosto grande, oppure un oggettino resistente al calore e privo di sostanze nocive
basilopita o vasilopita (pane di san Basilio) Βασιλόπιτα Αγίου Βασιλείου Grecia
Esecuzione:
Preriscaldate il forno a 165 gradi. In una ciotola sbattete assieme il burro morbido e lo zucchero. Unitevi le 2 uova intere e tre tuorli (tenete da parte i tre albumi), ed infine anche due cucchiai d’acqua.
In un’altra ciotola passate al setaccio e mescolate la farina, il lievito in polvere e la vanillina che unirete al composto di burro, uova e zucchero.
Sbattete a neve ferma i tre albumi, ed unitevi il cucchiaio di zucchero e sbattete ancora. Incorporate gli albumi montati all’impasto preparato in precedenza, mescolando dall’alto in basso.
Versate l’impasto in una teglia ben imburrata ed inserite facendola sprofondare nell’impasto la monetina in modo che non si veda dalla superficie. Distribuite sopra al vostro dolce le mandorle ed i semi di sesamo.
Cuocete in forno caldo per circa 70 minuti, e controllatene la cottura con uno stecchino (infilzato al centro del dolce che dovrà risultare pulito). Fatelo raffreddare su una gratella.
E’ un dolce fatto a margherita e due petali contengono una sorpresa: in un petalo c’è una fava bianca e chi la trova paga la focaccia, nell’altro petalo c’è una fava nera e chi la trova offre il vino.
Ingredienti:
Fugassa d l'befana Piemonte
- 450 gr. di farina,
- 150 gr. di burro,
- 150 gr. di zucchero,
- 1 bustina di lievito di birra,
-150 gr. di cedro e arancia canditi,
- 3 uova,
- latte,
- sale,
- granella di zucchero,
- confettini colorati.
Esecuzione:
In una terrina impastate la farina, il burro, il lievito, i tuorli, i canditi: lavorate bene l’impasto e quando è ben compatto ed elastico ricopritelo con un panno e mettetelo a lievitare per una notte intera.
La mattina seguente reimpastatelo nuovamente e dividetelo in due parti (la dose indicata è per 2 fugasse) che lascerete riposare ancora per una decina di minuti e poi successivamente stenderete sulla placca del forno ricoperta con l’apposita carta e con il coltello praticate delle incisioni disegnando i petali di una margherita, ma senza arrivare al centro. Accavallate leggermente ogni petalo su quello vicino, e spennellatene la superficie con l’albume delle uova e cospargete con la granella di zucchero. Cuocete in forno già caldo a 200° per 45 minuti circa e quando è intiepidita decoratela ancora con confettini colorati
Antenato del Pandoro, è un dolce natalizio veronese, a pasta lievitata, il suo aspetto di stella soffice e compatta lo collega a numerose leggende, che accostano la sua fama sia alla cometa dei Magi che ai raggi del sole, simbolo di luminosità ed energia nei riti pagani.
E’ cosparso di mandorle e pinoli tostati, l’invenzione pare si debba attribuire ad un soldato di ventura lanzichenecco. Il cuciniere, preso dalla nostalgia, penso’ di fare un dolce a pasta lievitata e con gli ingredienti di fortuna trovati, preparo’ questo dolce a forma di stella. Ma si racconta ancora che fu creato per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala a Signori di Verona.
Nell’ottocento il dolce cambiò forma e da questa base di panettone, furono aggiunte più uova e più burro lievitò, ridusse le sue punte da otto a cinque e si chiamò pandoro che, si diversificava dal nadalin per la morbidezza dell’impasto e per la mancanza della glassa di copertura, il pandoro, debuttò sul palcoscenico della gastronomia della città scaligera, diventandone il suo simbolo che, riprodotto con latterizi, veniva utilizzato come decoro delle colonne nelle abitazioni dei nobili.
Veniva prevalentemente consumato dopo la messa di Natale di mezzanotte, accompagnato da una tazza di cioccolata calda e densa, oppure da un bicchiere di ottimo Recioto della Valpolicella.
- gr 500 farina;
- gr 200 burro
- 3 uova
- gr 150 grammi zucchero;
- gr 60 lievito di birra
- gr 60 pinoli
- gr 60 mandorle tritate
- gr 100 zucchero a velo;
- limone;
- vaniglia;
- sale
Esecuzione: Rispetto al pandoro, la preparazione del Nadalin è molto più semplice e veloce, non necessitando di reimpasti. Il risultato è comunque un dolce eccellente e gustoso. Iniziate la preparazione ammorbidendo il burro, che avrete lasciato sciogliere a temperatura ambiente. Impastare le uova con la farina, il burro, lo zucchero, il succo di mezzo limone e il lievito di birra, completando il tutto con una presa di sale e un odore di vaniglia. Se necessario aggiungere qualche cucchiaio di latte per rendere più morbido l’impasto. Ponete l’impasto in una terrina abbastanza grande, coprite con un panno e lasciare
Nadalin
lievitare in luogo caldo per circa 3 ore, fino al raddoppio della pasta.
Per ottenere la forma di stella taglaite l’impasto lievitato con due profondi tagli orizzontali e due profondi tagli verticali. Una alla volta, prendete con due dita le otto parti vicine al bottone centrale e tiratele dolcemente verso l’esterno e verso il basso, in modo da ottenere i raggi della stella.
Ricoprite la parte superiore con pinoli e mandorle, dopo averla inumidita con una leggera pennellata di burro. Infornare per 40/45 minuti nel forno preriscaldato a 180 gradi. A fine cottura, ricoprite con una abbondante spolverata di zucchero a velo. I veronesi consumano questo dolce la sera di Natale, dopo aver partecipato alla tradizionale messa di mezzanotte, accompagnandolo con una tazza di cioccolata calda e densa, oppure con un bicchiere di Recioto della Valpolicella.
Si racconta che le nonne veronesi, nell’Ottocento, rassicurassero i nipottini raccontando loro che dopo la morte sarebbero salite in Paradiso a mangiare con gli angeli il “pane d’oro”: ed intendevano veramente un pane fatto realizzato con il nobile metallo prezioso, che però il buon Dio avrebbe poi reso commestibile.
Ma, il pan de oro era un dolce dalla forma conica della Serenissima, riservato ai nobili, che veniva ricoperto da sottili foglie d’oro zecchino
Ma, il dolce soffice e alto, dalla forma di cupola a pianta stellata, che il pasticciere Domenico Melegatti cominciò a sfornare nel suo negozio di corso Portone dei Borsari a Verona, vede la sua nascita il 14 ottobre 1894, ottenne l’Attestato di Privativa Industriale (il brevetto dell’epoca). La forma e quella che ben conosciamo: un tronco di cono scanalato sui fianchi con una stella a otto punte per base, opera del pittore impressionista Angelo Dall’Oca Bianca;
La sede di Corso Portone dei Borsari di Verona
l’impasto e soffice, dorato e ben lievitato, profumato di vaniglia che cominciò subito a diventar popolare diffondendosi poi a tal punto da essere prodotto anche industrialmente e da diventare, in ogni parte d’Italia, uno dei dolci della tradizione natalizia.
L’impasto “vaporoso”, è ricco di burro e di uova, ed Il nome prescelto dal Melegatti per la sua specialità, evocava il colore giallo carico del suo dorato impasto dovuto ai tuorli delle uova, sicuramente non è casuale: anticamente, infatti, esisteva nei territorì della Repubblica Veneta un prodotto dolciario quasi omonimo, il Pan de Oro, una torta conica molto diffusa sulle tavole dei nobili. Ma questo solamente in riferimento al suo nome; se invece alludiamo alla sua forma, il più probabile antenato del Pandoro è il Nadalin, un popolare dolce casalingo veronese di cui l’attuale dolce ne conserva la forma di stella.
Per quanto concerne la ricetta attuale, non è da escludere che nella sua magica e gustosa formula ci possa essere lo zampino dei pasticcieri austriaci, difatti durante la dominazione asburgica, comparvero nelle pasticcerie veronesi dei dolci ispirati al “Pane di Vienna”, che altri non era che una variante della brioche e del croissant francesi: con questi ultimi il Pandoro veronese presenta alcune affinità dal punto di vista delle tecniche di preparazione.
Fase della lavorazione del pandoro
La lavorazione è piuttosto complessa: è indispensabile il lievito madre, che va rinfrescato la sera precedente, fatto riposare per una notte e reimpastato la mattina successiva, prima della lavorazione. La miscelazione degli ingredienti avviene in tre fasi che si alternano ad altrettanti periodi di lievitazione, con temperature e tempi ben ritmati. Se questa è la ricetta tradizionale, nella sua forma attuale il pandoro è prevalentemente di produzione industriale, proprio come il panettone; entrambi sono classici dolci nazionali irrinunciabili nel perìodo natalizio sulle tavole italiane. Lo si trova anche variamente elaborato, per esempio farcito con crema pasliccicra o ricoperto di cioccolato. I puristi storcono il naso di fronte a queste «reinterpretazioni» della ricetta originaria; ma anche per la versione classica occorre fare attenzione ai prodotti che al posto del burro utilizzano grassi o oli vegetali, surrogati meno deperibili o meno costosi, convenienti per il produttore ma non per il consumatore. L’apporto calorico è elevato (410-430 kcal per100 g).
Insomma amici cari, non è che sia particolarmente indicato per noi che disgraziatamente cerchiamo di stare a dieta 365 giorni all’anno, ma a Natale, al Pandoro, specie quello artigianale, non possiamo dire di no , anche se, solo a guardarlo, soprattutto noi donne, aumentiamo una taglia di reggiseno che non sarebbe neanche male se il’aumento dei kg si concentrasse solo la’, ed il nostro punto vita, non si potrà definire sicuramente “vitino da vespa”, e la curva dei nostri fianchi diventa iperbolica tanto che al buon Cartesio ci facciamo un baffo, ma essendo la sottoscritta dell’idea che, quando ci si vuol veramente fare del male fisico, bisogna farselo perbene, altrimenti non ha senso, ho ritenuto opportuno postare anche la procedura per la realizzazione di questa poesia dei sensi, e, di ricette, in rete ce ne sono tante, io ho scelto, quella tratta dal sito dal sito Verona.net
Pandoro di Verona
Ingredienti per un pandoro da 1 kg - gr 650 farina;
- gr 250 burro
- 8 uova
- gr 200 zucchero;
- gr 30 lievito di birra
- 1/2 bicchiere di panna liquida;
- gr 50 zucchero a velo
- scorza grattugiata di un limone;
- una bustina di vanillina
Esecuzione: Ponete in un recipiente 75 grammi di farina, 10 di zucchero, il lievito di birra (dopo averlo sbriciolato), un tuorlo d’uovo e impastate il tutto (se l’impasto dovesse risultare troppo consistente, potete aggiungere qualche cucchiaio di acqua tiepida).
Dopo aver amalgamato bene gli ingredienti, mettete il recipiente in luogo tiepido (18/20 gradi) e lasciate lievitare la pasta per almeno due ore. Al panetto lievitato aggiungete 160 grammi di farina, 25 di burro ammorbidito, 90 di zucchero e 3 tuorli d’uovo. Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Con il terzo impasto unite 375 grammi di farina, 40 di burro ammorbidito, 75 di zucchero, un uovo intero e altri tre tuorli.
Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Ora ponete l’impasto su una spianatoia (o sul piano di un tavolo infarinato) e lavorandolo con forza aggiungete mezzo bicchiere di panna liquida, la scorza grattugiata di un limone e un pizzico di vanillina.
Con il matterello stendete la pasta, ottenendo un quadrato non molto largo, nel cui centro andrete a porre del burro, tagliato a pezzetti e non troppo duro (150 grammi di burro ogni chilogrammo di impasto).
Ripiegate sul burro la pasta, poi con il matterello stendetela e piegatela in tre, stendetela nuovamente ed ancora e ripiegatela in tre; lasciate riposare l’impasto per una trentina di minuti.
Trascorso questo tempo stenderee nuovamente la pasta, la ripiegherete in tre, la ristenderete ancora, ripiegandola nuovamente in tre in tre lasciandola riposare per altri 30 minuti. Nel frattempo imburrate due stampi a pareti alte, scannellate, senza buco centrale e
Fetta di pandoro
spolverizzateli con il restante zucchero semolato (in commercio si trovano anche quelli a forma di stella con otto punte, quella tipica del pandoro).
Mettetee la pasta sulla spianatoia, lavoratela ancora per qualche minuto con mano leggera, facendola roteare su se stessa e spolverizzando, se necessario, la spianatoia con un poco di farina. Fate con la pasta due palle e mettetele negli stampi già pronti; la pasta dovrà arrivare circa a metà altezza degli stampi. Poneteli in luogo tiepido e lasciateli lievitare fino a quando la pasta arriverà a colmare lo stampo (30/60 minuti).
Fate cuocere per 40 minuti in forno preriscaldato a 190 gradi, abbassando a metà cottura la temperatura a 160 gradi per far cuocere anche l’interno. Sfornate appena pronti e lasciateli raffreddare a temperatura ambiente. Servite con una spolverata di zucchero a velo.
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Incominciamo con l’introdurre la protagonista principale del mio articolo: l’arancia che vede le sue origini in Cina da cui, fu successivamente importata in Europa nel XIV secolo ma già nel I secolo veniva coltivata in Sicilia col nome di melarancia, con tutta probabilità giunse in Europa attraverso la via della seta, ma la sua coltura prese piede solo nella calda terra sicula, dove la sua diffusione si arrestò, e, solo dopo molto tempo venne riscoperta dai marinai portoghesi ecco perche in alcune regioni d’Italia viene ancora chiamata “portogallo”.
Arancia
Ho deciso di dedicare questo spazio al delizioso frutto per due grandi motivazioni: la prima è che è nel nostro territorio costiero la sua coltivazione che risale addirittura al 1300 costituiva una notevole fonte di reddito, poiché, alimentava un’intensa corrente di esportazione diretta, via mare, ai principali mercatiitaliani ed europei, e, la coltura si è ampliata e perfezionata, in seguito sia l’arancia che il limone, hanno vissuto fasi alterne legate alle variabili vicende del mercato che spingevano i nostri contadini a rivolgersi all’una o all’altra, avviando la riorganizzazionie dei processi produttivi che non sempre erano consapevolmente sagaci, al punto di rendere attualmente essenziale un generale rinnovamento dell’agrumicoltura locale, il cui valore paesaggistico resta comunque insostituibile.
Io con Antonio Cafiero e Giovanni Leone
La seconda è che la nostra arancia si avvale di un Pigmalione di tutto rispetto, che ha trovato in lei, è il caso di dirlo, la sua Galatea: Antonio Cafiero titolare della Pasticceria Primavera di Sorrento, che, dopo il Presepe di cioccolato dedicato al nuovo film del regista Luca Miniero“Benvenuti al Nord”, ci riporta indietro nel tempo alla sua riscoperta poichè in questi anni il suo cugino limone (femminiellosorrentino, anche detto limone “Ovale di Sorrento e limone di Massa) che ha portato a conoscere al mondo intero il famosissimo giallo e profumato infuso, le ha ingiustamente sottratto le luci della ribalta.
Classica pagliarella o prevola sorrentina
La Penisola Sorrentina, e Sorrento in particolare, sono conosciute per la produzione di agrumi IGP. Come il limone, anche l’arancio è una coltivazione tradizionale del nostro territorio, e, come per i limoneti, anche gli aranceti sono protetti dal vento e dal freddo dai caratteristici pergolati coperti di paglia (conosciuti con il nome di “pagliarelle”) solitamente realizzati in legno di castagno alte anche 7 metri che ne ritardano la maturazione e ne consentono di raccogliere il prodotto in primavera inoltrata, conferendogli una peculiarità unica, ed è proprio per questo, che può essere venduto in tempi diversi e più ampi rispetto alle altre produzioni di agrumi italiane.
Acquafrescaio
Due le principali varietà di albero: il Biondo Sorrentino e il Biondo Equense. Caratterizzata da una buccia abbastanza spessa, dall’abbondanza di semi e di succo e dal calibro piuttosto elevato. Il succo di quest’arancia è consumato da secoli, come spremuta, presso i caratteristici chioschi degli acquafrescai napoletani.
Proprio come per i gialli cugini anche le arance sono alla base di un ottimo liquore prodotto tipico locale.
Scorzette di arancia candita ricoperte di cioccolato fondente
Negli ultimi anni la pasticceria e la produzione di rinomate cioccolate sposa l’abbinamento del cioccolato meglio se fondente con la profumata arancia, ed è qui che Antonio ci viene in aiuto, riproponendo nella sua Pasticceria non solo le famose scorzette candite ricoperte di cioccolato, che ben si accompagnano alle serate casalinghe invernali al caldo tepore di un caminetto
Ed ha proposito delle scorzette d’arancia candite voglio raccontarvi anche uno storico episodio, sapete che adoro disquisire di cultura gastronomiche e nelle mie ricerche ho scoperto che, consultando il sito Alimentipedia, questo aneddoto che mi piace riportare
San Domenico di Guzman
“A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all’Aventino è presente una pianta di arancio dolce che secondo la tradizione domenicana è stata portata e piantata da San Domenico nel 1220 circa. Si dice che il Santo avesse portato con sé un pollone dalla sua terra spagnola e che tale specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia.
Questo arancio è considerato miracoloso in quanto a distanza di secoli ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull’originale, una volta seccato.
Pare che le cinque arance candite che Santa Caterina da Siena offrì, nel 1379, a papa Urbano VI provenissero proprio da questo arancio di Santa Sabina.” E, per campanilismo mi preme citare alcuni versi del più famoso sorrentino nella storia della letteratura italiana, il grande poeta
Torquato Tasso
Torquato Tasso che in alcuni suoi versi lasciano spazio al nostro immaginario recita: “fugaci mai vivon gli aranci, coi fiori eterni, eterno il frutto dura”.
E dopo le colte citazioni d’obbligo dedicategli, ritorniamo alle golose creazioni di Antonio, che ha ideato infatti tanti altri dolci in cui l’arancia sorrentina viene non solo valorizzata, ma anche gustata, quindi si potranno assaggiare presso la sua pasticceria una serie variegata di profumati biscottini che ben si accompagnano al te, al gusto di arancia, come ad esempio una rivisitazione del locale “biscotto all’amarena”, ma imbottito, contrariamente alla ricetta originale, con le famose scorzette di arancia, il divino amore il mio preferito tra i nostri tradizionali dolci natalizi, al gusto di arancia ed ancora altri deliziosi abbinamenti, come i pasticcini alla mandorla
Tronchetto al profumo d'arancia con cioccolato e noci di sorrento
ed arancia, o le delizie all’arancia, e scorzette candite, per tutti i gusti, assolute, ricoperte interamente di cioccolato fondente, o per metà ed anche al cioccolato bianco e per finire un godurioso tronchetto natalizio al profumo di arancia e cioccolata, una delizia extrasensoriale che ho avuto la fortuna di poter degustare, vi giuro che è veramente un orgasmo per i vostri sensi, e, non mi son potuta tirare assolutamente indietro poichè il mio omonimo Cafiero sostiene: se non assaggi una mia creazione non puoi raccontarla
Lussekatter vuol dire letteralmente “gatti di Lucia”.
Nel periodo natalizio in Svezia si usa tantissimo zafferano e questi dolcini
altro non sono che focaccine dolci allo zafferano, arrotolate a forma di “esse” e di colore giallo, che sta a simboleggiare il sole nel lungo inverno nordico.
Preparazione dei Lusskatter
La ricorrenza di Santa Lucia è molto sentita in tutta la Scandinavia e nelle famiglie si preparano dolci e bevande tipiche della festa queste focaccinevengono distribuite dai bambini durante la festa. Guarda ancheLe tradizioni gastronomiche di santa Lucia in Sicilia
Lussekatter:
Ingredienti:
- gr 700 di farina da dolci,
- gr 150 grammi di burro,
- 1 uovo,
- gr. 1,5 grammi di zafferano,
- dl 3 di latte,
- gr.150 di zucchero,
- gr. 50 grammi di lievito di birra fresco.
Lussekatter
Esecuzione: fate fondere in una casseruola il burro, aggiungete il latte e lo zafferano, quindi portate fino al punto di ebollizione. Togliete dal fuoco e versate il composto sopra il lievito spezzettato. Aggiungete tutti gli altri ingredienti tranne l’ uvetta e l’uovo.
Il risultato dovrà essere una pasta morbida ma non appiccicosa, che va lasciata riposare per 40 minuti coperta da un panno.
A questo punto dividete la pasta in 25-30 pezzi: da ciascun pezzo ottenete una lunga striscia vagamente cilindrica e componetela come un 8 o una S.
Decorate con l’uvetta (preventivamente fatta ammollare). Lasciate riposare ancora 40 minuti, quindi spennellate le focaccine con l’uovo sbattuto. Infornate a 250 gradi per 10 minuti.
In Campania è tradizione quella di prepararli durante il periodo natalizio, sono diffusi in tutta la regione.
I Raffioli sono dolci dalla forma ovale a base di pan di Spagna ricoperti di glassa bianca o marmellata di albicocche, e anche farciti con ricotta, scorza di cedro candita, cioccolato e pistacchi.
Si conservano bene a lungo, per cui si possono consumare anche parecchi giorni dopo le feste.
Il sito dell’Agricoltura della Regione Campania ce li descrive cosi’ : Il raffiolo o raffiuolo è l’adattamento campano del raviolo salato del nord Italia, a cui si ispira, nel nome e nella forma. Questa specialità campana è, però, un dolce a base di pan di spagna che, nella versione originale, è ricoperto di marmellata di albicocche e poggia su una base di glassa di zucchero. La ricetta del raffiolo classico è antichissima e piuttosto laboriosa: si sbattono tuorli e albumi con lo zucchero per 6-7 minuti e poi si aggiungono altro zucchero, mezzo limone, un quarto di cucchiaino di ammoniaca, mezza bustina di vainiglia e l’albume montato a neve. Si mette il tutto in una tasca di tela da pasticceria e si dispongono dei cordoni di pasta di circa 14 cm l’uno ripiegati su sé stessi su delle placche da forno unte e infarinate. Cocendo per circa 10 minuti, i cordoni si allargano fino ad assumere forma ovale e devono essere tolti dal forno e lasciati raffreddare, per poi essere ricoperti di glassa sulla faccia inferiore spennellati con la marmellata di albicocche. Si velano, poi, con altra glassa e si lasciano di nuovo asciugare. La glassa deve essere preparata a parte, addirittura qualche giorno prima dell’uso, perché riposando coperta, si insaporisca. Prima dell’utilizzo, si deve far riprendere riscaldandola a bagno maria; si prepara cocendo a fuoco lento zucchero, acqua e un pizzico di bicarbonato, girando continuamente con un cucchiaio di legno. Una volta portata all’ebollizione, si fa cuocere per qualche minuto per
Raffiolo classico
poi toglierla dal fuoco e si versarla in una insalatiera a scodella, dove si continuerà a girare fino a che non si raffredderà e diventerà bianca e cremosa. Per spalmarla sui raffioli, deve essere usato un pennello o la lama di un coltello. È molto difficile, oggi, che i raffioli vengano preparati in casa, ma si possono trovare in tutte le pasticcerie artigianali della Campania, anche nella versione definita “a cassata”, farciti, cioè, con crema di ricotta, cioccolato, zucchero, canditi, cannella maraschino e vainiglia.
Il mio ricordo di questi dolci, o almeno quelli prodotti qui in costiera, è legato alle visite alle partorienti o gli ammalati a cui si usava regalare vassoi colmi di queste morbide delizie, un’altra curiosità qui da noi vengono chiamati Raffaioli
Le ricette che vado a proporvi sono tre:
La prima è tratta dalla “mia Bibbia”, un testo fondamentale, a mio modesto avviso per chi vuol cimentarsi e provare a realizzare piatti tipici e della costiera sorrentina, e della Campania e del grande sud in generale, ed è “I Sapori del Sud” di Mariano e Rita PaneEdizione Rizzoli
Le altre due sono tratte dal Libricino di Lya Ferretti e Piero Serra interamente dedicato alla Pasticceria napoletana, Edizioni “il Libro in piazza” Edizione del 1993
Raffaioli
Ingredienti:
- 5 uova
- gr 75 zucchero
- gr 220 farina
- 1/2 limone.
Per il naspro o ghiaccia bianca :
- gr 230 zucchero
- gr 230 acqua
- 1 limone.
Raffioli con cassata
Esecuzione:
Battete i rossi con lo zucchero, in un’altra montate le chiare, mi raccomando che il recipiente sia ben asciutto e successivamente strofinato con metà del vostro limone.
A questo punto amalgamate una parte delle chiare ai vostri tuorli adempiendo a questa operazione molto lentamente ed unendovi la parte restanti degli albumi e la farina setacciata, il trutto con estrema delicatezza.
Per la cottura si usa una teglia completamente coperta di farina, e si sistema la pasta avendo cura di formare tanti mucchietti piccoli e ovali della lunghezza di circa dieci centimetri.
Si ricoprono con altra farina e si cuociono in forno a calore molto moderato per circa quarantacinque minuti.
È assolutamente importante non aprire mai il forno fino a cottura ultimata.
Tolti che siano dal forno, si spazzola via tutta la farina che li ricopriva e si rivestono di uno strato sottile di naspro o ghiaccia bianca.
Questo naspro, o glassa o crosta, come vorrete chiamarla, è una di quelle cose dove un piccolo segreto ha il potere di capovolgere una situazione e dare quel tocco particolare che determinerà la buona riuscita del dolce.
Per la sua perfetta riuscita si mette a bollire in una piccola casseruola lo zucchero in un decilitro di acqua fino a che, preso il liquido tra le dita, risulti un po’ appiccicoso senza necessariamente fare il filo.
Cesserà allora di fumare e si formeranno delle bollicine più corpose. Allora levate la casseruola fuori dal fuoco e ponetela nell’acqua fresca rimestando sempre, e quando vedrete che il liquido diventa opaco alla superficie, unite il succo di un quarto di limone e lavorate il liquido molto con il mestolo per ridurlo bianco come la neve. Otterrete una crema alquanto densa che stenderete sul vostro dolce.
Rimettete questo in forno soltanto per due o tre minuti e vedrete che la crosta prenderà un aspetto liscio, duro e lucido.
Raffioli Monacali (o sorrentini) Ingredienti:
- quattordici uova
- gr 500 farina
- gr 700 zucchero
- gr 4 ammoniaca in polvere
- gr 300 zucchero a velo
- un cucchiaino raso bicarbonato di sodio
- gr 150 marmellata di albicocche
- burro q. b.
Esecuzione:
Montate insieme con lo zucchero sette uova intere più sette tuorli. Unitevi, mescolando delicatamente, la farina e l’ammoniaca. A parte, montate a neve i sette albumi che avrete conservato, ed aggiungeteli all’impasto.
Stendetelo sulla spianatoia spolverata di farina, tagliatelo in piccoli rombi di cm. 10 per 6, allineateli su di una placca leggermente unta di burro e spolverizzata di farina e infornateli in forno caldo (da160 a200 gradi) per 20 minuti.
Fateli raffreddare e spennellateli con marmellata di albicocche sciolta sul fuoco con un cucchiaio di acqua e copriteli con la ghiaccia bianca
Raffioli con cassata Ingredienti:
- gr 200 di farina
- 8 uova
- gr 70 di zucchero
- 1 limone
- gr 300 di ricotta
- gr 300 di zucchero a velo
- gr 50 cioccolata fondente
- gr 100 cedro e scorzette d’arancia canditi
- gr 100 pasta di pistacchi
- gr 100 armellata di albicocche
- Ghiaccia bianca q. b.
Raffioli con cassata
Esecuzione:
In una terrina battete i rossi d’uovo con 70 gr. di zucchero sino a farne una crema, aggiungete la farina, ia scorza grattugiata di un limone e i bianchi d’uovo battuti a neve ben ferma.
Imburrate degli stampini ovali, versate in ognuno di essi un po’ dell’impasto che avrete ben lavorato e infornate, per circa 20 minuti, a calore moderato.
Preparate intanto il ripieno, passando la ricotta al setaccio e mescolandola con lo zucchero a velo, la cioccolata e i canditi tagliuzzati minutamente. Tagliate a meta ogni dolcetto e farcitelo con questo ripieno, richiudetelo, ponete sulla superficie una striscetta di pasta di pistacchio, spennellate con marmellata di albicocche sciolta sul fuoco con un po’ d’acqua e coprite più volte, via via che si asciuga, con ghiaccia bianca che avrete preparato secondo la relativa ricetta.
El Greco - San Martino e il mendicante - National Gallery , Washington
Mi fa particolarmente piacere scrivere di San Martino, poichè questo è il nome del mio trisavolo, che da Siena venne qui in penisola sorrentina a lavorare al Dazio, si chiamava Martino Soldatini, e tutti i Soldatini che risiedono qui in penisola sorrentina, son tutti parenti, suoi discendenti. Molte le tradizioni non solo gastronomiche, ma di proverbi e poesie legate al culto di questo santo, ma anche canzoni, ricordiamo che Fiorello qualche anno fa portò in musica la famosissima poesia di Giosuè Carducci: San Martino Per San Martino, ogni mosto diventa vino, questo e’ tra modi di dire quello più popolare.
Martino, nasce in Pannonia, l’attuale Ungheria, figlio di un ufficiale romano e, si convertì al cristianesimo quando il padre si trasferi’ a Pavia
Furono i suoi genitori, che desideravano per lui una carriera militare, (Martinus = piccolo Marte) costringendolo ad entrare nell’esercito.
Arruolato nella cavalleria imperiale, prestò servizio in Gallia, dove avvenne l’episodio per cui ancora adesso è ricordato. Incontrato un povero viandante che tremava per il freddo, tagliò con la sua spada il mantello e gliene diede metà (più probabilmente divise la stoffa dalla pelliccia che foderava all’interno il mantello dei soldati romani). La notte seguente sognò Gesù, che gli rivelò di essere lui stesso il viandante.
Il clima miracolosamente si riscaldò (da qui “l’estate di san Martino“)
Martino, si fece battezzare, e abbandonò l’esercito, convertì anche la madre al cristianesimo e fu poi ordinato sacerdote in Gallia dal vescovo Ilario.
Nel 361 fondò a Ligugé il primo monastero dell’Europa occidentale.
Nel 371 venne eletto vescovo di Tours, e fondò a Marmoutier una comunità per la formazione del clero. Per vent’anni operò per l’evangelizzazione delle campagne, abbattendo idoli pagani e sostenendo i poveri contro l’esasperato fiscalismo dell’Impero.
Morì nel 397 nella cittadina di Candés, che da allora si chiamò Candes-Saint-Martin, e fu sepolto a Tours.
Il suo culto divenne subito popolarissimo in Francia e nel resto d’Europa, dove si diffuse in età carolingia.
La raffigurazione più frequente rievoca l’episodio del mantello, a volte viene appresentato con un’oca, il motivo è da ricercarsi in una leggenda secondo la quale, quando a furor di popolo fu acclamato vescovo di Tours, poiché non si riteneva degno di un così grande onore, fuggì in campagna, e si nascose nella stalla di un casolare, ma la stalla era piena di oche che con il loro starnazzare svelarono il nascondiglio di Martino alla gente che lo stava cercando.
Il termine architettonico “cappella” deriva da un piccolo edificio dove i re merovingi tenevano una reliquia del Santo, probabilmente un frammento della sua cappa, parola del latino tardo che indica un pesante mantello protettivo
Una volta si diceva anche fare San Martino. Significava traslocare, lasciare un alloggio, perchè i contratti scadevano di regola il giorno di San Martino. In questo cominciava l’anno giudiziario, dei parlamenti e delle scuole, si svolgevano le elezioni comunali, si rinnovavano i contratti e si pagavano le locazioni.
Martino oltre ad essere il santo patrono dei soldati e dei cavalieri, divenne, con San Giorgio, il modello del perfetto cavaliere cristiano.
Per il suo atto di carità è patrono dei medicanti, per il mantello dei sarti; per la cinghia alla quale era appesa la sua spada, dei conciatori di pelli dei lavoratori del cuoio. Poiché una volta trasformò l’acqua in vino, è patrono degli osti, dei fabbricantidi brocche, dei bevitori e degli ubriachi. È patrono dei viticultori e dei vendemmiatorie dei sommelier, perché in occasione della sua festa si beve il vino nuovo, ma anche dei mariti traditi, quindi dei cornuti, ed a proposito di questi ultimi scopriamone il perchè: tradizionalmente nel napoletano si dice che: San Martino se purtava ‘a sora ncuollo.
San Martino si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini ma vanamente, perche’ questa, trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza del fratello, e… chiamala scema…..
Ma la vicenda non è attestata dalla Legenda aurea.
Processione dei Cornuti a Ruviano in provincia di Caserta
A Ruviano in provincia di Caserta si tiene l’11 novembre la processione dei cornuti.
Arape ‘a prucessione e’ San Martino
(Apre la processione di San Martino) Si intende di un marito che e’ in prima fila nella sfilata allegorica dei cornuti – la “confraternita di San Martino”.
Nell’agiografia San Martino dovrebbe proteggere i mariti. Ma a quanto pare, ha fatto cilecca pure lui….a chi votarsi allora?
Sabba di Francisco Goya
Il diavolo che invitava le streghe al sabba si chiamava Martinellus o Martinettus e anche il caprone, ed il pecorone per intenderci, nella forma dialettale napoletana viene anche chiamato o’ Martiniello
Le coma adornano sia la fronte degli dei (ad es. Giove; Ammone rappresentato con la testa di Giove e le corna di ariete;
Efesto, ridicolmente zoppo e cornuto) che degli eroi (ad es. Mose’ talvolta anche dei santi cristiani (San Ronan, a Carnac, in Francia).
Le corna simboleggiano potenza, luce (nella tradizione giudeo-cristiana) aggressivita’ mentre il “corno dell’abbondanza” nella tradizione greco-romana e’ simbolo di fecondita’ e felicita’.
Nel Libro egizio del morti, Ammone detto “Signore dei due corni”. Eroi cornuti son presenti anche in Cina e presso i Celti.
Molti guerrieri in varie contrade indossavano elmi con le corna.
Secondo vari studiosi occorre distinguere le corna dei bovidi, di carattere lunare, emblemi della Magna Mater (Grande Madre connessi alla fertilita’, da quelle del capro e del montone, di carattere solare e mascolino.
Mosè
Le corna fanno anche parte del costume sciamanico siberiano (corna di cervidi).
In Mose’ e nei Salmi le corna sono il simbolo della forza divina radiante.
L’eroe celtico Conganchnes addirittura vestito di una pelle cornea, che lo rende invulnerabile con la sola eccezione, della pianta del piede.
Da tanta altezza nella tradizione popolare le corna sono decadute a indicare la vittima del tradimento erotico l’origine di questa convenzione assai dibattuta a rigor di termini il “cornuto” dovrebbe essere l’altro (essendo le corna simbolo tra l’altro di potenza virile). A Napoli: Corne ‘e sore so’ corne d’oro;
corne ‘e pariente so’ corna ‘e argiento;
corna ‘e mugliere so’ corna overe; corne ‘e nammurate, so corna
arraggiate; corna e’ marite, corna sapurite
I vari tipi di cornuti a Roma Aricordateve che li cornuti si dividono in 5 specie.
Becchi, Cuccubboni, Becconi, Tribecchi e Calidoni.
1) Li Becchi so’ quelli che nun ce lo sanno d’essere;
2) Li Cuccubboni ce lo sanno e tireno a campa’ pe quieto vive;
3) Li becconi ce magneno sopra; 4) er Tribbecco e’ quello che porta l’amico a casa sua e se squaja co’ na scusa;
5) er Calidone poi e’ quello che porta lo stendardo ne’ la processione
de San Martino: e’ quello che accompagna la moje a casa de l’amico.
L’Ordine dei cornuti davanti al trono di Sua Maestà, Infedeltà: vignetta francese, 1815.
Secondo un dotto intervento di Arturo Graf, San Martino era associato a San Giuliano come santo protettore e procacciatore di buon albergo (che nel Medioevo, per tradizione d’ospitalità e obbligo di cortesia, comportava la stanza, la tavola e anche una compagna di letto per la notte, spesso la moglie dell’ospite, che diveniva così cornuto per dovere): “non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo poté credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l’ajuto dei santi non pare troppo a proposito.
Fatto sta che ostel saint Martin significò quel medesimo che ostel saint Julien“.
E ora veniamo alla tradizione gastronomica di san Martino, a Venezia, l’11 di novembre, viene realizzato un dolce di pastafrolla ed è tradizione scambiarselo tra fidanzati.
Questa preparazione rappresenta il santo a cavallo con la sua spada.
Generalmente lo si trova nelle pasticcerie ricoperto di glassa di zucchero e decorato di smarties ma anche ricoperto di cioccolato fondente o al latte con sopra cioccolatini, insomma estro e fantasia la fanno da padrone.
Per questa ricorrenza i bambini girano per le strade sbattendo pentole e vecchi coperchi, entrando di negozio in negozio, e fermando ogni passante per racimolare qualche monetina e canticchiando questa filastrocca:
S. Martin xe ‘ndà in sofita a trovar ea so’ novissa ea novista no ghe gera S.Martin col cùeo par tera.
E col nostro sachetìn viva viva e S.Martin!
Dolce di san Martino (Venezia)
Prima di mettersi a lavoro è importante ricavare la formina di carta per poter poi ritagliare il dolce
Per la pasta frolla:
- 250 gr. di farina
- 150 gr. di burro
- 100 gr. di zucchero
- 1 tuorlo
Dolce di san Martino
Per la glassa e copertura:
- 300 gr. di zucchero a velo
- 1 albume
- 5 gocce di limone
- 100 gr. di smarties al cioccolato
Esecuzione:
La prima operazione necessaria è quella di accendere il forno a 180°C.
Preparate la base di pasta frolla: mettete in un recipiente, la farina, lo zucchero, il burro ammorbidito a tocchetti ed il tuorlo, separandolo dall’albume che metterete in una ciotola a parte. Lavorate gli ingredienti e quando avranno assunto una buona consistenza ed unitevi la farina.
Lavorate con la punta delle dita fino a quando il composto non diventa omogeneo sia nella consistenza che nel colore, e ricavatene una palla.
Infarinate un foglio di carta forno e spianate la pasta ricavandone una forma
rettangolare della misura di 30×40 cm e ritagliatene i contorni del dolce.
Infornatelo fatelo dorare (15/20 minuti di cottura).
Quando la pasta frolla sarà pronta e la metterete a raffreddare, ed incomincerete a preparare la glassa:
In una ciotola mettete l’albume e versatevi, lo zucchero a velo, (un cucchiaio alla volta) rimestando con un cucchiaio di legno.
Attenzione solo quando il primo cucchiaio è assorbito, aggiungerete il secondo e così via, fino ad aver aggiunto metà dello zucchero.
A questo punto aggiungete 5 gocce di limone, rimestate ancora e continuate ad aggiungere lo zucchero come in precedenza.
Al termine dell’operazione il vostro composto dovrà risultare abbastanza consistente e bisognerà girarlo energicamente per qualche minuto fino a quando non diventerà bello lucido. La glassa è pronta e ora versatela in una sacca con foro a stella medio, e cominciate a ricoprire per bene il biscotto.
Quando sarà completamente coperto, decorarteo con gli smarties, facendo una giusta pressione per farli solo aderire.
Una volta completata la copertura, lasciate “asciugare” la glassa per circa 12 ore a temperatura ambiente.
Se volete potete sbizzarrire il vostro estro creativo colorando ad esempio la glassa con del colore alimentare, sia con la decorazione (guarnendo con i dolci preferiti dai vostri bimbi, cioccolattini, caramelle, confetti etc.)
E ora da Venezia ci rechiamo alla parte opposta dello stivale, e cioè in Sicilia e precisamente a Palermo dove per san Martino vengono preparate queste meravigliose e
Biscotti di san martino decorati
profumatissime delizie.
La tradizione palermitana nello specifico, festeggia San Martino con il rito del biscotto di San Martino “abbagnatu nn’u muscatu”.
Duri e friabili allo stesso tempo, sono aromatizzati con anice e cannella, ed impregnati della mediterranea fragranza del moscato. Lo si può trovare in tre varianti: il tricotto (croccante e friabile, destinato all’inzuppo), il rasco (pasta morbida, inzuppata di liquore, destinata ad essere riempita di crema di ricotta) e la versione del biscotto decorato (pasta morbida, scavato e riempito di conserva, glassato e merlettato con zucchero e decorato con un cioccolatino e frangette d’argento).
Biscotto di sammartinellorasco.
Biscotto di san Martino Rasco
Ingredienti:
- 1 kg di farina;
- 250 g di strutto;
- 160 g di zucchero;
- 60 g di lievito di birra;
- 40 g di semi di finocchio;
- cannella in polvere;
- Moscato q.b.;
- Ricotta q.b.;
- Zucchero a velo q.b.
Esecuzione:
Mettete in una ciotola grande la farina, al centro ponete lo strutto, lo zucchero, il lievito, precedentemente miscelato ad un po’ di acqua tiepida, i semi di finocchio, e la cannella.
Amalgamate fin quando l’impasto non sarà morbido e compatto.
Tagliate l’impasto a cilindretti, che avvolgerete a spirale, metteteli in forno a fuoco moderato e tirateli fuori quando sono cotti ma morbidi.
Tagliateli in due parti, facendo attenzione che sia un pezzo per un quarto e l’altro per tre quarti, e lasciateli raffreddare.
Bagnate leggermente le due parti con il moscato.
Fra base e “cappello” mettete una buona quantità di ricotta, precedentemente lavorata con un po’ di zucchero.
Spolverate la parte superiore con zucchero a velo e cannella in polvere.
Biscotto di san martino tricotto
Sammartinielli o biscotti di san martino tricotti foto gentilmente offerta da Danele Romano prima che se li strafocasse tutti quanti:-)
Ingredienti:
- 500 gr di farina
- 200 gr di zucchero semolato
- 100 gr di strutto
- 200 gr di lievito di birra
- Semi d’anice
- Cannella in polvere
- Sale
- Burro
Esecuzione:
Al centro della farina setacciata a fontana versate 1 dl di acqua tiepida con un pizzico di sale e lo strutto lavorate il tutto con cura. Aggiungete, quindi, il lievito di birra, lo zucchero, un cucchiaino di semi d’anice e un pizzico di cannella, quindi impastate a lungo fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo.
Ricavate dei bastoncini della lunghezza di 5-6 cm, poi avvolgete ciascun bastoncino a spirale e adagiatelo in una placca imburrata. Coprite e fate lievitare per qualche ora in un luogo tiepido. Appena i biscotti saranno ben gonfi e lievitati, infornate a 200° per circa 10 minuti.
A questo punto, sfornateli e portate la temperatura a 160°, quindi infornate nuovamente i biscotti e cuocete per altri 20 minuti, avendo cura di controllare che non si scuriscano troppo.
Ovviamente non parlo di una extracomunitaria che vive ad Aversa, in provincia di Caserta:-), assolutamente no, ma di una specialità locale, veramente buona, un’orgasmo dei 5 sensi che ho avuto modo di degustare grazie a Pino Imperatore, il famoso zio Pino da me intervistato gastronomicamente.
Dunque, questa prelibatezza si racconta sia nata nel 1926 quando Nicola e Maria Mungiguerra inaugurano l’omonima pasticceria di via Garibaldi ad Aversa.
Nicola e Maria alto non fecero che reinterpretare una ricetta che gli venne regalata da una suora che proveniva dall’Est europeo e dalla quale ha preso il nome.
Successivamente, portando avanti la tradizione di famiglia , Antonio e Franco Mungiguerra prima e, dopo i loro figli hanno continuato a mantenere viva la tradizione familiare.
Per anni la ricetta è stata gelosamente custodita, degustata da grandi celebrità tra cui l’ex presidente della repubblica Giovanni Leone che se la faceva portare fino al Quirinale (e ironia della sorte piaceva anche a Camilla Cederna autrice de La carriera di un presidente che vendette oltre 600.000 copie e che fu poi determinante nella decisione di Leone di dimettersi da capo dello Stato), anche Umberto Agnelli l’amava ed il suo fornitore ufficiale era uno degli avvocati della Fiat, l’aversano Paolo Trofino. Nel 1990 venne servita anche a Giovanni Paolo II durante la sua visita nella città di Aversa.
Nonostante il segreto sia gelosamente conservato oggi tutte le pasticcerie dell’aversano producono la polacca che e si può facilmente realizzare anche in casa.
LA RICETTA – Ci sono diverse ricette in circolazione, ognuno ha la sua, io, con il consulto di varie pubblicazioni gastronomiche ed il grande supporto del web, ho trovato questa:
Ingredienti: per la pasta
- 1/2 Kg di farina;
- 50 gr di zucchero;
- 150 grammi di burro o di margarina;
- un panetto di lievito di birra;
- 2 uova intere,
- un pizzico di sale,
- scorza di arancia grattugiata,
- un cucchiaio di farina di mandorle,
- una bustina di vaniglia. Per la crema pasticciera:
- 4 tuorli d’uovo,
- 6 cucchiai di zucchero,
- 4 cucchiai di farina,
- la scorza di un limone grattugiata,
- una bustina di vaniglia,
- 1/2 litro di latte. Per la farcitura e prima della cottura:
- 1 tuorlo d’uovo,
- amarene sciroppate
- 1 cucchiaio di zucchero semolato. Esecuzione:
Riunite tutti gli ingredienti lavorateli fino ad ottenere una pasta elastica che lascerete riposare per qualche ora.
Preparate la crema pasticciera, battendo i tuorli con lo zucchero, aggiungete alternativamente farina e latte, aggiungete la buccia di limone grattugiata e la bustina di vaniglia. Mescolate con la frusta per evitare che si formino grumi, quando è ben densa, spegnete e lasciate raffreddare.
Stendete la pasta ricavandone dei dischi molto sottili al massimo devono essere spessi un paio di millimetri. Su uno dei dischi mettete la crema pasticciera e aggiungete a intervalli regolari le amarene sciroppate, Ricoprite con un secondo disco di pasta.
Spennellate la superficie con il tuorlo d’uovo e cospargete di zucchero semolato. Infornate per 30 minuti a 180 gradi, il forno deve essere già caldo. Se non riuscite a recuperare la farina di mandorle potrete tritarle e polverizzarle usando delle mandorle pelate, o in alternativa qualche goccia di essenza di mandorla. Per chiudere bene i due dischi e farli aderire potrete usare del bianco d’uovo (o in alternativa inumidite i bordi esterni con dell’acqua).
Per cuocerla meglio usate una teglia bassa che avrete in precedenza imburrato ed infarinato.
Se durante la cottura la superficie dovesse diventare troppo scura, copritela con un foglio di carta argentata.
Come vi ho detto, su questa preparazione esistono diverse varianti ed alcune eliminano le mandorle oppure utilizzano anche fecola di patate o addirittura le patate premute assieme alla farina.
Cicero discovering the tomb of Archimedes - Martin Knolle
Marco Tullio Cicerone, prima di diventare console romano fu questore in Sicilia, qui riportiamo una sua citazione riguardo ad una golosità dell’isola: “Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus”, ossia: “cannolo farinaceo fatto di latte per un dolcissimo cibo”.
Quasi certamente quel cannolo di Cicerone era ricoperto di miele al posto dello zucchero
Tra le leggende legate a questa preparazione vi è quella che questo dolce vide i suoi natali durante il periodo di carnevale all’interno di un monastero nel palermitano. Infatti il nome deriva da canna (un arbusto che venne in seguito utilizzato per dare la forma al dolce prima di cuocerlo) e lo scherzo carnevalesco consisteva nel far uscire dai rubinetti (chiamati anche canne) delle fontane del monastero della ricotta invece che dell’acqua.
Altri, invece, sostengono che siano gli arabi, che lo hanno portato nell’isola, questi, infatti realizzavano dei dolci dalla forma di banana ripieni di mandorle e zucchero.
Nel 1685 un poeta – tale sacerdote D. Stefano – componeva dei versi, divertenti e giocosi, dedicandoli a questa gustosa leccornia simbolo della Sicilia :
Beddi cannola di Carnilivari,
megghiu vuccuni a lu munnu un ci nn’è;
su’ biniditti spisi li dinari,
ogni cannolu è scettru di ogni Re;
arrivanu li donni a disirtari:
lu cannolu è la virga di Moisè.
Cu’ nun ni mancia, si fazza ammazzari,
cu’ li disprezza, è un gran curnutu affè.
[Bei cannoli di Carnevale, / migliore boccone al mondo non c’è; / sono benedetti spesi i denari, / ogni cannolo è scettro di ogni re; / arrivano le donne ad abortire: / il cannolo è la verga di Mosè. / Chi non ne mangia, si faccia ammazzare, / chi li disprezza, è un gran cornuto, in fede mia]
Solitamente i cannoli che si offrono ad amici e ai parenti devono essere nel numero di dodici o multipli.
La ricetta tradizionale, vuole che la ricotta, sia arricchita di frutta candita e pezzetti di pistacchio, e Brillait Savarin sublime meditatore della “Fisiologia del Gusto” pare che abbia dichiarato, a proposito di dolci simili ai cannoli: “Il Creatore, obbligando l’uomo a mangiare per vivere, lo invita con l’appetito e lo ricompensa con il piacere”.
I cannoli di Piana degli Albanesi
Il cannolo é il dolce siciliano più noto ed i cannoli di Piana degli Albanesi (sono di dimensioni difficilmente riscontrabili in altre zone della Sicilia), e di Dattilo sono tra i più buoni e noti della Sicilia.
E’ possibile degustarli a carnevale, offerti dagli artigiani di Piana.
Nel 2003 è stato realizzato il “cannolone”: una vera e propria opera d’arte di 150 chili di peso che, scortato dalla forze dell’ordine, è stato posto sotto il palco per la ufficiale misurazione ad opera di un notaio e di un ingegnere: 4 metri!!!
L’idea venuta a Mario Giglio a cui è dovuta anche l’organizzazione. La realizzazione è stata ottenuta lavorando 10 segmenti saldati con cioccolato e rafforzati dall’interno con altra pasta per scorza. Al posto delle tradizionali cannucce, su cui si avvolge e frigge la scorza, si è realizzato un tamburo di legno alto 30 cm e lungo 40. Con tanta pazienza e abilità il pasticciere Giorgio Clesceri e consorte sono riusciti a realizzare questo capolavoro.
Oltre ai cannoli, vi sono i cannolicchi più piccoli ma con lo stesso ripieno.
In rete, le ricette sui cannoli sono tantissime, io ho scelto questa tratta tratta da it.hobby.cucina dal sito della mitica Gennarino Ingredienti:
Per la scorza:
- gr 200 di farina,
- gr 20 di strutto,
- gr 30 di zucchero,
- 2 cucchiai di marsala secco (o di più se l’impasto dovesse risultare troppo duro e difficile da stendere),
- un pizzico di sale,
- strutto per friggere.
Cannolo siciliano
Per il ripieno:
- gr 800 di ricotta (freschissima e RIGOROSAMENTE di pecora),
- gr 200 di cioccolato fondente a scaglie,
- gr 350 di zucchero,
- gr 50 di zucchero a velo,
- gr 100 di buccia d’arancia candita.
Esecuzione:
Preparate le scorze (i cannoli di pasta fritta da riempire, al momento del consumo, di crema di ricotta) impastando la farina setacciata con lo zucchero, il marsala, un pizzico di sale e lo strutto.
Ottenuta una pasta compatta formate una palla e lasciate riposare una trentina di minuti. Stendete quindi la pasta in una sfoglia sottile (potete anche usare la macchina per la pasta) e ricavatene delle forme circolari del diametro di una decina di centimetri.
Avvolgete poi i pezzi di pasta intorno alle canne di alluminio. Sciogliete in padella abbondante strutto e friggete la pasta. Togliete i cilindri, sfilandoli con delicatezza per evitare che le scorze si rompano.
Per preparare la crema, strizzate la ricotta servendovi di uno strofinaccio. Successivamente, setacciarla e metterla in una terrina. Aggiungete quindi lo zucchero e lavorate con un cucchiaio di legno in modo di amalgamare al meglio ed aggiungete il cioccolato.
Al momento del consumo (al massimo una decina di minuti prima, altrimenti l’umidità rovinerebbe inevitabilmente i cannoli) farciteli di crema e spolverateli con lo zucchero a velo.
Decorate ai lati con striscioline di buccia d’arancia candita
Conosco Vincenzo Carini, Vik, da almeno un decennio, ed è una di quelle persone, che pur non conoscendo personalmente posso considerare amica, e con cui interagisco giornaliermente su Facebook.
Ho recuperato questa sua ricetta della crema di ricotta per i cannoli, dalla Guida al Mangiare bene di Supereva, perchè è divertente il modo in cui l’ha trascritta
Considerazione essenziale per comprendere cosa vi state mangiando se ricevete in dono dei cannoli che vi dicono provenire dalla Sicilia, eheheh facile a dirlo…. Continue reading →
Di questo dolce, io ho un ricordo fanciullesco, poichè quando alla domenica al termine del luculliano pranzo arrivavano le “paste” questo, era il dolce preferito di mio papa’, ora è diventato anche il mio.
Ho anche un vago ricordo di una preparazione nel cui interno, era custodito un’inebriante ripieno a base di crema e pasta di mandorla e nel cui centro ben nascosta vi era un’amarena sciroppata…slurpete…
La ricetta che vi vado a proporre, l’ho recuperata da un vecchio libro sulla pasticceria napoletana di Piero Serra e Lya Ferretti
Pasticcetto sorrentino di crema ed amarene
Pasticcetti o pasticcini all’amarena
Ingredienti:
Per la pasta frolla
- gr 300 di farina
- gr 150 di sugna
- 3 tuorli d’uovo
- gr 150 di zucchero
- scorza grattugiata di un limone
- 1 pizzico di sale
Per la crema
- 4 tuorli d’uovo
- gr 200 di zucchero
- 1/2 litro di latte
- gr 60 di fecola di patate
- scorza di limone grattugiata
- una bustina di vaniglina
Per il ripieno
- amarene sciroppate
e zucchero a velo per la decorazione dei vostri pasticcetti.
Esecuzione:
Preparate la pasta frolla, ognuno di noi è sicuramente in possesso, della solita ricetta della pasta frolla. Stendetela con il matterello su di un foglio di carta oleata, ungete gli stampini con un po di burro e foderateli con la pastafrolla, Riempite ogni stampino con la crema pasticciera ed al centro mettete qualche amarena, ricopriteli con un dischetto di pasta e mandateli al forno, cuoceteli a calore moderato, quando saranno ben dorati, toglieteli, fateli raffreddare e spolverateli con lo zucchero a velo.
*Pubblicità del 1960 delle caramelle "Rossana" dal Blog " http://memoryssubmarine.blogspot.com/
Le Rossana sono legate alla mia fanciullezza, ricordo sempre che la calza della befana, era piena di queste caramelle, dall’involucro rosso con la scritta dorata “Rossana”, attualmente ancora sono in commercio, ma non essendoci un grande martellamento pubblicitario, le nuove generazioni, neanche sanno di cosa stiamo parlando.
Ogni domenica a mio nipote Mario vengono regalate, ma lui, non è che ne mangia tante, così le abbiamo fatte scoprire anche all’altro nipote, quello più piccolo, Mauro, che vive in Belgio, il quale le ha gradite veramente tanto.
Ma di queste caramelle, ne abbiamo accumulate veramente veramente tante, e allora sorge il problema di come poterle impiegare, ed ecco che da una ricerca sul web, scoprop che si possono realizzare delle torte da farcire con una crema alle caramelle rossana, una ricetta semplice semplice , che sicuramente piacerà non solo ai bambini ma anche agli adulti, io ho utilizzato questa versione:
Per la crema alle caramelle rossana Ingredienti:
- 1/2 litro di latte
- gr 350 caramelle Rossana
- 4 tuorli
- 3 cucchiai di farina
Esecuzione:
Mettete in una pentola il latte e le caramelle. Portate a fuoco basissimo mescolando per evitare che le caramelle si attachino sul fondo e fino al completo scioglimento.
In una terrina mescolate i tuorli con la farina facendo attenzione a non formare grumi, e rimestate fino ad amalgamare bene i due composti.
Mettete il tutto in una pentola ed aggiungete a filo il latte. Rimettete sul fuoco fino al completo addensamento.
Per il pan di spagna:
La premessa è che sicuramente ognuno di voi avrà una sua ricetta collaudata del pan di spagna, io vi propongo questa: ingredienti:
- 8 uova
- gr. 150 farina
- gr. 150 fecola
- gr. 300 zucchero
- la scorza di 1 limone grattugiata
- 1 bustina di lievito per dolci
- 1 bustina di vanillina
- 1 pizzico di sale
Esecuzione:
Montate a neve ferma i bianchi, e lavorate i rossi con lo zucchero ed il pizzico di sale per 15 – 20 minuti, unite i due composti fino a quando non assumeranno un colore giallo paglierino e saranno soffici raddoppiando il loro volume.
Imburrate ed infarinate una tortiera
Aggiungete alle uova il limone grattugiato e la vanillina poi la farina, la fecola e il lievito setacciati.
Quando il composto avrà raggiunto una giusta consistenza versartelo nella tortiera e cuocete in forno a 160 gradi per 45 – 55 minuti (poi dipende sempre dal forno).
Per la bagna
- gr 200 di acqua
- gr 100 di zucchero
- scorza di limone
- scorze di arancio
Esecuzione:
mettete a bollire l’acqua con le bucce di limone e lo zucchero, appena bolle spegnete e lasciate raffreddare poi unite un liquore che più vi piace e nella misura che gradite.
Composizione del dolce
Una volta che il pan di spagna si sarà raffreddato tagliatelo in due, bagnatelo con lo sciroppo a base di e farcitelo con la crema.
Ovviamente se mezzo litro di crema non dovesse bastare raddoppiate le dose, cospargete di crema anche la superfice e cospargetela di lamelle di mandorle.
Crostata alla crema rossana Naturalmente, anche per la frolla, ognuno utilizza la sua personale ricetta, io ho utilizzato questa Ingredienti per la pasta frolla:
- gr 125 zucchero
- gr 350 farina
- gr 125 burro morbido
- 2 uova intere
- 1 tuorlo
- un pizzico di sale
- buccia grattugiata di un limone
- 1 pizzico di bicarbonato
Esecuzione:
Disponete la farina a fontana. Mettete al centro le uova, lo zucchero, il burro, un pizzico di sale, la buccia grattugiata del limone, il pizzico di bicarbonato. Impastate gli ingredienti al centro e incorporatevi un po per volta la farina. Lavorate l’impasto fino ad ottenere un composto omogeneo. Formatene una palla, ricopritela con la pellicola
Caramelle Rossana Perugina
trasparente e lasciate riposare in frigo per mezz’ora.
Ora, foderate una teglia circolare con della carta da forno e stendetevi sopra
l’impasto, mettendone da parte per ricavare le striscioline dopo. Punzecchiate il fondo con i rebbi di una forchetta. Mettete a cuocere
Quando si sarà cotta, lasciate raffreddare e mettete sul fondo dei savoiardi sbriciolati bagnati con un po di liquore a vostro piacimento (io utilizzo il limoncello).
Versate la crema rossana.
Ricavate delle striscioline con l’impasto tenuto da parte aiutandovi con un taglia pizza, e disponetele sulla crostata. in ogni quadratino mettete una mandorla e rimettete in forno fino a cottura delle striscette.
Fate raffreddare e tenetela una ventina di minuti in frigo prima di servirla.
Nel nostro Paese, vi è quasi sempre la tradizione, in occasione delle feste patronali, di realizzare un dolce, una pietanza, un piatto che ricordi quel determinato santo.
Questa è una torta di mele che viene realizzata in occasione della festività di san Lorenzo che ricorre il 10 di agosto.
Di Lorenzo sappiamo che nacque in Spagna, ad Osca in Aragona, nei Pirenei.
Morì ad appena 33 anni, sorpreso mentre celebrava l’eucarestia nelle catacombe di san Callisto, fu arrestato e condannato a morte, ed il giorno 10 di agosto del 258 martirizzato.
Il suo emblema è la graticola. E tra i martiri della Chiesa Cattolica più venerati, patrono di molte città italiane tra le quali Roma e Perugia, è inoltre protettore tra gli altri dei bibliotecari, dei cuochi, vermicellai, pompieri, rosticceri
Una leggenda racconta che, il santo, nel bruciare a fuoco lento su una graticola, non sentendo il calore delle fiamme pervaso com’era dall’amore di Dio, a un certo punto abbia esclamato: “giratemi, da questa parte sono arrostito”.
Torta di mele di san Lorenzo - foto stockfood
Secondo la tradizione le stelle cadenti di questa notte, altro non sono che le sue versate sulla terra per far prosperare i futuri raccolti, e proprio il giorno del suo martirio vi è la possibilità di vederne tante, da cui, successivamente, l’usanza di chiedere una grazia o di esprimere un desiderio.
Torta di mele di san Lorenzo
Ingredienti:
- 5 cucchiai di farina doppio zero,
- 6 cucchiai di zucchero,
- 3 uova,
- 1 bicchiere di latte,
- gr.30 di burro,
- kg 1 di mele,
- 1 limone,
- una bustina di lievito per dolci
Esecuzione:
Sbattete i tuorli con lo zucchero, aggiungete la farina, il latte, la buccia del limone grattugiata, metà delle mele sbucciate e tagliate a fettine sottili. Montate a neve gli albumi ed uniteli all’impasto, aggiungete una bustina di lievito per dolci. Dopo avere bene amalgamato il tutto, versate il composto in una tortiera imburrata, coprite con l’altra metà delle mele. Cospargete con zucchero e burro, cuocere in forno a 150° per circa un’ora (regolarsi con il tipo di forno).
Mi piace definirmi un’amante curiosa della cucina veicolo delle emozioni e della propria personalità,
un po’ irriverente verso la tradizione,
ma attaccata saldamente alle mie radici
Emanuela
Ingredienti per 2 persone :
- 1 tuorlo
- 1 albume
- 100 gr. ricotta di pecora setacciata
- 1 foglio di colla di pesce
- 2 cucchiai di liquore alla vaniglia
- qualche goccia di aroma di fiori di arancio
- 5 gr. pistacchi
- 5 gr. canditi all’arancia
- 40 gr. zucchero
- sale Per la finitura : cioccolato fondente – pistacchi tritati al coltello
Esecuzione:
Montate il tuorlo con lo zucchero ed il liquore. Profumate con l’aroma di fiori di arancio. Quindi mettete su un bagnomaria e continuate a montare sino ad avere un composto spumoso (come lo zabaglione). Togliete dal fuoco ed amalgamatevi la colla di pesce, precedentemente ammollata in acqua fredda, quindi scolata, strizzata e sciolta in due cucchiai di latte scaldati. Amalgamate anche la ricotta setacciata. Quindi unitevi i pistacchi tritati grossolanamente e i canditi di arancia anch’essi grossolanamente tritati. Quando il composto è freddo, amalgamatevi l’albume montato a neve con un pizzico di sale. Ricoprite due stampini con carta forno. Mettete il composto negli stampini e poi in frigorifero, a rassodare. Tenete in frigorifero per qualche ora. Quindi sformateli e rotolateli lateralmente nei pistacchi tritati.
Fondete il cioccolato e e spalmatene uno strato sottile sul dolce. Rimettete a solidificare in frigorifero. Poi decorate con i pistacchi e servite.
Torta di yogurt speziata con pistacchio e cardamomo
Dopo lo dopo lo zafferano e la vaniglia, il cardamomo, rientra tra le spezie più care al mondo.
Il nome indica propriamente la Elettaria: una specie di pianta tropicale appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae (la stessa di cui fa parte lo Zenzero). Spesso però si indicano con lo stesso nome anche altre piante, tra cui la più simile al vero cardamomo è la Amonum.
Conosciuto già in epoca Greca e Romana, veniva utilizzato per produrre profumi.
Largo l’utilizzo che se ne fa per la preparazione del caffè alla turca, e del caffè e del tè nei paesi arabi in generale.
Nella cucina mediorientale, turca e indiana è utilizzato per insaporire dolci e nelle miscele di spezie. Trova un suo utilizzo anche nella cucina dei paesi nordici (per esempio in Finlandia).
I semi neri del cardamomo sono spesso un componente importante del garam masala e per insaporire il riso.
Torta allo yogurt speziata con pistacchi e cardamomo
- 150 di zucchero
- 250 g di farina
- 100 g di pistacchi
- 100 ml di olio di girasole
- 1 yoghurt bianco
- 3 uova
- ½ bustina di lievito per dolci
- 6 bacche di cardamomo macinato(circa un cucchiaino)
- zucchero a velo
Esecuzione:
Frullate i pistacchi unitamente al cardamomo .
Montate le uova con un pizzico di sale e lo zucchero finchè non diventano belle spumose, aggiungete l’olio, lo yogurt i pistacch, il cardamomo e la farina con il lievito setacciati.
Mettete tutto in una teglia 22/24 di diametro imburrata e infarinata e cuocete a 180 per 45 /50 minuti.
Una volta che si è freddata cospargetela di zucchero a velo e servite.
La pera mastantuono (in dialetto napoletano Pera e’ Mast’Antuono’) è una particolare varietà pera di dimensioni molto piccole e rotondeggianti, che vede il massimo della sua produzione nel mese di agosto.
Eccellente varietà di pera soprattutto per la sua consistenza e profumazione.
Purtroppo, attualmente assieme ad altre varietà locali, è stata soppiantata, nonostante le ottime qualità organolettiche dei frutti, da cloni con pezzature più grandi.
Viene consumata fresca o trasformata in marmellata o in pasticceria imbottita con ricotta e ricoperta di cioccolata.
Il perché di questo nome lo ritroviamo in una testimonianza raccolta dalla scrittrice Cecilia Coppola
- …questa pera è corposa e dolce, ma è necessario che non sia ancora matura quando serve per preparare le famose “ pere
mbuttunate”, una vera leccornia, che era considerata anche simbolo di abbondanza e buon augurio. La signora Giovannina Salvo Irolla mi mette a conoscenza di una singolare storia legata a questo frutto, che la mamma Angelina le raccontava. “ Un contadino aveva un albero di pero, molto dispettoso, perché non aveva mai nel corso degli anni prodotto una sola pera, nonostante le sue cure e la sua attenzione. Per questo, stanco e disilluso, decise di tagliarlo e di vendere il legno, Uno scultore ne acquistò il tronco e fece una statua raffigurante Sant’Antonio che fu benedetta e messa in chiesa. Il contadino, venuto a conoscenza del fatto, si portò accanto all’immagine e disse” Io ti cunosco piro e nun facevi pere, mo’ si Sant’Antonio e vuo’ fa’ ‘e grazie? ”(io ti conosco albero di pero che non produceva alcuna pera, ora che sei Sant’Antonio come puoi fare le grazie?”)”.
Da qui ha origine, con molta probabilità, il nome pera Mast’Antuono e questa frase è diventata proverbiale e si usa nei confronti di qualcuno che vuol sembrare buono e santo ed invece non lo è.
Mia Nonna Angela, chiamata affettuosamente in famiglia “Ngiulinella” , madre di mio papà Mario, era un donnone sui 100 kg, si racconta che mio nonno, quando lei era ancora piccina e ritornava da scuola lui, piu’ grande di lei, anche di molto, le diceva affettuosamente: – “jesce ‘a casa” e cioè, “corri a casa”.
Io, Nonna Angela, non l’ho mai conosciuta, se non in foto, in cui è ritratta di fianco a mio Nonno Mariano, ma questo è il ricordo che ho di lei, che rivive in un racconto della buonanima di mia zia Enza.
Si sposò molto giovane, e morì ad appena 38 anni di peritonite.
Il 2 di agosto, festeggiava il suo onomastico, alla “Madonna degli Angeli” preparando questa “Pizza Dolce”
le amarene adagiate sulla pasta di mandorla sul letto di pasta frolla
E da allora in quella occasione la mia mamma non può fare a meno di deliziarci il palato, fosse solo perchè le tradizioni di famiglia vanno rispettate e anche gli onomastici delle “figliole” !
La ricetta, è una ricetta di famiglia, ma ho notato con sommo piacere, che tutte le ricette con la dicitura “Pizza di Crema amarene e mandorle” sono trascritte alla medesima maniera, per non smentire il fatto, che molte cose che circolano sul web vengono copiate, senza nemmeno citare la fonte.
Fattosta che l’originale si trova qui e, risale perlomeno a 10 anni fa se non di più.
Una precisazione, va debitamente fatta, si possono utilizzare 2 strati di crema, cioè la bianca e la nera, il risultato è piu’ goloso, ma nelle foto che corredano questo articolo abbiamo utilizzato solo la crema bianca.
Ingredienti:
Pasta Frolla:
strato di crema bianca
- 1 kg Farina
- 250 gr Burro (o Sugna)
- 1 Limone (scorza Grattugiata)
- 500 gr Zucchero
- 5 Tuorli D’uovo
- un pizzico di sale
Per la Crema:
- 6 Cucchiai di farina
- 6 Cucchiai zucchero
- 6 Tuorli D’uovo
- 300 gr do Cioccolato Fondente In Tavolette
Per il resto:
- 500 gr Amarene
- 500 gr Pasta Di Mandorle
- zucchero a velo per spolverizzare la pizza una volta che si è cotta
Esecuzione:
Rivestite uno stampo con la pasta frolla, alla base di questo sistemerete la pasta di mandorle, ricoprite quindi con la crema a cioccolato ed infine con le amarene e per ultima la crema bianca.
Pizza di crema, amarene e mandorle
Ricoprite con un altro strato di pasta frolla. Cuocete per una mezzora a 150 gradi. Fate raffredare.
Prima di servire cospargetela di zucchero a velo.
Un tempo per questa libidine, venivano utilizzate le amarene, quelle che si “cuocevano al sole” e da cui si ricavava lo sciroppo che emulsionato con acqua fresca in estate era una ottima bevanda dissetante.
ecco qui, finalmente la fettina di dolce, cosi si puo' almeno apprezzarne l'imbottitura
Io ricordo l’altra nonna, nonna Laura, nonna materna, che metteva queste amarene al sole fuori la terrazza erano una macchia di colore rosso sotto il caldo sole estivo.
Ovviamente non credo si trovino ancora in circolazione queste preparazioni, per cui potrete optare tranqullamente per le amarene sciroppate.
Un dolce facile da preparare e che può andare bene sia per la colazione che l’ora del tè
Ingredienti:
- gr 180 zucchero
- gr 180 farina 180g
- gr 150 pistacchi decorticati non salati
- gr 150 burro
- gr 150 yogurt bianco
- 3 uova
- 1 cucchiaio lievito per dolci
- 1 cucchiaino cardamomo macinato
Esecuzione:
Frullare i pistacchi, unire il cardamomo, il burro fuso, la farina e lo zucchero, poi le uova intere e lo yoghurt, mescolare bene. Ungere una teglia da forno di 21cm e versarci il composto. Livellare la superficie e infornare a 180° per 45 minuti finché la torta non sia dorata.
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