Da esperta ed appassionata di gastronomia, nella mia biblioteca gastroletteraria non poteva mancare questa preziosa pubblicazione, curata da Mariangela Rinaldi e Mariangela Vicini - Buon Appetito Santità, ed è da qui che ho trovato degli interessanti spunti per questo mio articolo
San Silvestro I Papa
San Silvestro (314-335)
Il 31 dicembre, ossia l’ultimo giorno dell’anno, si festeggia Silvestro I Papa, il 31 è il giorno della sua morte avvenuta a Roma nel 335. Fu sepolto nella chiesa da lui voluta presso il cimitero di Priscilla.
Gli itinerari dei fedeli del VII secolo ne attestano la sepoltura. E, secondo un’antica tradizione il 2 giugno 761, papa Paolo I lo fece traslare nell’oratorio della Chiesa di San Silvestro in Capite ed il 17 luglio dello stesso anno lo fece portare all’interno della chiesa, dove fu ritrovato durante i restauri del 1596. Papa Clemente VIII lo fece deporre sotto l’altare maggiore.
Un’altra tradizione indica, invece, che nel 756 fu traslato a Nonantola (MO). Secondo il Depositio episcoporum, l’elenco dei giorni della sepoltura dei vescovi romani, che fu compilato appena un anno dopo la morte di papa Silvestro I, la sua festa si celebra il 31 dicembre e la stessa data ricorre sul Calendario di Filocalo. Questo giorno, perciò, è sicuramente il giorno della sua sepoltura.
La Chiesa cristiana ortodossa e le chiese cattoliche che seguono i riti orientali lo celebrano il 2 gennaio.
(fonte Wikipedia)
Ma il 31 dicembre è legato tradizionalmente a cenoni pantagruelici, champagne e bagordi fino all’alba.
La storia di questo Papa è quella di un asceta, un digiunatore, eremita che solo le invocazioni disperate dell’imperatore Costantino, colpito dalla lebbra, fecero sì che scendesse dagli anfratti del monte Soratte ove si era rifugiato in preghiera e meditazione.
La leggenda aurea di Jacopo da Varagine, la fonte più remota di tutte le vite dei Santi, lo descrive come una specie di eroe, irremovibile paladino della fede e come colui che convertì al alla dottrina Cristiana e battezzò l’imperatore non più lebbroso, ma miracolosamente guarito, dopo averlo fatto digiunare per ben sette giorni, mentre per altri ancora, invece fu un debole, un uomo di paglia nelle sue mani.
Papa Silvestro I e l'Imperatore Costantino
Costantino, geniale uomo di stato, consapevole della forza raggiunta ormai dal Cristianesimo nei confronti della cultura pagana, si impegnò per sostituire gli ingranaggi dello stato, i religiosi compresi, con quelli cristiani, cercando di dare stabilità all’insegnamento della nuova fede ed al contribuendo cosi’ a rafforzare il suo potere.
Seguiamo allora la verità ispirata e fantastica degli artisti e vediamo che proprio ad una di queste è legata l’allegoria calendariale dell’anno di 365 giorni.
E, ancora, sono 365 i gradini di un’oscura e orripilante spelonca abitata da un ferocissimo drago, che l’impavido Silvestro discese armato della sua sola fede e di un pezzo di pane, ed è cosi che sarebbe riuscito a legarlo, ad ammansirlo ed a ritornare poi su ripercorrendo gloriosamente la scala per festeggiare la fine del tormento.
Tanti i simboli racchiusi in questa leggenda: Il drago, che simboleggia il paganesimo e i 365 gradini i giorni del calendario romano che San Silvestro avrebbe consegnato al Cristianesimo, battezzando l’imperatore Costantino.
Dunque, la festa di San Silvestro, fissata non casualmente il 31 dicembre, si riferisce al passaggio dall’era pagana a quella cristiana.
Così quando allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, nel corso di un cenone fatto di mille delizie, di zampone e lenticchie, di musica ed allegria, stappiamo lo champagne, rinnoviamo, anche senza saperlo, il ricordo di una storia, quasi fiaba, di un antico ascetico Papa divenuto Santo a furor di popolo.
Ovviamente Silvestro, si asteneva dal cibo e, al massimo, si sarà nutrito con un po’ d’erbe e pane, nessun riferimento ai laboriosi manicaretti tradizionalmente in uso per il Capodanno. Continue reading →
Lo ripropongo in queste pagne ampliato e rimaneggiato.
La storia racconta che Santa Lucia, è venerata sia dalla Chiesa cattolica che e dalla Chiesa ortodossa, nacque a Siracusa, intorno al 283, il suo feroce martirio avvenne sotto Diocleziano. Patrona di Siracusa, dei ciechi, degli oculisti, viene invocata contro le malattie degli occhi e le carestie. Il suo nome deriva dal latinolux , che significa luce.Viene raffigurata con in mano un piatto sul quale riposano gli occhi o con il giglio, la palma, il libro del Vangelo. L’emblema degli occhi sul piatto è motivato dalla devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome.
Ma chi è Lucia? la sua storia veleggia tra copiosi racconti leggendari, nelle due narrazioni riguardanti il suo crudele martirio: uno in latino e l’altro in greco, quest’ultimo è quello che ha maggior credito tra gli studiosi anche perché più vetusto.
Apprendiamo infatti che Lucia, di famiglia aristocratica, subisce il martirio per ordine del governatore Pascasio.
Nel luogo della sua morte, i cristiani di Siracusa “dedicarono a lei un tempio, nel quale i fedeli accorrono alle reliquie”.
Il culto, dunque, comincia subito. E prosegue nel tempo: infatti papa Gregorio Magno (590-604) inserisce già il suo nome nel Canone della Messa, indicandola alla venerazione di tutta la Chiesa.
Ma l’attestato più toccante su Lucia è affiorato dalle catacombe di San Giovanni a Siracusa (la città più ricca di catacombe dopo Roma): e consiste in un’iscrizione funebre in greco, dedicata a una giovane sposa di nome Euskia che, “vissuta buona e pura, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio condegno”.
santa Lucia - Siracusa
Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace toglie momentaneamente agli Arabi la Sicilia orientale, con Siracusa, e trasporta a Costantinopoli il corpo di Lucia.
Quando poi la capitale imperiale viene occupata dai crociati (1204) il doge Enrico Dandolo ordina di portarlo a Venezia (con altra “preda bellica”, tra cui i famosi quattro cavalli di bronzo).
E qui il corpo si trova tuttora, mentre Siracusa conserva di lei solamente delle piccole reliquie.
Santa Lucia – Processione
Ma l’attaccamento dei siciliani a Lucia resta saldo e costante dopo sedici secoli, e viene manifestato pubblicamente con due feste annuali in suo onore: quella canonica del 13 dicembre, e quella siracusana e siciliana di maggio, che adempie un voto formulato nel 1646, durante una grave carestia che aveva colpito la città natale della santa.
Il 13 dicembre dunque, si festeggia Santa Lucia.
Questa festa è molto sentita in Sicilia, ma particolarmente a Siracusa, essendo la Santa siracusana e Patrona della città.
Il 13 dicembre è la data in cui ricorre l’anniversario del suo martirio, e pertanto, in tale ricorrenza la città espone ricchi drappi e tappeti ai balconi dei sui palazzi e si illumina di ceri per onorare la solenne processione, della statua d’argento della Santa, opera di Pietro Rizzo, capolavoro dell’oreficeria siciliana del XVI secolo.
Questa statua, alta quasi quattro metri, racchiude in una teca d’oro, dei preziosissimi frammenti delle costole di Santa Lucia, le cui spoglie sono conservate a Venezia.
L’imponente processione accompagna il simulacro lungo il tradizionale percorso dalla bellissima Cattedrale, sita sull’isola di Ortigia, alla Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, dove rimane esposta.
Il 20 Dicembre la festa si conclude, con il rientro della statua alla Cattedrale, portata in spalla dai “berretti verdi” della confraternita dei falegnami.
Inoltre, il 20 dicembre, in occasione della processione per l’ottava di Santa Lucia, la città usa ospitare una “Lucia di Svezia”, cioè una ragazza svedese che rappresenta Lucia, e che presenta il capo cinto di una corona di candele.
Santa Lucia foto di Massimo Pia
Si racconta infatti che molti secoli fa, re Canuto di Svezia promulgò solennemente che il Natale avrebbe avuto la durata di un mese, dal 13 dicembre - all’epoca giorno del solstizio d’inverno – al 13 gennaio, giorno appunto di San Canuto.
Non conosciamo bene le motivazioni perchè Lucia, una santa siciliana, fosse cosi onorata nella lontana e fredda Svezia: la tradizione si racconta che avesse visitato personalmente il Paese oppure che furono i missionari cristiani a parlare di lei al popolo e a diffonderne successivamente il culto. Qualunque sia stata l’origine, gli svedesi dimostrarono subito un immensa devozione per Lucia, colei che porta luce, festeggiata proprio il giorno del ritorno del sole e della vita. Nel 1927 , un quotidiano di Stoccolma decise di bandire un concorso per eleggere la ”Lucia di Svezia” che, con una corona di sette candele e vestita di una tunica bianca, doveva raccogliere le offerte e i doni da distribuire ai poveri e ai bisognosi in occasione delle feste natalizie. L’iniziativa ebbe un successo clamoroso ed è tuttora in uso, tanto che, a Stoccolma, ad incoronare la prescelta è il vincitore del premio Nobel per la letteratura. Per l’occasione viene cantata la tradizionale canzone di santa Lucia (Luciasången) che non è altro che la celebre “santa Lucia” napoletana adattata con un testo in lingua svedese, ed in alcune città alcune bambine sfilano abbigliate come santa Lucia intonando il Luciasången sostando di casa in casa.
Solo dal 1950 la festa svedese è collegata a quella siciliana, e la Lucia svedese ogni anno si reca a Siracusa per partecipare alla processione che conclude i festeggiamenti in onore della Santa.
Lussekatter vuol dire letteralmente “gatti di Lucia”.
Nel periodo natalizio in Svezia si usa tantissimo zafferano e questi dolcini
altro non sono che focaccine dolci allo zafferano, arrotolate a forma di “esse” e di colore giallo, che sta a simboleggiare il sole nel lungo inverno nordico.
Preparazione dei Lusskatter
La ricorrenza di Santa Lucia è molto sentita in tutta la Scandinavia e nelle famiglie si preparano dolci e bevande tipiche della festa queste focaccinevengono distribuite dai bambini durante la festa. Guarda ancheLe tradizioni gastronomiche di santa Lucia in Sicilia
Lussekatter:
Ingredienti:
- gr 700 di farina da dolci,
- gr 150 grammi di burro,
- 1 uovo,
- gr. 1,5 grammi di zafferano,
- dl 3 di latte,
- gr.150 di zucchero,
- gr. 50 grammi di lievito di birra fresco.
Lussekatter
Esecuzione: fate fondere in una casseruola il burro, aggiungete il latte e lo zafferano, quindi portate fino al punto di ebollizione. Togliete dal fuoco e versate il composto sopra il lievito spezzettato. Aggiungete tutti gli altri ingredienti tranne l’ uvetta e l’uovo.
Il risultato dovrà essere una pasta morbida ma non appiccicosa, che va lasciata riposare per 40 minuti coperta da un panno.
A questo punto dividete la pasta in 25-30 pezzi: da ciascun pezzo ottenete una lunga striscia vagamente cilindrica e componetela come un 8 o una S.
Decorate con l’uvetta (preventivamente fatta ammollare). Lasciate riposare ancora 40 minuti, quindi spennellate le focaccine con l’uovo sbattuto. Infornate a 250 gradi per 10 minuti.
El Greco - San Martino e il mendicante - National Gallery , Washington
Mi fa particolarmente piacere scrivere di San Martino, poichè questo è il nome del mio trisavolo, che da Siena venne qui in penisola sorrentina a lavorare al Dazio, si chiamava Martino Soldatini, e tutti i Soldatini che risiedono qui in penisola sorrentina, son tutti parenti, suoi discendenti. Molte le tradizioni non solo gastronomiche, ma di proverbi e poesie legate al culto di questo santo, ma anche canzoni, ricordiamo che Fiorello qualche anno fa portò in musica la famosissima poesia di Giosuè Carducci: San Martino Per San Martino, ogni mosto diventa vino, questo e’ tra modi di dire quello più popolare.
Martino, nasce in Pannonia, l’attuale Ungheria, figlio di un ufficiale romano e, si convertì al cristianesimo quando il padre si trasferi’ a Pavia
Furono i suoi genitori, che desideravano per lui una carriera militare, (Martinus = piccolo Marte) costringendolo ad entrare nell’esercito.
Arruolato nella cavalleria imperiale, prestò servizio in Gallia, dove avvenne l’episodio per cui ancora adesso è ricordato. Incontrato un povero viandante che tremava per il freddo, tagliò con la sua spada il mantello e gliene diede metà (più probabilmente divise la stoffa dalla pelliccia che foderava all’interno il mantello dei soldati romani). La notte seguente sognò Gesù, che gli rivelò di essere lui stesso il viandante.
Il clima miracolosamente si riscaldò (da qui “l’estate di san Martino“)
Martino, si fece battezzare, e abbandonò l’esercito, convertì anche la madre al cristianesimo e fu poi ordinato sacerdote in Gallia dal vescovo Ilario.
Nel 361 fondò a Ligugé il primo monastero dell’Europa occidentale.
Nel 371 venne eletto vescovo di Tours, e fondò a Marmoutier una comunità per la formazione del clero. Per vent’anni operò per l’evangelizzazione delle campagne, abbattendo idoli pagani e sostenendo i poveri contro l’esasperato fiscalismo dell’Impero.
Morì nel 397 nella cittadina di Candés, che da allora si chiamò Candes-Saint-Martin, e fu sepolto a Tours.
Il suo culto divenne subito popolarissimo in Francia e nel resto d’Europa, dove si diffuse in età carolingia.
La raffigurazione più frequente rievoca l’episodio del mantello, a volte viene appresentato con un’oca, il motivo è da ricercarsi in una leggenda secondo la quale, quando a furor di popolo fu acclamato vescovo di Tours, poiché non si riteneva degno di un così grande onore, fuggì in campagna, e si nascose nella stalla di un casolare, ma la stalla era piena di oche che con il loro starnazzare svelarono il nascondiglio di Martino alla gente che lo stava cercando.
Il termine architettonico “cappella” deriva da un piccolo edificio dove i re merovingi tenevano una reliquia del Santo, probabilmente un frammento della sua cappa, parola del latino tardo che indica un pesante mantello protettivo
Una volta si diceva anche fare San Martino. Significava traslocare, lasciare un alloggio, perchè i contratti scadevano di regola il giorno di San Martino. In questo cominciava l’anno giudiziario, dei parlamenti e delle scuole, si svolgevano le elezioni comunali, si rinnovavano i contratti e si pagavano le locazioni.
Martino oltre ad essere il santo patrono dei soldati e dei cavalieri, divenne, con San Giorgio, il modello del perfetto cavaliere cristiano.
Per il suo atto di carità è patrono dei medicanti, per il mantello dei sarti; per la cinghia alla quale era appesa la sua spada, dei conciatori di pelli dei lavoratori del cuoio. Poiché una volta trasformò l’acqua in vino, è patrono degli osti, dei fabbricantidi brocche, dei bevitori e degli ubriachi. È patrono dei viticultori e dei vendemmiatorie dei sommelier, perché in occasione della sua festa si beve il vino nuovo, ma anche dei mariti traditi, quindi dei cornuti, ed a proposito di questi ultimi scopriamone il perchè: tradizionalmente nel napoletano si dice che: San Martino se purtava ‘a sora ncuollo.
San Martino si portava sulle spalle la sorella per evitare che cadesse preda dei vogliosi concittadini ma vanamente, perche’ questa, trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza del fratello, e… chiamala scema…..
Ma la vicenda non è attestata dalla Legenda aurea.
Processione dei Cornuti a Ruviano in provincia di Caserta
A Ruviano in provincia di Caserta si tiene l’11 novembre la processione dei cornuti.
Arape ‘a prucessione e’ San Martino
(Apre la processione di San Martino) Si intende di un marito che e’ in prima fila nella sfilata allegorica dei cornuti – la “confraternita di San Martino”.
Nell’agiografia San Martino dovrebbe proteggere i mariti. Ma a quanto pare, ha fatto cilecca pure lui….a chi votarsi allora?
Sabba di Francisco Goya
Il diavolo che invitava le streghe al sabba si chiamava Martinellus o Martinettus e anche il caprone, ed il pecorone per intenderci, nella forma dialettale napoletana viene anche chiamato o’ Martiniello
Le coma adornano sia la fronte degli dei (ad es. Giove; Ammone rappresentato con la testa di Giove e le corna di ariete;
Efesto, ridicolmente zoppo e cornuto) che degli eroi (ad es. Mose’ talvolta anche dei santi cristiani (San Ronan, a Carnac, in Francia).
Le corna simboleggiano potenza, luce (nella tradizione giudeo-cristiana) aggressivita’ mentre il “corno dell’abbondanza” nella tradizione greco-romana e’ simbolo di fecondita’ e felicita’.
Nel Libro egizio del morti, Ammone detto “Signore dei due corni”. Eroi cornuti son presenti anche in Cina e presso i Celti.
Molti guerrieri in varie contrade indossavano elmi con le corna.
Secondo vari studiosi occorre distinguere le corna dei bovidi, di carattere lunare, emblemi della Magna Mater (Grande Madre connessi alla fertilita’, da quelle del capro e del montone, di carattere solare e mascolino.
Mosè
Le corna fanno anche parte del costume sciamanico siberiano (corna di cervidi).
In Mose’ e nei Salmi le corna sono il simbolo della forza divina radiante.
L’eroe celtico Conganchnes addirittura vestito di una pelle cornea, che lo rende invulnerabile con la sola eccezione, della pianta del piede.
Da tanta altezza nella tradizione popolare le corna sono decadute a indicare la vittima del tradimento erotico l’origine di questa convenzione assai dibattuta a rigor di termini il “cornuto” dovrebbe essere l’altro (essendo le corna simbolo tra l’altro di potenza virile). A Napoli: Corne ‘e sore so’ corne d’oro;
corne ‘e pariente so’ corna ‘e argiento;
corna ‘e mugliere so’ corna overe; corne ‘e nammurate, so corna
arraggiate; corna e’ marite, corna sapurite
I vari tipi di cornuti a Roma Aricordateve che li cornuti si dividono in 5 specie.
Becchi, Cuccubboni, Becconi, Tribecchi e Calidoni.
1) Li Becchi so’ quelli che nun ce lo sanno d’essere;
2) Li Cuccubboni ce lo sanno e tireno a campa’ pe quieto vive;
3) Li becconi ce magneno sopra; 4) er Tribbecco e’ quello che porta l’amico a casa sua e se squaja co’ na scusa;
5) er Calidone poi e’ quello che porta lo stendardo ne’ la processione
de San Martino: e’ quello che accompagna la moje a casa de l’amico.
L’Ordine dei cornuti davanti al trono di Sua Maestà, Infedeltà: vignetta francese, 1815.
Secondo un dotto intervento di Arturo Graf, San Martino era associato a San Giuliano come santo protettore e procacciatore di buon albergo (che nel Medioevo, per tradizione d’ospitalità e obbligo di cortesia, comportava la stanza, la tavola e anche una compagna di letto per la notte, spesso la moglie dell’ospite, che diveniva così cornuto per dovere): “non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo poté credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l’ajuto dei santi non pare troppo a proposito.
Fatto sta che ostel saint Martin significò quel medesimo che ostel saint Julien“.
E ora veniamo alla tradizione gastronomica di san Martino, a Venezia, l’11 di novembre, viene realizzato un dolce di pastafrolla ed è tradizione scambiarselo tra fidanzati.
Questa preparazione rappresenta il santo a cavallo con la sua spada.
Generalmente lo si trova nelle pasticcerie ricoperto di glassa di zucchero e decorato di smarties ma anche ricoperto di cioccolato fondente o al latte con sopra cioccolatini, insomma estro e fantasia la fanno da padrone.
Per questa ricorrenza i bambini girano per le strade sbattendo pentole e vecchi coperchi, entrando di negozio in negozio, e fermando ogni passante per racimolare qualche monetina e canticchiando questa filastrocca:
S. Martin xe ‘ndà in sofita a trovar ea so’ novissa ea novista no ghe gera S.Martin col cùeo par tera.
E col nostro sachetìn viva viva e S.Martin!
Dolce di san Martino (Venezia)
Prima di mettersi a lavoro è importante ricavare la formina di carta per poter poi ritagliare il dolce
Per la pasta frolla:
- 250 gr. di farina
- 150 gr. di burro
- 100 gr. di zucchero
- 1 tuorlo
Dolce di san Martino
Per la glassa e copertura:
- 300 gr. di zucchero a velo
- 1 albume
- 5 gocce di limone
- 100 gr. di smarties al cioccolato
Esecuzione:
La prima operazione necessaria è quella di accendere il forno a 180°C.
Preparate la base di pasta frolla: mettete in un recipiente, la farina, lo zucchero, il burro ammorbidito a tocchetti ed il tuorlo, separandolo dall’albume che metterete in una ciotola a parte. Lavorate gli ingredienti e quando avranno assunto una buona consistenza ed unitevi la farina.
Lavorate con la punta delle dita fino a quando il composto non diventa omogeneo sia nella consistenza che nel colore, e ricavatene una palla.
Infarinate un foglio di carta forno e spianate la pasta ricavandone una forma
rettangolare della misura di 30×40 cm e ritagliatene i contorni del dolce.
Infornatelo fatelo dorare (15/20 minuti di cottura).
Quando la pasta frolla sarà pronta e la metterete a raffreddare, ed incomincerete a preparare la glassa:
In una ciotola mettete l’albume e versatevi, lo zucchero a velo, (un cucchiaio alla volta) rimestando con un cucchiaio di legno.
Attenzione solo quando il primo cucchiaio è assorbito, aggiungerete il secondo e così via, fino ad aver aggiunto metà dello zucchero.
A questo punto aggiungete 5 gocce di limone, rimestate ancora e continuate ad aggiungere lo zucchero come in precedenza.
Al termine dell’operazione il vostro composto dovrà risultare abbastanza consistente e bisognerà girarlo energicamente per qualche minuto fino a quando non diventerà bello lucido. La glassa è pronta e ora versatela in una sacca con foro a stella medio, e cominciate a ricoprire per bene il biscotto.
Quando sarà completamente coperto, decorarteo con gli smarties, facendo una giusta pressione per farli solo aderire.
Una volta completata la copertura, lasciate “asciugare” la glassa per circa 12 ore a temperatura ambiente.
Se volete potete sbizzarrire il vostro estro creativo colorando ad esempio la glassa con del colore alimentare, sia con la decorazione (guarnendo con i dolci preferiti dai vostri bimbi, cioccolattini, caramelle, confetti etc.)
E ora da Venezia ci rechiamo alla parte opposta dello stivale, e cioè in Sicilia e precisamente a Palermo dove per san Martino vengono preparate queste meravigliose e
Biscotti di san martino decorati
profumatissime delizie.
La tradizione palermitana nello specifico, festeggia San Martino con il rito del biscotto di San Martino “abbagnatu nn’u muscatu”.
Duri e friabili allo stesso tempo, sono aromatizzati con anice e cannella, ed impregnati della mediterranea fragranza del moscato. Lo si può trovare in tre varianti: il tricotto (croccante e friabile, destinato all’inzuppo), il rasco (pasta morbida, inzuppata di liquore, destinata ad essere riempita di crema di ricotta) e la versione del biscotto decorato (pasta morbida, scavato e riempito di conserva, glassato e merlettato con zucchero e decorato con un cioccolatino e frangette d’argento).
Biscotto di sammartinellorasco.
Biscotto di san Martino Rasco
Ingredienti:
- 1 kg di farina;
- 250 g di strutto;
- 160 g di zucchero;
- 60 g di lievito di birra;
- 40 g di semi di finocchio;
- cannella in polvere;
- Moscato q.b.;
- Ricotta q.b.;
- Zucchero a velo q.b.
Esecuzione:
Mettete in una ciotola grande la farina, al centro ponete lo strutto, lo zucchero, il lievito, precedentemente miscelato ad un po’ di acqua tiepida, i semi di finocchio, e la cannella.
Amalgamate fin quando l’impasto non sarà morbido e compatto.
Tagliate l’impasto a cilindretti, che avvolgerete a spirale, metteteli in forno a fuoco moderato e tirateli fuori quando sono cotti ma morbidi.
Tagliateli in due parti, facendo attenzione che sia un pezzo per un quarto e l’altro per tre quarti, e lasciateli raffreddare.
Bagnate leggermente le due parti con il moscato.
Fra base e “cappello” mettete una buona quantità di ricotta, precedentemente lavorata con un po’ di zucchero.
Spolverate la parte superiore con zucchero a velo e cannella in polvere.
Biscotto di san martino tricotto
Sammartinielli o biscotti di san martino tricotti foto gentilmente offerta da Danele Romano prima che se li strafocasse tutti quanti:-)
Ingredienti:
- 500 gr di farina
- 200 gr di zucchero semolato
- 100 gr di strutto
- 200 gr di lievito di birra
- Semi d’anice
- Cannella in polvere
- Sale
- Burro
Esecuzione:
Al centro della farina setacciata a fontana versate 1 dl di acqua tiepida con un pizzico di sale e lo strutto lavorate il tutto con cura. Aggiungete, quindi, il lievito di birra, lo zucchero, un cucchiaino di semi d’anice e un pizzico di cannella, quindi impastate a lungo fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo.
Ricavate dei bastoncini della lunghezza di 5-6 cm, poi avvolgete ciascun bastoncino a spirale e adagiatelo in una placca imburrata. Coprite e fate lievitare per qualche ora in un luogo tiepido. Appena i biscotti saranno ben gonfi e lievitati, infornate a 200° per circa 10 minuti.
A questo punto, sfornateli e portate la temperatura a 160°, quindi infornate nuovamente i biscotti e cuocete per altri 20 minuti, avendo cura di controllare che non si scuriscano troppo.
Le ricette che vado a proporvi sono due, poiche’ mi sono sembrate tutte e due delle ottime procedure.
La prima è dell’amico Roberto Fusco, titolare del preziosissimo blog “‘a cucina ‘e mammà” ricco di ricette tipiche della tradizione gastronomica partenopea
Anticamente la festa di Santa Chiara veniva celebrata a Napoli con la preparazione di una sorta di pizza detta, in onore della Santa, “pagnotta di Santa Chiara”.
La pagnotta è una sorta di fagottino preparato con farina, patate schiacciate, lievito, strutto e pepe impastati a mano che deve lievitare per circa due ore. A parte si cuociono i pomodori e le alici che servono per la farcitura insieme ad origano e prezzemolo.
I fagottini, cotti in forno a legna, anticamente erano molto diffusi in tutte le case, oggi la loro preparazione casalinga è caduta abbastanza in disuso, ma si possono trovare in vendita nelle tipiche friggitorie del centro storico di Napoli.
Tratto dal sito dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Campania http://www.incampania.com
Ingredienti: per l’impasto:
- 500 gr farina
- 250 ml circa di acqua
- 2 patate media grandezza
- 25 gr lievito
- sale qb
- 2 cucchiai di strutto
- pepe qb
per l’imbottitura :
- 400 gr filetti di alici
- 350 gr pomodorini
- olio extra vergine qb
- abbondante origano
- prezzemolo
Esecuzione:
Lessate le patate, pelatele e schiacciatele per bene. preparate l’impasto con la farina, l’acqua, lo strutto le patate, un pizzico di sale il lievito e lasciatelo riposare, coperto, per almeno due ore.
Nel frattempo preparate le alici: in un tegame fate riscaldare l’olio, versate i pomodorini e fate cuocere per una decina di minuti. Aggiungete i filetti di alici e abbondante origano, e continuate la cottura per altri 5 minuti.
A cottura ultimata aggiungete il prezzemolo finemente tritato.
Lavorate per qualche minuto la pasta che, nel frattempo sarà lievitata e stendetela su una spianatoia infarinata.
Ricavatene dei dischi di circa 20 cm di diametro e farciteli con i filetti di alici preparati in precedenza. Richiudete a libro i dischi di pasta facendo attenzione che i bordi siano ben sigillati.
Ora la tradizione vorrebbe che le pagnotte, siano infornate in forno a legna,. Poiché il forno a legna è del tutto scomparso dalle nostre cucine, dobbiamo accontentarci dei forni moderni che richiedono tempi di cottura maggiori. Quindi infornate a 180° per circa 20/25 minuti, una volta cotte potete cosparge le pagnotte con il sughetto di alici e pomodorini. e…buon appetito!
Pagnotta di santa Chiara foto tratta dal sito dell'assessorato all'agricoltura della Regione Campania
Ingredienti: Per La Pasta:
- ml 500 Acqua
- gr 150 Crescito (Pasta Madre) o 2,5g di Lievito
- 1kg Circa di Farina “00″ (manitoba)
- gr 360 di Patate bollite e schiacciate a pure’
- gr 25 di Sale Marino
- ml 60 Strutto fuso (potrete sostituirlo con Olio d’oliva)
- 1 ½ Cucchiaio da Tavola di pepe macinato
Per l’imbottitura:
- gr 400 di Alici a filetti
- kg 1 Pomodorini cotti con Origano e Prezzemolo
Esecuzione:
Lessate le patate, spellatele ancora calde e schiacciatele come per farne un pure’.
Mettete l’acqua nell’impastatrice, scioglierci il crescito tagliato a pezzettini (o il Lievito di birra), ed emulsionate con lo strutto (o Olio). Versateci la meta’ della farina a pioggia, aggiungete la purea di patate, il sale e il pepe, e terminate con la restante farina.
Lasciate lievitare per otto ore o piu’.
Riprendete e formate delle palline di circa 200 grammi e lasciate riposare per almeno altre 4 ore.
Stendete ogni pallina come per le pizze, metteteci un po dei pomodorini al centro ed un paio di filetti di alici, chiudete come per un “calzone” sigillandone i bordi, e cuocete in un forno spento ma ancora caldo (come per il pane) per 15-20 minuti.
Nel nostro Paese, vi è quasi sempre la tradizione, in occasione delle feste patronali, di realizzare un dolce, una pietanza, un piatto che ricordi quel determinato santo.
Questa è una torta di mele che viene realizzata in occasione della festività di san Lorenzo che ricorre il 10 di agosto.
Di Lorenzo sappiamo che nacque in Spagna, ad Osca in Aragona, nei Pirenei.
Morì ad appena 33 anni, sorpreso mentre celebrava l’eucarestia nelle catacombe di san Callisto, fu arrestato e condannato a morte, ed il giorno 10 di agosto del 258 martirizzato.
Il suo emblema è la graticola. E tra i martiri della Chiesa Cattolica più venerati, patrono di molte città italiane tra le quali Roma e Perugia, è inoltre protettore tra gli altri dei bibliotecari, dei cuochi, vermicellai, pompieri, rosticceri
Una leggenda racconta che, il santo, nel bruciare a fuoco lento su una graticola, non sentendo il calore delle fiamme pervaso com’era dall’amore di Dio, a un certo punto abbia esclamato: “giratemi, da questa parte sono arrostito”.
Torta di mele di san Lorenzo - foto stockfood
Secondo la tradizione le stelle cadenti di questa notte, altro non sono che le sue versate sulla terra per far prosperare i futuri raccolti, e proprio il giorno del suo martirio vi è la possibilità di vederne tante, da cui, successivamente, l’usanza di chiedere una grazia o di esprimere un desiderio.
Torta di mele di san Lorenzo
Ingredienti:
- 5 cucchiai di farina doppio zero,
- 6 cucchiai di zucchero,
- 3 uova,
- 1 bicchiere di latte,
- gr.30 di burro,
- kg 1 di mele,
- 1 limone,
- una bustina di lievito per dolci
Esecuzione:
Sbattete i tuorli con lo zucchero, aggiungete la farina, il latte, la buccia del limone grattugiata, metà delle mele sbucciate e tagliate a fettine sottili. Montate a neve gli albumi ed uniteli all’impasto, aggiungete una bustina di lievito per dolci. Dopo avere bene amalgamato il tutto, versate il composto in una tortiera imburrata, coprite con l’altra metà delle mele. Cospargete con zucchero e burro, cuocere in forno a 150° per circa un’ora (regolarsi con il tipo di forno).
Sui tortelli, abbiamo ampiamente discusso, ma quelli di patate, dalla forma quadrata, morbidi, di colore giallo, con un ripieno di patate bollite, formaggio, aglio e prezzemolo. Sono tipici del Mugello, e a Borgo san Lorenzo, vengono preparati in occasione della festività di san Lorenzo
L’odore è quello tipico della pasta fresca e il sapore quello delle patate
Tortelli di S. Lorenzo
Per la sfoglia:
- ½ Kg. di farina
- 5 uova
- pizzico di sale.
Per il ripieno:
- 1 Kg. di patate farinose
- aglio
- prezzemolo
- sale
- pepe
- noce moscata
Esecuzione:
Lessate le patate con la buccia e quando sono ancora calde passatele in un passaverdure finemente. Aggiungete al vostro impasto noce moscata, sale, pepe e un soffritto preparato con il battuto di aglio e prezzemolo.
Spianate la pasta, preparata con la farina, le uova e il sale.
Con il ripieno formate tanti bocconcini e distribuiteli sulla sfoglia alla distanza di 3-5 cm.
La sfoglia verrà poi ripiegata e i tortelli chiusi con l’apposita rotella e ripassati con la forchetta onde evitarne la rottura durante la cottura.
Tortelli di san Lorenzo
Si consumano come primo piatto accompagnato con sugo di carne bovina, d’anatra, di coniglio, di cinghiale o anche funghi.
Non tutti sanno che con questa pera, maggiormente utilizzata in preparazioni dolciarie, veniva realizzato un ottimo sugo, esisteva infatti un “Ragout di pere “mastantuono”, questa ricetta, che vado a proporvi è stata “ritrovata” e “riscoperta” da Antonio Cafiero, proprietario del ristorante“La Conca” (III traversa Alimuri – Marina di Alimuri Meta).
Appassionato cultore di gastronomia locale, con Antonio in comune, non abbiamo solo il cognome, ma la passione che ci porta alla ricerca dei sapori della tradizione che raccogliamo dalla voce dei nostri anziani, e così le ricette di un tempo.
Il periodo in cui veniva preparato era quello di ferragosto, in occasione della festività dell’Assunta. La cucina dei nostri avi era una cucina povera che utilizzava materie prime provenienti da risorse locali.
A sostegno dell’attendibilità di questa ricetta, vi è la testimonianza di mia madre, che ricorda, la nonna Laura che preparava teglie enormi di questo ragù per la sua numerosa famiglia.
Ingredienti
Un paio di litri di salsa di pomodoro fatta secondo i propri gusti (pomodori pelati, cipolla, aglio, odori o quanto altro),
- 10 pere mastantuono grandi e non eccessivamente mature,
- 150 grammi di parmigiano reggiano,
- 70 grammi di pecorino romano,
- biscotto di grano sbriciolato q.b.
- 2 uova. Esecuzione:
Preparare un impasto con il formaggio e le uova aggiungendo il biscotto sbriciolato per renderlo consistente.
Svuotate le pere con uno scavino sino a toglierne i semi dopo averne tagliato la parte superiore col picciolo.
Riempite le pere con l’impasto e ricomponetele con il “cappello” precedentemente asportato e allineatele in una casseruola che le contenga perfettamente diritte coprendole con la salsa di pomodoro. Data la sapidità dell’impasto non aggiungete altro sale.
Fate cuocere a fuoco basso fin quando la salsa assumerà un colore amaranto.
Mia Nonna Angela, chiamata affettuosamente in famiglia “Ngiulinella” , madre di mio papà Mario, era un donnone sui 100 kg, si racconta che mio nonno, quando lei era ancora piccina e ritornava da scuola lui, piu’ grande di lei, anche di molto, le diceva affettuosamente: – “jesce ‘a casa” e cioè, “corri a casa”.
Io, Nonna Angela, non l’ho mai conosciuta, se non in foto, in cui è ritratta di fianco a mio Nonno Mariano, ma questo è il ricordo che ho di lei, che rivive in un racconto della buonanima di mia zia Enza.
Si sposò molto giovane, e morì ad appena 38 anni di peritonite.
Il 2 di agosto, festeggiava il suo onomastico, alla “Madonna degli Angeli” preparando questa “Pizza Dolce”
le amarene adagiate sulla pasta di mandorla sul letto di pasta frolla
E da allora in quella occasione la mia mamma non può fare a meno di deliziarci il palato, fosse solo perchè le tradizioni di famiglia vanno rispettate e anche gli onomastici delle “figliole” !
La ricetta, è una ricetta di famiglia, ma ho notato con sommo piacere, che tutte le ricette con la dicitura “Pizza di Crema amarene e mandorle” sono trascritte alla medesima maniera, per non smentire il fatto, che molte cose che circolano sul web vengono copiate, senza nemmeno citare la fonte.
Fattosta che l’originale si trova qui e, risale perlomeno a 10 anni fa se non di più.
Una precisazione, va debitamente fatta, si possono utilizzare 2 strati di crema, cioè la bianca e la nera, il risultato è piu’ goloso, ma nelle foto che corredano questo articolo abbiamo utilizzato solo la crema bianca.
Ingredienti:
Pasta Frolla:
strato di crema bianca
- 1 kg Farina
- 250 gr Burro (o Sugna)
- 1 Limone (scorza Grattugiata)
- 500 gr Zucchero
- 5 Tuorli D’uovo
- un pizzico di sale
Per la Crema:
- 6 Cucchiai di farina
- 6 Cucchiai zucchero
- 6 Tuorli D’uovo
- 300 gr do Cioccolato Fondente In Tavolette
Per il resto:
- 500 gr Amarene
- 500 gr Pasta Di Mandorle
- zucchero a velo per spolverizzare la pizza una volta che si è cotta
Esecuzione:
Rivestite uno stampo con la pasta frolla, alla base di questo sistemerete la pasta di mandorle, ricoprite quindi con la crema a cioccolato ed infine con le amarene e per ultima la crema bianca.
Pizza di crema, amarene e mandorle
Ricoprite con un altro strato di pasta frolla. Cuocete per una mezzora a 150 gradi. Fate raffredare.
Prima di servire cospargetela di zucchero a velo.
Un tempo per questa libidine, venivano utilizzate le amarene, quelle che si “cuocevano al sole” e da cui si ricavava lo sciroppo che emulsionato con acqua fresca in estate era una ottima bevanda dissetante.
ecco qui, finalmente la fettina di dolce, cosi si puo' almeno apprezzarne l'imbottitura
Io ricordo l’altra nonna, nonna Laura, nonna materna, che metteva queste amarene al sole fuori la terrazza erano una macchia di colore rosso sotto il caldo sole estivo.
Ovviamente non credo si trovino ancora in circolazione queste preparazioni, per cui potrete optare tranqullamente per le amarene sciroppate.
Originariamente la tradizionale pastiera napoletana veniva realizzata con la pasta, da cui poi il nome e in alcuni paesi del vesuviano è ancora in uso questa preparazione che utilizza i tagliolini.
Per la Pastafrolla:
- 1 kg di farina
- gr 300 di zucchero
- 1 limone grattugiato
- una punta di bicarbonato
- 1 bustina di vanillina
- 6 uova intere
Per il ripieno
- 300 gr di tagliolini sottilissimi
- 300 gr di zucchero
- 500 gr di latte
- 4 uova
- scorzette d’arancia e cedro
- cannella
- vaniglia
- qualche chiodo di garofano
- acqua di millefiori
Esecuzione:
Pastafrolla:
Lavorare tutti gli ingredienti per una mezzoretta circa ricavarne un bel disco di pasta sistemarlo su di un piatto, coprirlo con un altro piatto e metterlo in frigorifero.
Ripieno:
I tagliolini li immergerete per pochi minuti in acqua leggermente salata, li scolate e li versate nel latte dove precedentemente avete sciolto lo zucchero.
Fateli raffreddare mescolando di tanto in tanto, quando la pasta avra’ assorbito interamente il latte aggiungete le uova, i canditi ed il resto degli aromi.
Rivestite una teglia di pastafrolla e versatevi all’interno il composto, decorate la pastiera con le famose strisce di pastafrolla e cuocete a forno caldo a 170 gradi per circa un’ora.
Cospargetela di zucchero e servitela calda.
Sono curiosa di mio, e spesso, le mie ricerche in rete si svolgono nell’ambito gastronomico, sono una grande appassionata dell’argomento, altrimenti non avrei creato un mio sito, non credete?
Ogni hanno per la Pasqua, tra le ricette classiche, fanno capolino, deliziose novità, che ben si sposano con la tradizione, la Pastiera alla Quinoa, ne è un esempio
Ma la rielaborazione e l’aggiunta di alcuni ingredienti come ad esempio i canditi, è tutta mia
La Quinoa
Utilizzata sin dai tempi degli Incas e degli Aztechi, la quinoa (in spagnolo quínoa o quínua) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Chenopodiaceae, come ad esempio gli spinaci o la barbabietola.
Quinoa
Per il suo buon apporto proteico costituisce l’alimento base per le popolazioni andine.
Particolarmente dotato di proprietà nutritive. Contiene fibre e minerali, come fosforo, magnesio, ferro e zinco, ottima fonte di proteine vegetali, contiene inoltre grassi in prevalenza insaturi.
Adatta alla dieta dei celiaci in quanto è totalmente priva di glutine.
Gli Inca chiamano la quinoa «chisiya mama» che in lingua quechua significa «madre di tutti i semi».
I suoi semi sono piccoli molto simili a quelli del miglio, ma più schiacciati, contengono circa il 60% di carboidrati e l’11% di proteine di valore biologico piuttosto alto, addirittura paragonabile a quello dei formaggi.
I suoi semi sono rivestiti dalla saponina, che li protegge dalle aggressioni degli uccelli e degli insetti. Questa sostanza è molto amara e quindi va rimossa prima della cottura, lavando accuratamente i semi prima di cuocerli.
Un piccolo consiglio per migliorarne il gusto è quello di tostare i suoi semi per qualche minuto prima di bollirli . La cottura è veloce, 10-15 minuti in acqua bollente.
Può essere utilizzato come gli altri cereali, per preparare zuppe e minestre, o per accompagnare carne e verdure
Esistono oltre 200 varietà di quinoa. La varietà più utilizzata è la quínoa Real con un basso tenore di saponine. Altre varietà commercializzate sono: Bear, Cherry Vanilla, Cochabamba, dave 407, Gossi, Isluga, Kaslala, Kcoito, Linares, Rainbow, Red faro, Red head (che presenta una buona adattabilità ai climi piovosi), Temuco.
Pastiera alla quinoa
Pastiera alla Quinoa
Ingredienti:
-per la pasta frolla:
- 125g zucchero
- 350g farina
- 125g burro morbido
- 2 uova intere
- 1 tuorli
- buccia grattugiata di un limone
- una puntina di bicarbonato
- una bustina di vanillina
-per l’imbottitura
- 300g di quinoa
- 150g di grano (di quello per pastiere)
- 500ml di latte
- 350g ricotta
- 350g di zucchero
- 100g di sugna o di burro
- 5 uova
- la punta di un cucchiaino di cannella
- acqua di fior d’arancio
- qualche chiodo di garofano
- canditi
- vanillina
Esecuzione:
Preparate la pasta frolla. Unite il burro e la farina e lavoratele fino ad ottenere un impasto granuloso. Disponete a fontana e ponete al centro le uova, lo zucchero e la buccia del limone, la vanillina e la puntina di bicarbonato
Lavorate velocemente fino ad ottenere un impasto omogeneo che lascerete riposare in frigo almeno mezz’ora.
In una pentola mettete il latte, la quinoa e il grano.
Appena il latte bollirà, aggiungete il burro, la buccia di limone e una bustina di vanillina.
Lasciate cuocere (rimestando di tanto in tanto), fino a che la quinoa non si sarà cotta del tutto, occorrera’ piu o meno una mezzoretta
Lasciate raffreddare. Ora Stendete la pasta frolla.
Foderate uno stampo per pastiere, dopo averlo rivestito con carta da forno. Praticate dei forellini aiutandovi con i rebbi di una forchetta sul fondo. Lasciate riposare in frigo e, nel frattempo preparerete il ripieno della pastiera alla quinoa.
Lavorate lo zucchero e la ricotta setacciata.
Aggiungete le uova, la cannella e la fialetta di fior d’arancio, qualche chiodo di garofano, i canditi e la vanillina
Aggiungete il grano con la quinoa.
Stendete la pasta frolla avanzata e ricavatene delle striscette.
Versate il composto nello stampo della pastiera e mettete le striscioline.
Cuocete in forno preriscaldato a 170° per circa un’ora (la pastiera deve diventare scura in superficie).
Lasciate raffreddare e servite.
Piatto tipico del Cilento, si preparava per la ricorrenza di San Biagio, in tempi non molto lontani, e vengono chiamate anche Polpette di Carnevale, poiche vengono preparate in questo periodo
E’ uno dei piatti più amati ed in dialetto locale sono conosciute come “porpette re patate”, cioè polpette realizzate con le patate, da sempre, presenti sulle tavole cilentane
Polpette di Carnevale
Ingredienti:
-1 kg. di patate,
- 250 gr di formaggio di capra grattugiato,
- 5 uova intere,
- 250 g. di pane grattugiato,
- prezzemolo,
- pepe,
- sale,
- olio extravergine di oliva.
Esecuzione
Bollite le patate, pelatele e schiacciatele. Appena raffreddate, aggiungete il formaggio, le uova, il pane grattugiato, prezzemolo tritato, sale e pepe.
Amalgamate bene tutti gli ingredienti e, formate delle palline. che friggerete in olio d’oliva bollente.
Una alternativa piu’ moderna prevede la sostituzione del pane grattugiato con del pane raffermo stesso quantitativo delle patate, quindi in questo caso 1 kg ed 1kg, ammorbidito in acqua e latte, strizzato e lavorato con le patate, per rendere l’impasto piu’ appetitoso, potrete aggiungere, pezzetti di salame piccante.
- gr 750 latte
- gr 75 burro
- gr 90 semolino
- gr 300 zucchero
- 5 uova
- buccia grattugiata di 1 limone
- vaniglia 1 bustina
- limoncello ½ cucchiaio.
Esecuzione:
In una casseruola, dove avrete versato il latte e il burro, aggiungete lentamente, quando il latte sta per bollire, il semolino e cuocetelo a fuoco basso, rigirandolo continuamente.
Quando il semolino sarà cotto, lasciatelo raffreddare, aggiungete poi lo zucchero, il limonegrattugiato, la vaniglia, il limongello, i tuorli delle uova ed infine gli albumi montati a neve.
Versate il tutto in uno stampo da soufflè imburrato e spolverizzato con zucchero e farina e mandatelo in forno a temperatura media per circa quaranta minuti.
Queste zeppoline sono chiamate anche “perete di lupo” il nome poi e’ stato ingentilito in “‘e suspiri de’ monache”, e chissa’ se poi forse le monache avranno gradito
Di dolci con questo nome ce ne sono diversi, soprattutto in Puglia, Calabria e Sicilia, ma questa preparazione, non ha proprio nulla in comune, con quei dolcini a base di crema pasticciera, difatti questi si avvicinano di più alle nostre zeppole natalizie, ma non sono proprio come quelle e vengono condite alla stessa maniera e cioè con miele, scorza di limone ed anice.
La ricetta l’ho raccolta in una maniera un po inconsueta, ero in codaalla cassa del supermercato e davanti a me c’era una signora che stava parlando appunto di queste zeppole, ed allora l’ho bloccata e mi son fatta dare dosi e procedura di esecuzione
Ingredienti
- 4 uova
- 4 patate non molto grosse
- per un kg di farina
- 1 etto di burro
- 1 litro di acqua calda
- 1 cubetto e mezzo di lievito di birra
- 1 pizzico di sale
- 1 pizzico di zucchero
- 1 busta di uva sultanina messa a macerare in rum tiepido
Esecuzione
Montare le uova, lessare le patate e passarle al passa patate dopodiche’ “olio di gomito” e cominciate a lavorare la farina con le uova e le patate ancora tiepide con il burro, man mano aggiungete l’acqua e farina a quanto ne prende, probabilmente, diceva la signora ne prenderanno anche più di 1 kg.
Ora, l’operazione più faticosa, ma vi assicuro ne vale la pena, e tirerete fuori anche due bei bicipiti da far invidia a Rambo:-), tirate su le maniche e cominciate a battere questa pasta.
Dovra’ venir fuori un impasto simile a quello dei “bigne’”, mettetelo a riposare in una pentola alta e copritelo con un telo.
Aspettate una buona mezzoretta che lieviti, quando sara’ lievitato, e fara “plof” cosi’ ha detto la signora mettete una pentola alta sul fornello con olio per friggere e prendete questa pasta che dovra’ essere appiccicosa e buttatela a pezzetti nell’olio bollente, mettevi vicino una ciotolina d’acqua in cui intingerete le mani ogni qualvolta prenderete la pasta per friggerla.
Condite queste zeppole o perete di lupo con miele aromatizzato con anice e limone
Un ringraziamento a Rosario Criscuolo, le foto che compaiono in questo articolo, sono le sue
Di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino nato ad Afragola il 2 settembre 1787 ci è nota la sua sviscerata passione per la cucina, di famiglia nobile, napoletano, è stato un cuoco e letterato italiano che ha lasciato un segno indelebile nella gastronomia tradizionale partenopea.
Da una ricerca più approfondita, come solitamente faccio quando scrivo qualcosa e, svolta con l’ausilio del web, apprendo dal sito Sichiamavanocavalcanti”, in cui Silvio Umberto, discendente dei Cavalcanti, ha ricostruito, con grande pazienza e certosinamente, l’albero genealogico della sua famiglia, che tale Carlo Cavalcanti fu in rapporti commerciali con la Calabria fin dall’anno 1220, ma soltanto nel 1311 la famiglia si trasferì nel Regno di Napoli, il motivo principale fu quello delle buone relazioni e i matrimoni che la legavano alla famiglia Acciaioli (banchieri fiorentini che avevano grandi interessi nel regno di Napoli alla corte dei d’Angiò).
Parteciparono attivamente alla vita politica e militare dei territori meridionali, tanto da diventare sempre più potenti in Calabria, Puglia, Basilicata e Napoli.
Nel sito sono custoditi una serie di importanti studi di facile consultazione di proprietà dell’autore, il quale, gentilmente e a titolo gratuito, ne concede la lettura.
Un ringraziamento particolare va ad Irene, della mailing list dell’amico Alister che si è prodigata nella traduzione dall’inglese
Tavola Natalizia con tacchino e Christmas pudding
In Inghilterra nel mese di novembre, all’inizio dell’Avvento, il Christmas pudding incomincia ad essere preparato anche se poi verrà consumato solo il 25 dicembre, il pudding tradizione vuole che venga preparato nella venticinquesima domenica dopo la Trinità, usando tredici ingredienti, che rappresentano Cristo ed i suoi discepoli, ed ogni componente della famiglia dovrebbe mescolarlo con un mestolo di legno, rimestando da est a ovest in onore dei Re Magi. È usanza, infine, inserire nel composto del dolce delle monetine, avvolte nella carta d’alluminio, che porteranno fortuna a chi le troverà il giorno di Natale. C’è anche chi preferisce inserire un anello, premonitore di matrimonio entro un anno, oppure ditali e bottoni, al contrario per le donne nubili.
I Bambini in Inghilterra non ricevono il loro dono il 24, ma la mattina del 25dicembre.
Le loro Letterine a Babbo Natale, vengono alla vigilia di Natale poste sul camino, alla finestra o in calze particolari, di modo che possano essere riempite con doni e sorprese.
Il 25 dicembre le famiglie inglesi si riuniscono a tavola per consumare il tradizionale pasto festivo a base di tacchino con castagne, anatra al forno ed il christmas pudding.
Un’ altra tradizione del Natale inglese è un pacco a sorpresa chiamato cracker, che viene dato quando il Christmas pudding è servito. Continue reading →
Questa ottima ricetta per realizzare dei gustosissimi dolcetti di natale di pasta di mandorle, è tratta dal sito di Glutine
Dolci di Mandorle di Natale
- 1 Kg di mandorle
- 750 gr di zucchero semolato vanigliato*
- 250 gr di uova intere
- un pizzico di sale
la scorza grattugiata di due limoni bilogici (un cucchiaio)
* se lo zucchero non è vanigliato, aggiungere un cucchiaino di estratto di vaniglia
Esecuzione:
Pelare le mandorle dopo averle immerse qualche minuto in acqua bollente.
Passarle al mixer 250 gr per volta.
Ripetere dunque per quattro volte il seguente procedimento.
Azionare il mixer in prima velocità, quando le mandorle cominciano a diventare fini, aggiungere un paio di cucchiai di zucchero per assorbile l’eventuale olio, poi passare in seconda velocità aggiungendo altri due cucchiai di zucchero (lo zucchero va preso dalla dose complessiva). Appena il macinato tende a raggrumarsi spegnere l’apparecchio.
Sul tagliere unire la “farina” di mandorle allo zucchero e alla buccia di limone avendo l’accortezza di mescolare bene con l’aiuto di un paio di spatole.
Formare poi un cratere e porre al centro le uova precedentemente battute con un pizzico di sale.
Trattare l’impasto come una frolla e formare un blocco di pasta (del peso di 2 chilogrammi). A questo punto è possibile farlo riposare coperto per una notte in frigorifero o procedere subito al formato.
Dividere l’impasto in 3 parti da 650 gr circa.
Dividere ogni porzione in 10 parti, e con ciascuna di queste formare dei filoncini da dividere nuovamente in 8 piccole porzioni. Formare con ogni pezzetto un pallina facendolo roteare tra i palmi delle mani.
Questa ricetta è dono di Michelangelo Gargiulo, titolare dell’ Alibi & Alius a Meta.
In origine si chiamavano sesamielli, in quanto venivano ricoperti da semi di sesamo
Attualmente non si fa distinzione tra Susamielli e Sapienze, e quest’ultima altri è solo una variante dei primi e deve il suo nome alle suore del monastero della Sapienza, produttrici di ottimi susamielli con l’aggiunta di mandorle intere poste sulla superficie dei singoli dolcetti.
Qualcuno li chiama anche “Susamielli della sapienza”. Ecco quindi che la forma della lettera “S” soddisfa entrambe le denominazioni, anzi più di due, infatti qualcuno, data la forma e il colore lo ha associato a “quella cosa” su cui si versa vanamente il Ruhm
susamielli Ingredienti:
- Farina gr 250
- miele gr 250
- zucchero gr100
- mandorle gr 100
- cubetti di cocozza, cedro e scorzette
- ”pisto” di cannella , chiodi di garofano e noce moscata
- un pizzico di ammoniaca(quella per dolci, ovviamente)
Esecuzione:
Mischiate le mandorle, il cedro, le scorzette ed i cubetti di cocozza (il tutto tritato in piccoli pezzi) con la farina, riscaldate il miele e, appena sciolto, unitelo alla farina, che avete disposto a fontana, insieme ad un pizzico di ammoniaca.
Lavorate l’impasto fino a quando questo non diventa omogeneo, a questo punto ricavate dei “salamini” che sistemerete su una teglia unta e li piegherete dandogli la forma di una “S”, schiacciateli leggermente.
L’etimologia della parola roccocò, ci riporta a “roccia artificiale”, poiché questo dolce natalizio ha una consistenza particolarmente dura e un aspetto quasi marmoreo, dovuto alla presenza delle mandorle.
Ciambelle schiacciate di colore marrone scuro, ricavati da una pasta ricca di mandorle e canditi. Il roccocò viene anche consumato a fine pasto bagnato in vini liquorosi.
Questa è una ricetta tratta dalla rubrica La Mia Cucina Napoletana che ha curato per tanti anni la signora Anna Ercolanosul sito Alenapoli
inviato dalla Sig.ra Pia FERRARO
Dolce vincitore del Concorso UNITRE 2001 del miglior ROCCOCO’ di MASSA LUBRENSE ( NA )
Ingredienti:
- 500 gr. di farina di grano tenero;
- 500 gr. di farina di grano integrale;
- 900 gr. di zucchero;
- 300 gr. di noccioline tostate e tritate;
- 300 gr. di mandorle tostate e tritate;
- buccia di 4 mandarini di Sorrento;
- buccia di 1 limone di Sorrento;
- 5 gr. di ammoniaca; – 1 bustina di “pisto”;
- 1 pizzico di sale;
- 150 gr. di vino bianco secco;
- 150 gr. di acqua naturale;
- 1 uovo intero.
Esecuzione :
Impastate la farina, con lo zucchero, le nocciole, le mandorle, la buccia di limone e mandarini, pisto, ammoniaca e sale. Fartela riposare per 1 ora;
Tagliate dall’impasto una porzione della grandezza di un tarallo napoletano ed in una teglia, ricoperta in precedenza con della carta da forno, realizzate la forma tonda del classico roccocò napoletano. In seguito battete un uovo intero e con un pennello ricoprirete la superficie di ogni singolo pezzo ;
Portate il forno alla temperatura di 180° gradi ed infornatevi la teglia per 30′ (sempre alla stessa temperatura);
Ripetete l’operazione sino ad esaurimento dell’impasto ed offriteli presentandoli con una forma a piramide in un piatto da portata.
Questi gustosi dolcetti fanno parte della tradizione gastronomica natalizia napoletana, vennero preparati per la prima volta dalle monache dell’omonimo convento del Divino Amore che si trovava a Spaccanapoli a Napoli, in onore, della madre di Carlo II d’Angiò.
Dell’antico convento oggi è rimasto ben poco si puo’ visitare solamente il chiostro, il resto è occupato dall’Ospedale Incurabili, il divino amore in forma di dolce e’ uno dei cavalli di battaglia della pasticceria Scaturchio, a due passi da qui, che ne custodisce fedelmente la ricetta.
Ingredienti:
- gr 500 di mandorle dolci sgusciate
- gr 500 di zucchero
- 3 uova
- scorza grattugiata di 1 limone
- 1 bustina di vainiglia
- gr 100 di canditi misti (cedro, cocozzata, e scorzette d’arancia)
- ostie q.b.
- 3 cucchiai marmellata di albicocche
- 2 cucchiai di zucchero
- 2 cucchiai di acqua
Per la copertura:
Ghiaccia bianca
colorante rosa
Esecuzione:
Macinate le mandorle, non pelate, con il mixer, unitevi lo zucchero e con un po’ di acqua fredda cercando di ottenere un impasto di giusta consistenza.
Incorporatevi 2 uova intere ed un rosso, la scorza grattugiata del limone, la vainiglia ed i canditi tagliati minutamente. Lavorate l’impasto, formate degli ovetti, collocateli sulla placca del forno foderati di ostie e fateli cuocere a 180° per una ventina di minuti.
Una volta raffreddati, eliminate i bordi d’ostia superflui, spennellate leggermente i dolci con marmellata di albicocche diluita con poca acqua e zucchero e ricopriteli con ghiaccia bianca (ottenuta con zucchero a velo vanigliato, albume sbattuto a neve ferma) e coloratela di rosa con colorante per alimenti.
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