Per tutti i gusti – Il Giro d’Italia a tavola – Comunicato stampa

“Per tutti i gusti”

Il Giro d’Italia a tavola

Carlo Vischi e Starwood Hotels

Gli hotels Starwood di Milano inaugurano a gennaio l’appuntamento mensile con il gusto: si parte con la buona cucina della Toscana!

 L’anno nuovo ricomincia all’insegna del gusto e delle novità: prende vita Per tutti i gusti, il progetto gastronomico organizzato dagli alberghi Starwood Milano e coordinato da Carlo Vischi, attraverso il quale si andrà alla riscoperta delle eccellenze della cucina regionale italiana.

Gennaio ci porta a scoprire i sapori della Toscana iniziando con un doppio appuntamento allo Sheraton Milan Malpensa: inaugura la prima serata del lunedì 16 un’esclusiva Cooking Class per alcuni selezionati blogger ed esperti del settore; a seguire lo Chef di casa Enrico Fiorentini (Ristorante Il Canneto) inviterà nella sua cucina Maria Probst di “La Tenda Rossa di San Casciano Val di Pesa (FI) e Filippo Saporito di “La Leggenda dei Frati” di Castellina in Chianti (SI); il 30 invece sarà la volta degli chef Silvia Baracchi di “Il Falconiere” di Cortona (AR) e Giuseppe Mancino di “Il Piccolo Principe” dell’Hotel Principi di Piemonte di Viareggio.

A seguito di questi due appuntamenti, il ristorante ”Il Canneto” (Sheraton Milan Malpensa) riproporrà nel suo menù le stesse creazioni gastronomiche, attraverso un menù degustazione, per permettere a tutti gli ospiti dell’ hotel e a chi non ha potuto partecipare di provare le specialità preparate dalle abili mani degli chef.

Gli chefs di Gennaio de Il “Giro d’Italia a tavola”

Il 23 al “Casanova” (The Westin Palace), ritroviamo Filippo Saporito, chef del rinomato ristorante “La Leggenda dei Frati” che svelerà ad alcuni blogger selezionati i segreti delle sue ricette durante delle eslusive Cooking Classes a cui farà seguito una cena a tema toscano realizzata insieme ad Augusto Tombolato, padrone di casa del Ristorante Casanova.

I talenti della cucina regionale italiana che incontreremo nel corso dell’anno parteciperanno al contest Starwood Milan “Chef of the Year”, che sancirà a fine anno il miglior chef emergente selezionato da una giuria di esperti e da chi ha partecipato agli eventi nel corso dell’ anno.

Partners dell’intero progetto Per tutti i gusti, saranno:

-       Style.it il sito femminile di Condé Nast che ha da poco debuttato con una nuova veste grafica innovativa e un’architettura studiata appositamente per facilitare l’interazione tra le lettrici; le serate saranno ivi documentate. Le pagine del sito ospiteranno anche la promozione del concorso coinvolgendo così la community con video e interviste agli chef;

-       i blogger di Le Stelle si incontrano, i quali condivideranno in rete ricette e consigli utili per sperimentare anche a casa una cucina di ispirazione regionale gustosa e divertente;

-       le Librerie Feltrinelli che parteciperanno con iniziative che coinvolgeranno il loro vasto pubblico ed in particolare i possessori di Carta Più.

Save the date: prossima tappa di Per tutti i gusti, a febbraio la Puglia!

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Le tradizioni di sant’Antonio Abate

Sant'Antonio abate

Sant’ Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto, sant’Antonio l’Anacoreta (Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.
Festeggiato un po’ ovunque sul territorio italiano, da Nord a Sud, alla sua devozione popolare sono associate le benedizioni agli animali domestici, i falò che si accendono e da cui la festa prende il nome popolare di “Falò di S. Antonio”. Il fuoco, infatti  costituisce uno degli attributi iconografici legati alla figura di S. Antonio, al punto che ad alcune patologie caratterizzate da esantemi cutanei viene dato ancora oggi il nome “Fuoco di S. Antonio”, nonche’ manifestazioni folkloristiche di ogni genere.

Di grande interesse è la festa delle “Battuglie di Pastellessa” che si tiene ogni anno a Macerata Campania nella provincia di Caserta in occasione della ricorrenza liturgica del 17 gennaio, in cui viene riproposta l’antica tradizione delle Battuglie di Macerata Campania: botti, tini e falci vengono utilizzati come dei veri e propri strumenti musicali per produrre la caratteristica sonorità meceratese, denominata appunto Pastellessa (o Pastellesse), Il nome “Pastellessa”,deriva da una specialità tipica della cucina povera: la past’e'llesse o past’e'llessa (pasta con le castagne secche) che  tradizione vuole si prepari occasione della festività di Sant’Antonio Abate.
Mentre a Collelongo nella provincia de L’Aquila i festeggiamenti incominciano inizia la sera del 16 alle 18,00 con l’accensione dei due “torcioni”, torce in legno di quercia alte oltre 5 metri che arderanno tutta la notte, e in contemporanea in alcune case del paese allestite per l’occasione con arance ed icone del

Caratteristica “cottora” a Collelongo, foto Foxin

santo viene posta sul fuoco la “cottora”, un enorme pentola nella quale viene messo a bollire parte del mais raccolto durante l’anno. La sera, chi ha la fortuna di essere invitato da qualche famiglia del paese potrà gustare intorno alla tavola la “pizza roscia”, sicuramente non è un piatto leggerissimo, preparata con farina bianca e farina rossa, che deriva dalla macinazione del mais o granturco, si impasta con acqua salata e bollente, con un cucchiaio di legno, quando è diventata solida si cuoce sui mattoni refrattari del camino e sopra viene posto un grande coperchio “Coppe” ed il tutto viene ricoperto dalle braci, così si ha una cottura uniforme su tutti i lati. Terminata la cottura questa pizza viene servita con carni di maiale ovvero salsiccia pancetta, costatine di maiale e broccoletti e cavolo ripassato in padella.
Mentre in Sardegna tradizionalmente il Carnevale inizia con la festa dei fuochi di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, e si conclude il mercoledì delle Ceneri. I festeggiamenti sono accompagnati dalla distribuzione di fave con lardo, frittelle (zippulas) e abbondante vino.
Ulteriori informazioni sui riti tradizionali legati al santo li potrete approfondire nella pagina di wikipedia

E veniamo invece ai tradizionali Cillitte di Sand’Andonie (Gli uccelletti di Sant’Antonio).
Questi dolcetti, vengono preparati in Abruzzo e nella provincia di Teramana anche qui per festeggiare Sant’Antonio Abate, da non confondere con il santo di Padova, questo sant’Antonio qui, per comprendere meglio, è il santo che nella iconografia popolare viene rappresentato con accanto un porcellino, e queste delizie vengono offerte ai sandandonijre che girano di casa in casa intonando canti di questua in suo onore; in essi vengono rievocati episodi leggendari della vita del Santo e delle sue battaglie con il demonio e viene implorata la sua protezione sulla famiglia nonché sui suoi beni ed i suoi animali.
I canti terminano con la richiesta dell’offerta rituale (…e di salsicce lunghe catene, pizze ripiene in quantità…) che la padrona di casa generosamente elargisce ai sandandonijre.

Li cillitte di Sand’Andonie
Ingredienti: (per la pasta) – farina (q.b.),
- una parte di olio d’oliva
- due parti di vino bianco;
(per il ripieno)
- marmellata di uva,
- cioccolato fondente tritato,
- mandorle abbrustolite tritate,
- scorza di limone grattugiata,
- un pò di caffè,
- un pizzico di cannella in polvere,
- zucchero,

Li cillitte di Sand'Andonie - Uccelletti di Sant'Antonio

- misticotto

Esecuzione: -
Impastate sulla spianatoia la farina con olio, vino, un pizzico di sale e un pizzico di zucchero. Lasciate riposare per 1 ora e rilavorate fino a far diventare l’impasto liscio. Stendere con il matterello, e, ricavatene delle lunghe strisce su cui metterete il ripieno. Arrotolate e tagliate a pezzetti di circa 12 cm, con ogni pezzo formate un “uccelletto” dandogli la forma con le mani.
Per la coda tagliuzzare un lato con le forbici, mentre incidete dei  tagli sul dorso per creare le ali. Disponete su una di teglia precedentemente unta e infarinata e mettete nel forno molto caldo,  una volta cotti, a piacere spolverizzate con zucchero e cannella.

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Intervista Gastronomica a Pino Imperatore

Pino Imperatore

Pino Imperatore


Pino Imperatore
, umorista e scrittore, per sua definizione è un esempio di “emigrante al contrario”: Nasce a Milano nel 1961, e dopo appena due anni la sua famiglia si trasferisce stabilmente a Napoli.
In qualità di giornalista ha scritto per diversi quotidiani e periodici, inoltre ha collaborato con emittenti radiofoniche e televisive.
È autore dei libri umoristici In principio era il Verbo, poi vennero il soggetto e il complemento (Colonnese, 2001) con il quale ha vinto il premio Troisi per la scrittura comica nel 2001, Un anno strano a Roccapeppa (Kairós, 2004), Le mirabolanti avventure del Gladiator Posillipo (Cento Autori, 2007), La Trilogia del Buon Umore che comprende La catena di Santo Gnomo (Cento Autori, 2007) Questo pazzo pazzo pazzo mondo animale (Cento Autori, 2007) e Manteniamo la salma (Cento Autori, 2007).

De Vulgari Cazzimma - Edizioni Cento Autori

De Vulgari Cazzima vede luce nel 2008 sempre per la Casa Editrice Cento Autori  il volumetto è un agile trattatello “semicomico” sulla genesi e sull’epistemologia di quel sentimento miscellaneo e composito, mosto fruttato ad alta concentrazione zuccherina di malizia, perfidia, cinismo ed astuzia, comunemente noto ai figli di Pulcinella (per non dir peggio) con il popolare epiteto di cazzimma, appunto. dal sito Centoautori.
E, finalmente nel 2012 esce il primo romanzo di Pino Imperatore Benvenuti in Casa Esposito, edito per la Giunti che guarda caso si trova a Firenze, e, coincidenza vuole, che zio Pino, pur raccontando da sempre l’ironia e l’umorismo napoletano, ha un difettuccio, un neo,  una piccola magagna, è l’unico tra gli scrittori partenopei che non tifa per il Ciuccio, ma è da sempre uno sfegatato tifoso della compagine viola, rappresentativa del capoluogo toscano :-)

Benvenuti in casa Esposito – Edizione Giunti

L’ultima fatica è sicuramente un’opera da non perdere, soprattutto in questi tempi di magra di diete e crisi economiche, è importante ridere, aiuta a vivere meglio e a guardare con un sorriso la realtà che ci gira intorno.Un libro da non perdere
Benvenuti in casa Esposito, narra le vicende della famiglia camorrista più goffa di Napoli.

Uno spaccato divertente e allo stesso tempo reale e  amaro sullla Napoli contemporanea, città ricca di contraddizioni  che non perde mai la speranza nella certezza di poter vivere un futuro migliore, nonostante le difficoltà e le complessità della sua gestione.

“Ricordate la città dei criminali brutali, dei corrieri della droga, dei bagni di sangue e delle lotte di camorra? Be’, scordatevela.”
Maurizio de Giovanni, autore del commissario Ricciardi
«Un viaggio nei bassifondi del crimine, dove correrete il rischio di morire. Dal ridere.»
Maurizio de Giovanni, autore del commissario Ricciardi

In libreria dall’11 gennaio 2012
e, se volete avere un’idea più precisa del libro potete leggere le prime pagine :-)

Dal 2005 è responsabile della sezione “Scrittura Comica” del Premio Massimo Troisi .
Conduce a Napoli, con Edgardo Bellini, il “Laboratorio di scrittura comica e umoristica Achille Campanile” (www.scritturacomica.it).
Con lo stesso Bellini ha curato le antologie Quel sacripante del grafico si è scordato il titolo (Graus, 2005), e Aggiungi un porco a favola(Cento Autori, 2009)

Io e Zio Pino

Suoi racconti e battute sono apparsi in varie pubblicazioni, tra cui l’Agenda Comix, Scrive testi per il cabaret.
E’ fra i fondatori del GULP, ossia il Gruppo Umoristi Ludici Postmoderni,
De vulgari cazzimma – Cento Autori e’ del 2008.

Angie: – Quanto conta una buona alimentazione per il tuo lavoro?
Pino: – «Da uno a dieci?».
Sì.
«Dieci e lode».

Angie: – Hai mai pensato di scrivere un pezzo gastronomico? Naturalmente non un libro di ricette.
Pino: – «Proprio in questo periodo sto studiando le possibilità di cottura delle uova deposte dalle galline Araucana del Cile. Non sono uova normali, ma colorate: blu, verdi, addirittura rosa. Ne ricaverò un saggio dal titolo “Frittate arcobaleno”».

Angie: – Le tue esperienze lavorative?
Pino: – «Sono giornalista e lavoro in un ente pubblico. Nel tempo libero mi occupo di letteratura umoristica. Nel tempo occupato metto sulla porta il cartello con la scritta “Do not disturb”».

Angie: – Hai un ristorante o un locale dove preferisci andare a mangiare? Sgulpe sì, dove?
Pino: – «La masseria “La Sauda” a Caserta: piatti tipici della Campania, aria buona e tanto verde. E uno chef che ha fatto un patto con Dio».

Angie: – Sei mai stato a dieta?
Pino: – «Eh?».
Angie: – Meglio carne o pesce?
Pino: – «Entrambi meritano il massimo rispetto. Come disse Totò: “Non ho mai commesso peccati, né di carne né di pesce”».

Angie: – Se fossi un dolce, quale saresti?
Pino: – «Uno struffolo».

Angie: – Vino?
Pino: – «Il Per’ ‘e palummo, il Caprettone e il Coda di Volpe: bestiali».

Angie: – Il tuo punto debole.
Pino: – «Te lo dico in privato».

Angie: – Nel tuo frigo che cosa non manca mai?
Pino: – «Il limoncello».

Angie: – Limone o aceto?
Pino: – «Aceto balsamico».

Angie: – Qual è il piatto che ti piace cucinare di più in assoluto?
«Il risotto alla pescatora».

Angie: – E quello che ti piace mangiare?
Pino: – «Le linguine ai frutti di mare».

Angie: – La colazione ideale e quella che invece normalmente fai…
Pino
: – «Quella ideale corrisponde a quella reale: sfogliatella frolla e caffè alla napoletana».

Angie: – Come ti definiresti a tavola?
Pino: – «Piluccatore. Guai a lasciare un vassoio incustodito in mia presenza».

Angie: – Di cosa sei più goloso?
Pino: – «Del cioccolato».
cannella
Angie: – La cucina è fatta anche di profumi, essenze, odori. Ne hai uno preferito?
Pino: – «Il profumo della cannella. È inebriante».

Angie: – Non puoi vivere senza…
Pino: – «Sorrisi».

Angie: – Che cosa secondo te conta nel sedurre una donna? Una buona cena o anche il saper cucinare?
Pino: – «Tutt’e due. Più una candela a combustione lenta, molto lenta».

Angie: – Una tua ricetta.
Pino: – «Provola alla brace con una spruzzata di noci tritate: un piatto semplice, genuino e corroborante».

Angie: – L’ultimo libro che hai letto?
Pino: – «Ne sto leggendo tre contemporaneamente: “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers, “Infinite Jest” di David Foster Wallace e “L’incredibile viaggio di Pomponio Flato” di Eduardo Mendoza».

Angie: – Hobby?
Pino: – «Osservare il volo dei gabbiani».

Angie: -Il pezzo musicale che mette in moto i succhi gastrici…
Pino: – «Thunderstruck degli AC/DC».Stanlio e Ollio

Angie: – Qual è il tuo sogno più grande?
Pino: – «Incontrare nell’aldilà Stanlio & Ollio, Totò, Massimo Troisi, Groucho Marx, Jacques Tati e Charlie Chaplin».

Angie: – Cosa ti dicono più spesso?
Pino: – «Pino».

Angie: – Se fossi un personaggio mitologico chi saresti?
Pino: – «Un satirello».

Angie: – Un piatto della tua infanzia…
Pino: – «Pasta e fagioli con le cotiche».

Angie: – Oggi si parla di federalismo. Secondo te, esiste anche in cucina?
Pino: – «Sì. Le tradizioni gastronomiche locali vanno tutelate e valorizzate».

Angie: – Quale piatto eleggeresti come simbolo dei 150 anni dell’Unità d’Italia?
Pino: – «La pizza Margherita, un tricolore perfetto: il verde del basilico, il bianco della mozzarella e il rosso del pomodoro».

Angie: – Dopo la cucina italiana, ce n’è qualcuna internazionale che preferisci? Se sì, quale?

Paella

Pino: – «Quella spagnola, che si avvicina molto alla nostra. La paella, ad esempio, è un piatto che mi fa impazzire».

Angie: – A quali altri progetti ti stai dedicando in questo periodo?
Pino
: – «Sono super impegnato nella promozione di “Benvenuti in casa Esposito”. È un’esperienza bellissima. Amo il contatto diretto con i lettori».

Angie: – Come definiresti il tuo carattere, da un punto di vista prettamente gastronomico?
Pino: – «Dolce come un cioccolatino e piccante come un peperoncino».

Angie: – A quale piatto paragoneresti Berlusconi? Ed il buon Mario Monti?

Mario Monti e la fresella...

Pino: – «Berlusconi: una minestra riscaldata. Monti: una fresella».

Angie: – La cucina ti ha mai tradito?
Pino: – «Mai. Né io ho tradito lei. Ci amiamo saporitamente».

Angie: – Se dovessi riassumere la tua filosofia di vita?
Pino: – «Carpe diem. La vita è breve, godiamocela».

Angie: – Ti fidanzeresti con una cuoca?
Pino: – «Mi stai facendo una dichiarazione d’amore?».

Angie: – Classica domanda alla Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta.
Pino: – «“Ciao, Pino, come stai?”. “Molto bene, e tu?”. “Anch’io, mi sento in pace con te stesso”».


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Torta della dodicesima notte – Twelfth Night Cake – (Gran Bretagna)

Torta della dodicesima notte (Twelfth Night Cake)

« If music be the food of love, play on
Give me excess of it, that, surfeiting,
The appetite may sicken, and so die. »

«
 Se la musica è l’alimento dell’amore, seguitate a suonare,
datemene senza risparmio, così che, ormai sazio,
il mio appetito se ne ammali, e muoia. »
(Orsino, atto I, scena I)

William Shakespeare

Quando parliamo di dodicesima notte, non possiamo fare a meno di ricordare la commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601.
La dodicesima notte o Quel che volete (in inglese: Twelfth Night, or What You Will)
Il titolo allude appunto alla festa della dodicesima notte (corrispondente all’Epifania) chiamata in questo modo per il numero dei giorni che trascorrono dal Natale fino alla festività e che segna la fine del periodo natalizio e l’ultima occasione per poter festeggiare, ossia l’Epifania, ed è per questo motivo che gli inglesi preparano la torta della dodicesima notte; questo dolce è a base di frutta secca e frutta candita.

Epifania - Adorazione dei Magi

La tradizione voleva che all’interno del dolce fossero inseriti e nascosti un fagiolo, l’aglio, un rametto e uno straccio; chi avesse trovato il fagiolo sarebbe diventato secondo la credenza re o regina della festa, chi avesse trovato l’aglio sarebbe stato il cattivo della festa; il rametto era il simbolo del folle e una ragazza avesse trovato lo straccio, avrebbe perso la reputazione per un giorno.

All’interno delle famiglie è una semplice torta di frutta che racchiude al suo inerno un fagiolo secco che viene servita agli ospiti durante i dodici giorni di Natale. A chi capitava il fagiolo, avrebbe avuto la responsabilità di ricoprire un ruolo di responsabilità all’interno della famiglia una sorta di angelo custode per quell’anno, quindi è stato un compito importante, e di solito, viene deciso all’interno della famiglia che sia un membro anziano a trovare il fagiolo!

Ingredienti:
- 200 gr di farina
- 30 gr di lievito di birra
- 150 gr di burro
- 150 gr di zucchero
- 150 gr di mandorle sminuzzate
- 150 gr di canditi
- 4 uova
- 1 buccia di limone
- 1 buccia d’arancia
- 1 presa di sale
- 100 ml di Porto o Sherry

Torta della dodicesima Notte

Esecuzione:
Mescolate la frutta candita e le mandorle con il vino liquoroso e lasciate il tutto a riposo per qualche ora; sciogliete il lievito di birra nell’acqua tiepida, unite un cucchiaio di zucchero e la farina mescolando bene.

Lasciate l’impasto in un posto tiepido per un quarto d’ora per farlo lievitare; in una ciotola a parte mescolate il burro e lo zucchero restanti ed unite le scorze del limone e dell’arancia tritate finissime;  aggiungete le uova , il sale, il lievito e la farina e mescolate finché ne ricaverete una pasta liscia ed elastica.

Aggiungete la frutta candita e la frutta secca precedentemente tenuta a macerare nel vino liquoroso, create una palla con l’impasto e lasciatelo a lievitare in un canovaccio per circa 4 ore; infine stendete la pasta (che sarà aumentata del doppio di volume), stendetela in un tortiera e cuocetela nel forno per 45 minuti.

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Galette de Roi Dolce dei Re Magi – (Francia)

Dolce dei Re Magi“Galette de Roi”
Il 6 gennaio giorno dell’Epifania e’ in Francia il giorno della festa dei tre re,  festa che  ha dato origine nella storia a numerose usanze, una di queste prevedeva l’elezione di un  re della giornata durante una  festa basata su abbondanti libagioni alle quali erano ammessi anche i poveri.

L’usanza prese  piede in Francia già nel X secolo, in Olanda ed in Belgio intorno al 1281.
Nel 1316 si celebrava la festa dei tre Re anche alla corte inglese. E’ tradizione preparare un dolce speciale ed il Dolce dei Re Magi, dalla sua origine ad ora ha subito numerose variazioni  inizialmente pare fosse un pane o un dolce piatto di forma rotonda. In Olanda venivano confezionate delle cialde, i dolci sfoglia e torte, mentre in Francia si preparavano ciambelle.

In Svizzera il Dolce dei Re Magi  e’ preparato  con un pezzo di pasta lievitata di forma rotonda intorno al quale si dispongono 5 o 6 pezzi di pasta dalla forma sferica  più piccole della stessa pasta in ognuna delle quali si introduce una figurina di porcellana o di altro materiale che dà diritto, a chi la trova, al titolo di re, oppure a seconda dei simboli, di principe, ministro, ecc. Prima della cottura il dolce  viene spalmato con ghiaccia alle mandorle o nocciole e cosparso di granella di zucchero. Un’altra caratteristica è quella di introdurre nel dolce un fagiolo od una fava oppure una moneta come portafortuna.

Galette de rois con “sorpresa”

Le ciambelle si prestano molto per mettere all’interno la fava, il fagiolo od una
moneta. Inoltre potete colare sopra del cioccolato fatto fondere a bagnomaria per renderle più ricche.

La tradizione francese prevede,  quando arriva l’atteso momento, che il più giovane dei conviviali vada  sotto il tavolo. Qualcuno taglia la torta, questo taglio viene fatto con la torta coperta da uno strofinaccio, in modo che, se il coltello incontra la fava, il tagliatore non possa sapere in che porzione si trovi, e che non si possa barare. Ma, chissà perché, spessissimo la fava si troverà nella porzione del bambino che sta sotto il tavolo… uno dei misteri familiari irrisolti!

Quando la torta è finalmente porzionata, si prende una fetta  e si chiede al bambino sotto la tavola : “per chi è questa ?” Il bambino risponde : “Per mamma, papa, Zia Tizia, me, sorella o fratello ecc.”, nell’ordine che vuole lui.

L’usanza prevede che vi sia una porzione in più del numero esatto dei conviviali. Si chiama : “la porzione del povero”.

Quando tutte le porzioni sono ben distribuite, si mangia. Quello che trova la fava è il re o la regina. Gli si mette sulla testa una corona di cartone dorato.
In qualche famiglia si  brinda all’onore del re, il quale deve bere in un solo colpo un bicchiere di vino o acqua (secondo l’età) mentre tutti gli altri ripetono: “Le roi boit, le roi boit, le roi boit” (il re beve), o “la reine boit” (la regina beve).
Poi il re sceglie nell’assistenza la sua regina (o la regina il suo re), che al proprio turno deve bere un grande bicchiere

Ingredienti:

Galette des Rois

- 500 gr Pasta sfoglia (per accellerare i tempi vi conviene prenderla surgelata o dal vostro pasticciere di fiducia
- 3 uova + 1 tuorlo
- 150 grammi di burro ammorbidito (lasciatelo un paio d’ore fuori dal frigo)
- 150 gr di zucchero
- 150 gr di mandorle polverizzate
- fava (piccolo oggetto in porcellana)
- zucchero a velo
Esecuzione:
Scaldate il forno a 180°. Dividete la pasta in due parti, stendtela  e ricavatene due cerchi uguali. Mettete uno dei cerchi su della carta forno. Sbattete a bene il burro con lo zucchero fino a a quando non diventeranno spumosi, aggiungete quindi le uova, una per volta senza smettere di rimestare, aggiungete quindi le mandorle e sbattete per amalgamare bene il tutto. Stendete questa crema nel centro del primo cerchio di pasta, in cerchio dal diametro di 20 cm alto almeno un centimetro e mezzo o due, lasciando dello spazio intorno di almeno 3.5 cm. Mettete la fava nella crema. Coprite con l’altro cerchio e unite bene i due pezzi di sfoglia premendo con le dita e ripiegando poi il bordo verso l’interno, in modo da creare un bordo intorno al vostro dolce. Praticate con un coltello appuntito, delle incisioni sulla superfice e sul borodo della galette.
Spennellatela dappertutto con il tuorlo sbattuto ed infornatela per una quarantina di minuti, o fino a che sia ben dorata uniformemente. A fine cottura, spolverizzatela di zucchero a velo e passatela 1 o 2 minuti sotto il grill del forno. Toglietela dal forno e lasciatela intiepidire.

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Le Pecorelle di Genga (AN) (Marche)

Le pecorelle di Genga

Genga è una piccolo borgo cinto da mura situato su un alto poggio, distante 65 km da
Ancona
. Fu l’antica patria dei conti della Genga da cui discese papa Leone XII. Oggi è famosa per le vicine grotte di Frasassi, il complesso carsico più vasto e noto d’Italia, nella valle del torrente Sentino.

Ingredienti:
Per la sfoglia

- 1/2 kg di farina di grano;
- 4 uova
- 100 gr di zucchero
- 50 gr di strutto fuso
- 1 bustina di lievito per dolci
- 1 bicchierino di mistra’;
- scorza di limone grattugiata;
- acqua calda.

Per il ripieno:
- 250 gr di marmellata di mele
- 100 gr di uva passa
- 100 gr di mandorle tritate
- 100 gr di fichi secchi tritati;
- 50 gr di noci tritate
- 100 gr di mele tritate
- 250 gr di sapa
- 1 pizzico di cannella in polvere

Pecorelle di Genga

Esecuzione:
Preparate una sfoglia con la farina, le uova, lo zucchero, lo strutto fuso, il mistrà ed una bustina di lievito, lavoratela bene stendetene due sfoglie di pasta abbastanza spesse e lasciate riposare.

In una terrina impastate tutti gli ingredienti per il ripieno. Con un cucchiaio sistemate il composto sulla sfoglia in modo da formare dei mucchietti non molto vicini tra di loro e ricopriteli con l’altra sfoglia avendo l’accortenza di premere i bordi intorno al ripieno.

Date la forma, ritagliando con un coltello appuntito, di pecorella, o di fiasco, o di befana.

Spalmate con il rosso d’uovo, allineate in una capace placca unta e cuocete a 150 gradi per mezzora.

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Ciambella dei Re Magi – (Liguria di Ponente)

Ciambella dei Re Magi

Ingredienti:
- gr 300 di farina
- gr 300 di farina Manitoba
- gr 130 di zucchero
- gr 140 di olio di oliva
- gr 100 di latte
- 1 tuorlo
- gr 50 di uvetta
- 1 uovo
- 1 limone
- gr 70 di canditi
- gr 35 di lievito di birra
- 2 pizzichi di sale

Ciambella dei Re Magi - Liguria di Ponente

Esecuzione:
Mescolate insieme le farine. Sciogliete il lievito di birra in 80 gr di acqua tiepida, quindi miscelatevi 80 gr di farina e 1 cucchiaino di zucchero. Coprite l’impasto con un canovaccio inumidito e lasciate lievitare in luogo tiepido per 30 minuti.
Preparate un secondo impasto con 120 gr di farina, lo zucchero, l’olio di oliva, il latte tiepido e le uova. Unitelo al primo impasto lievitato. Lavorate bene la pasta e lasciatela lievitare coperta e il luogo tiepido  per 1 ora (il suo volume deve raddoppiare). Riprendete l’impasto e aggiungete la farina restante, la buccia grattugiata del limone (attenzione a non grattugiare il bianco che rende amaro) e il sale. Lavorate energicamente e a lungo, fino a rendere la pasta omogenea e morbida. Completate con i canditi e l’uvetta. Dividete la pasta in 3 parti uguali, formate la treccia e adagiatela nello stampo già unto e infarinato. Coprite la ciambella con un canovaccio e lasciatela lievitare per altri 60 minuti.
Cuocete in forno a 170° per 35 minuti, abbassate la temperatura a 160° e proseguite la cottura per altri 5/10 minuti. Quando la ciambella  risulterà cotta, sfornatela e mettetela a raffreddare su una griglia.

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Anicini – Anexin (Liguria)

Anicini, anexin liguri

Anicini (Anexin)

Ingredienti:
- gr 500 zucchero
- 10 uova
- acqua aromatica ai fiori d’arancio
- 1 cucchiaio semi di anice
- gr 400 farina
- burro per ungere

Esecuzione:
In una grande recipiente meglio se di vetro, lavorate i soli tuorli con lo zucchero, mescolandoli con un cucchiaio di legno. A parte montate a neve gli albumi,ed uniteli ai tuorli, aggiungete i semi di anice e l’acqua aromatica. Mescolate ancora con cura quindi unite, per ultima, la farina.
Mescolate adagio e lasciate riposare un attimo.
Intanto ungete con il burro le pareti di uno stampo largo circa 10 cm, oppure procuratevi in negozi specializzati delle apposite scatole di carta resistente, strette e discretamente lunghe, da imburrare anch’esse; riempite gli stampi con l’impasto, spianate la superficie e mettete a cuocere in forno, già caldo a 170-180°, per circa 20 minuti.
Sfornate gli stampi, lasciate raffreddare quindi, una volta tolto l’impasto, tagliatelo a fettine, dello spessore di circa 2 cm e della grandezza di cm 4 x 6, stendete quest’ultime in una placca da forno e rinfornate per biscottarle. Servite gli anicini freddi. Si conservano a lungo racchiusi in scatole di latta, con coperchio a chiusura ermetica.

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Roscon de Reyes (Spagna)

Ciambellone dei re (magi), tipico della tradizione gastronomica spagnola per la festa dell’Epifania. Contiene sempre una sorpresa al suo interno: generalmente una moneta e chi la trova avrà buona fortuna tutto l’anno altri una fava e chi la trova dovrà pagare il roscòn (la ciambella).

Roscon de reyes (Ciambellone dei re) Spagna

Ingredienti:
- 400 gr di farina doppio 00
- 3 uova
- 100 gr di burro
- 100 gr di zucchero semolato
- 1 cucchiaio di lievito per dolci
- 1/4 l di latte fresco intero
- scorzette di 1 limone
- sale
- frutta candita a scelta per decorare

Esecuzione:
Mescolate in una piccola scodella 4 cucchiai di latte con il lievito a cui aggiungerete gr 100 della farina complessiva.
Impastate fino a che non otterrete un impasto dalla consistenza elastica e fatelo riposare coperta da un telo umido finché non raddoppierà il suo volume, all’incirca 2 ore.
Successivamente fate la fontana con il resto della farina ed al centro aggiungete le uova e lo zucchero, ed una presa di sale, il resto del latte e le scorzette di limone.
Mescolate bene ed aggiungete il burro ammorbidito. Impastate ancora per altri 2 minuti e aggiungete il panetto di pasta lievitata.
L’impasto ottenuto dovrà risultare liscio. Ponetelo a lievitare per altre 2 ore ed al termine sistemate il vostro impasto in una teglia rettangolare unta di burro e dategli la forma di un grosso anello nel cui interno nasconderete una monetina.
Chi la trova sarà fortunato.
Spennellate con un pò di latte.la superficie del vostro dolce. Spolverizzate di zucchero e mettete in forno a 160° per 15-20 minuti. Sfornate e decorate con frutta candita a piacere.

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Befanini toscani

Colleziono di libri che parlano di cibo, cucina e gastronomia, e tra i tanti ho rispolverato questa pubblicazione acquistata in uno dei mie viaggi a Firenze, la pubblicazione, a mio avviso è una delle migliori sull’argomento delle dolcezze di toscana ed è “Dolcezze di toscana” di Giovanni Righi Parenti

Dolcezze di Toscana di Giovanni Righi Parenti

… La Befana, cara Zia… tutte le feste le porta via…

“Così si lamentava lo scolaro giunto a questa data che un tempo segnava la fine delle vacanze di fine anno. E la zia consolava il nipote co’ Befanini. E’ una storia vecchia anche questa… ma anche i Befanini sono vecchi! per prima cosa vi debbo dire che sono un dolcino nato in quel di Viareggio e che per farli, ci vogliono gli stampi. Stelle, cuori, animali e poi le “befane” ed i “Befanotti”

Scambiarsi i “befanini” era un rito. L’operazione era affidata ai più piccini. I bambini per la metà li consegnavano ma i più se li mangiavano… Spesso avveniva l’incrocio ed uscivi di casa con un paio di cartocci per riportarne…tre. I Befanini rimangono i biscotti dei nostri nonni. Una fabbricazione rustica di mani e cuore he, per cominciare l’anno nuovo, risultava proprio ideale!”

dalla pubblicazione   “Dolcezze di toscana” di Giovanni Righi Parenti

 

Befanini

Preparazione tratta da  “Dolcezze di toscana” di Giovanni Righi Parenti

Ingredienti:
- kg 1 di farina 00
- gr 600 di zucchero semolato
- gr 200 di burro
- 5 uova intere
- una presa di vaniglina
- un pizzicone d’anici
- un bicchiere di latte (150 cc)
- due bicchierini di Rhum (o Sambuca, o Anisetta, o vino dolce)
- una busta e mezzo di lievito per dolci

Befanini Toscani

Inoltre:
- 1 uovo per lucidare
- Codette di cioccolato o confettini colorati di zucchero per guarnire

Esecuzione:
Battete le uova con lo zucchero in una scodella aggiungete la farina ed il burro tiepido ed il resto degli altri ingredienti.
Impaste ed infine unite per ultimo gli anici. Lasciate riposare l’impasto per poco tempo, quindi spianatelo poco per volta, formando uno strato alto poco più di mezzo centimetro ed incidetelo con gli appositi “stampini” sagomate, taglienti, rimpastando continuamente i ritagli.
Sistemate i vostri befanini in una teglia unta con un altro poco di burro e leggermente infarinata e spennellateli con un poco d’uovo sbattuto e decorateli con codette di cioccolato o confettini multicolori di zucchero. Infornate in forno non troppo caldo (170°)e cuoceteli per una ventina di minuti, più o meno, il tempo necessario affinche’ si imbiondiscano e si asciughino completamente.

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Pinsa della Befana o, pinsa della marantega – (Veneto)

Detta anche pinsa de la marantega, marantega significa appunto Befana.
Tradizionalmente in Veneto i contadini la mettevano a cuocere sotto la cenere dei falò che venivano accesi nel giorno dell’Epifania, al centro,  contornata da uno strato spesso di foglie di cavolo.
Un tempo veniva unta con brodo di “museto” (quindi maiale) e dolcificata con miele o melassa, perchè lo zucchero costava troppo.
Nota anche col nome di “putana soto’l fogo”: “puttana” perchè “ci stava con tutti” gli ingredienti, “sotto il fuoco” per il sistema di cottura, e ci riporta alla tradizione vicentina del nome, e prevede nell’impasto anche del pane raffermo, “soto’l fogo” proprio perché cotta nella cenere calda dei brugnei, dei panvin, i falò in cui si bruciava la vecia e, da come le faive, lescintille salivano in cielo si capiva come sarebbe stato l’anno a venire.
Come tutte le preparazioni tradizionali, ogni famiglia ha la sua ricetta che viene tramandata di generazione in generazione.

Pinza veneta o pinsa della marantega

Ingredienti:
- gr 250 farina gialla
- gr 100 farina bianca
- gr  50 guvetta
- 2 bicchierini di grappa
- 1 cucchiaino di sale
- gr  100 burro
- gr  150 zucchero
- gr  50 fichi secchi spezzettati
-  gr 50 pinoli
- la scorza grattugiata di un’arancia non trattata
- 1 cucchiaino di semi di finocchio
-  zucchero a velo q.b.

Esecuzione:
Preparate  una polenta, versando a pioggia la farina gialla in un litro circa di acqua.
Cuocete questa polenta per circa mezz’ora, mescolando di continuo aiutandovi con un cucchiaio di legno. Intanto mettete a bagno l’uvetta nella grappa.
Quando avrete ottenuto una polenta senza grumi e non troppo densa, toglietela dal fuoco e fatela raffreddare per 10 minuti circa.
Accendete il forno a 170 ° e imburrate e infarinate bene uno stampo circolare o quadrato.
Una volta preparata la polenta, impastatela con gli altri ingredienti unendovi  la farina bianca, il burro, lo zucchero, la scorza dell’arancia, i semi di finocchio, i pinoli, i fichi secchi e l’uvetta rinvenuta nella grappa e strizzata.
Mescolate bene il tutto, mentre aggiungete un po per volta gli ingredienti. Il composto dovrà risultare piuttosto denso ed infine trasferite tutto nello stampo e infornate per circa un’ora e mezza.
Quando sfornerete il vostro dolce  fatelo un poco raffreddare sformatela con delicatezza e, prima di servirla, cospargetela con zucchero a velo. Di solito viene servita  tiepida o fredda accompagnata da un buon liquore anche caldo

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Dreikönigskuchen o dolce dell’Epifania – (Svizzera)

Le tradizioni non cambiano, siamo in Svizzera e, La torta dei re magi, si chiama Dreikönigskuchen (letteralmente il dolce dei tre re), una piccola torta a forma di fiore costituita da tante palline da staccare, cosparse di mandorle e zucchero.

Dreikoenigskuchen - Dolce dei tre Re (Svizzera)

Foto tratta dal sito Sposare uno svizzero
Ingredienti
:
- 750 gr di farina
- 75 gr più due cucchiai di zucchero<
- 1/2 cucchiaino di sale
- buccia grattugiata di un limone non trattato
- 125 gr di burro più quello per la teglia
- 3,25 dl di latte
- 30 gr di lievito di birra
- 5 cucchiai di acqua tiepida
- 2 uova più un tuorlo
- 200 gr di uvetta
- un oggettino resistente al calore e privo di sostanze nocive (es. di porcellana o di argento), oppure una moneta o un fagiolo o altro legume secco
- lamelle di mandorle

Esecuzione:
Mescolate la farina, lo zucchero (75 gr), il sale e la buccia grattugiata del limone in un recipiente
Fate sciogliere il lievito nell’acqua ed unitevi i due cucchiaio di zucchero, lasciate riposare qualche minuto.
Fate fondere il burro ed unitevi il latte ed incorporatevi il lievito e poi le uova, ed infine il miscuglio di farina e zucchero.
Lavorate il tutto fino a quando non otterrete un impasto soffice e non appiccicoso se avete la possibilità potrete tranquillamente utilizzare un’impastatrice elettrica o una planetaria. Terminate incorporando l’uvetta e l’oggetto prescelto da nascondere all’interno del vostro impasto
Dividete l’impasto in sei o otto o 10 pezzi (di cui uno può essere più grande e deponetelo al centro di una teglia ben imburrata e gli altri attorno formando un fiore.
Lasciate lievitare il dolce in un luogo caldo fino a quando non raddoppierà di volume. Poi lasciatelo riposare in un luogo fresco per un’altra oretta.
Spennelatelo con il tuorlo d’uovo e spolveratelo con le lamelle di mandorle. Cuocete per 40/50 minuti nella parte inferiore di un forno caldo a 200 gradi. Fatelo raffreddare su una gratella prima di offrirlo

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Vasilopita – pane di san Basilio (Grecia)

san Basilio

Vasilopita è un termine Greco composto da “Vasilo” e “pitta” e significa “pane di Basilio”.
Si racconta che in Cappadocia di Cesarea nella prima metà del quarto secolo  San Basilio il Grande, era un vescovo,  e, desiderava distribuire monete ai poveri della sua diocesi, così diede l’incarico a molte donne di cuocere in forno un pane zuccherato nel cui interno veniva inserita una moneta d’oro. Ogni famiglia così non appena avrebbe tagliato il pane avrebbe avuto una piacevole sorpresa trovandola.
L’evento, è oggi ricordato in tutte le case greche ogni anno il primo di gennaio.
Come vuole la tradizione, un pane dolce (in alcune zone della Grecia assomiglia ad una torta) viene preparato nelle case e per l’intera  comunità religiosa, il suo nome è Vasilopita.

Ingredienti:
- 230 gr di burro più quello per la teglia
- 200 gr di zucchero più un cucchiaio
- 5 uova
- 1 bustina di vanillina
- 300 gr di farina
- 1 bustina di lievito in polvere
- una manciata di mandorle intere o a lamelle
- 2 cucchiai di semi di sesamo
- 1 moneta piuttosto grande, oppure un oggettino resistente al calore e privo di sostanze nocive

basilopita o vasilopita (pane di san Basilio) Βασιλόπιτα Αγίου Βασιλείου Grecia

Esecuzione:
Preriscaldate il forno a 165 gradi. In una ciotola sbattete assieme il burro morbido e lo zucchero. Unitevi le 2 uova intere e tre tuorli (tenete da parte i tre albumi), ed infine anche due cucchiai d’acqua.
In un’altra ciotola passate al setaccio e mescolate la farina, il lievito in polvere e la vanillina che unirete al composto di burro, uova e zucchero.
Sbattete a neve ferma i tre albumi, ed unitevi il cucchiaio di zucchero e sbattete ancora. Incorporate gli albumi montati all’impasto preparato in precedenza, mescolando dall’alto in basso.
Versate l’impasto in una teglia ben imburrata ed inserite facendola sprofondare nell’impasto la monetina in modo che non si veda dalla superficie. Distribuite sopra al vostro dolce le mandorle ed i semi di sesamo.
Cuocete in forno caldo per circa 70 minuti, e controllatene la cottura con uno stecchino (infilzato al centro del dolce che dovrà risultare pulito). Fatelo raffreddare su una gratella.

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Fugassa de la Befana (Piemonte)

la Fugassa d’la Befana

E’ un dolce fatto a margherita e due petali contengono una sorpresa: in un petalo c’è una fava bianca e chi la trova paga la focaccia, nell’altro petalo c’è una fava nera e chi la trova offre il vino.

Ingredienti:

Fugassa d l'befana Piemonte

- 450 gr. di farina,
- 150 gr. di burro,
- 150 gr. di zucchero,
- 1 bustina di lievito di birra,
-150 gr. di cedro e arancia canditi,
- 3 uova,
- latte,
- sale,
- granella di zucchero,
- confettini colorati.

Esecuzione:
In una terrina impastate la farina, il burro, il lievito, i tuorli, i canditi: lavorate bene l’impasto e quando è ben compatto ed elastico ricopritelo con un panno e mettetelo a lievitare per una notte intera.
La mattina seguente reimpastatelo nuovamente e dividetelo in due parti  (la dose indicata è per 2 fugasse) che lascerete riposare ancora per una decina di minuti e poi successivamente stenderete sulla placca del forno ricoperta con l’apposita carta e con il coltello praticate delle incisioni disegnando i petali di una margherita, ma senza arrivare al centro. Accavallate leggermente ogni petalo su quello vicino, e spennellatene la superficie con l’albume delle uova e cospargete con la granella di zucchero. Cuocete in forno già caldo a 200° per 45 minuti circa e quando è intiepidita decoratela ancora con confettini colorati

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Un originale attrezzo da cucina: Peter Petrie Egg Separator separa tuorlo e albume

Peter Petrie Egg Separator

Sicuramente è tra i più originali attrezzi che non vi sognerete mai di avere nella vostra cucina, si chiama Peter-Petrie la  sua forma un pò bizzarra svolge una efficace funzione: separare i tuorli dagli albumi, che trona utile nella preparazione di alcune ricette .

Per i meno esperti, rompere un uovo per separare l’ albume dal tuorlo non è  cosa facile e con la conseguenza di grossi sprechi.

Peter-Petrie con il suo bel facciotto macilento, con grossi e lividi occhi neri risolverà i vostri piccoli grattacapi gastronomici, infatti sarà sufficiente rompere l’ uovo all’ interno del recipiente in terracotta e, magicamente il tuorlo si separerà dal vostro bianco albume

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Silvestro I, il papa digiunatore

Da esperta ed appassionata di gastronomia, nella mia biblioteca gastroletteraria non poteva mancare questa preziosa pubblicazione, curata da Mariangela Rinaldi e Mariangela Vicini Buon Appetito Santità,  ed è da qui che ho trovato degli  interessanti spunti per questo mio articolo

San Silvestro I Papa

San Silvestro  (314-335)

Il 31 dicembre, ossia l’ultimo giorno dell’anno,  si festeggia Silvestro I Papa, il 31 è il giorno della sua morte avvenuta a Roma nel 335.  Fu sepolto nella chiesa da lui voluta presso il cimitero di Priscilla.

Gli itinerari dei fedeli del VII secolo ne attestano la sepoltura.  E, secondo un’antica tradizione il 2 giugno 761papa Paolo I lo fece traslare nell’oratorio della Chiesa di San Silvestro in Capite ed il 17 luglio dello stesso anno lo fece portare all’interno della chiesa, dove fu ritrovato durante i restauri del 1596. Papa Clemente VIII lo fece deporre sotto l’altare maggiore.

Un’altra tradizione indica, invece, che nel 756 fu traslato a Nonantola (MO). Secondo il Depositio episcoporum,  l’elenco dei giorni della sepoltura dei vescovi romani, che fu compilato appena un anno dopo la morte di papa Silvestro I, la sua festa si celebra il 31 dicembre e la stessa data ricorre sul Calendario di Filocalo. Questo giorno, perciò, è sicuramente il giorno della sua sepoltura.

La Chiesa cristiana ortodossa e le chiese cattoliche che seguono i riti orientali lo celebrano il 2 gennaio.
(fonte Wikipedia)

Ma il 31 dicembre è legato tradizionalmente a cenoni pantagruelici, champagne e bagordi fino all’alba.

La storia di questo Papa è quella di un asceta, un digiunatore, eremita che solo le invocazioni disperate dell’imperatore Costantino, colpito dalla lebbra, fecero sì che scendesse dagli anfratti del monte Soratte ove si era rifugiato in preghiera e meditazione.

La leggenda aurea di Jacopo da Varagine, la fonte più remota di tutte le vite dei Santi, lo descrive come una specie di eroe, irremovibile paladino della fede e come colui che convertì al alla dottrina Cristiana e battezzò l’imperatore non più lebbroso, ma miracolosamente guarito, dopo averlo fatto digiunare per ben sette giorni, mentre per altri ancora, invece fu un debole, un uomo di paglia nelle sue mani.

Papa Silvestro I e l'Imperatore Costantino

Costantino,  geniale uomo di stato, consapevole della forza raggiunta ormai dal Cristianesimo nei confronti della cultura pagana, si impegnò per sostituire gli ingranaggi dello stato, i religiosi compresi, con quelli cristiani, cercando di dare stabilità  all’insegnamento della nuova fede ed al contribuendo cosi’ a rafforzare il suo potere.

Seguiamo allora la verità ispirata e fantastica degli artisti e vediamo che proprio ad una di queste è legata l’allegoria calendariale dell’anno di 365 giorni.

E, ancora, sono 365 i gradini di un’oscura e orripilante spelonca  abitata da un ferocissimo drago, che l’impavido Silvestro discese armato della sua sola fede e di un pezzo di pane, ed è cosi che sarebbe riuscito a legarlo, ad ammansirlo ed a ritornare poi su ripercorrendo gloriosamente la scala per festeggiare la fine del tormento.

Tanti i simboli racchiusi in questa leggenda: Il drago, che simboleggia il paganesimo e i 365 gradini i giorni del calendario romano che San Silvestro avrebbe consegnato al Cristianesimo, battezzando l’imperatore Costantino.

Dunque, la festa di San Silvestro, fissata non casualmente il 31 dicembre, si riferisce al passaggio dall’era pagana a quella cristiana.

Così quando allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, nel corso di un cenone fatto di mille delizie, di zampone e lenticchie, di musica ed allegria, stappiamo lo champagne, rinnoviamo, anche senza saperlo, il ricordo di una storia, quasi fiaba, di un antico ascetico Papa divenuto Santo a furor di popolo.

Ovviamente Silvestro, si asteneva dal cibo e,  al massimo,  si sarà nutrito con un po’ d’erbe e pane, nessun riferimento ai laboriosi manicaretti tradizionalmente in uso per il Capodanno. Continue reading

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Nadalin de Verona

Antenato del Pandoro, è un dolce natalizio veronese, a pasta lievitata, il suo aspetto di stella soffice e compatta lo collega a numerose leggende, che accostano la sua fama sia alla cometa dei Magi che ai raggi del sole, simbolo di luminosità ed energia nei riti pagani.
E’ cosparso di mandorle e pinoli tostati, l’invenzione pare si debba attribuire ad un soldato di ventura lanzichenecco. Il cuciniere, preso dalla nostalgia, penso’ di fare un dolce a pasta lievitata e con gli ingredienti di fortuna trovati, preparo’ questo dolce a forma di stella.
Nadalin de Verona
Ma si racconta ancora che fu creato per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala a Signori di Verona.
Nell’ottocento il dolce cambiò forma e da questa base di panettone, furono aggiunte più uova e più burro lievitò, ridusse le sue punte da otto a cinque e si chiamò pandoro che,  si diversificava dal nadalin per la morbidezza dell’impasto e per la mancanza della glassa di copertura, il pandoro, debuttò sul palcoscenico della gastronomia della città scaligera, diventandone il suo simbolo che, riprodotto con latterizi, veniva utilizzato come decoro delle colonne nelle abitazioni dei nobili.

Veniva prevalentemente consumato dopo la messa di Natale di mezzanotte, accompagnato da una tazza di cioccolata calda e densa, oppure da un bicchiere di ottimo Recioto della Valpolicella.

Ingredienti per un Nadlin da 1 Kg

Ricetta tratta dal sito Verona.net

- gr 500 farina;
- gr 200 burro
- 3 uova
- gr 150 grammi zucchero;
- gr 60 lievito di birra
- gr 60  pinoli
- gr 60 mandorle tritate
- gr 100 zucchero a velo;
- limone;
- vaniglia;
- sale

Esecuzione:
Rispetto al pandoro, la preparazione del Nadalin è molto più semplice e veloce, non necessitando di reimpasti. Il risultato è comunque un dolce eccellente e gustoso. Iniziate la preparazione ammorbidendo il burro, che avrete lasciato sciogliere a temperatura ambiente. Impastare le uova con la farina, il burro, lo zucchero, il succo di mezzo limone e il lievito di birra, completando il tutto con una presa di sale e un odore di vaniglia. Se necessario aggiungere qualche cucchiaio di latte per rendere più morbido l’impasto. Ponete l’impasto in una terrina abbastanza grande, coprite con un panno e lasciare

Nadalin

lievitare in luogo caldo per circa 3 ore, fino al raddoppio della pasta.

Per ottenere la forma di stella taglaite l’impasto lievitato con due profondi tagli orizzontali e due profondi tagli verticali. Una alla volta, prendete con due dita le otto parti vicine al bottone centrale e tiratele dolcemente verso l’esterno e verso il basso, in modo da ottenere i raggi della stella.
Ricoprite la parte superiore con pinoli e mandorle, dopo averla inumidita con una leggera pennellata di burro. Infornare per 40/45 minuti nel forno preriscaldato a 180 gradi. A fine cottura, ricoprite con una abbondante spolverata di zucchero a velo. I veronesi consumano questo dolce la sera di Natale, dopo aver partecipato alla tradizionale messa di mezzanotte, accompagnandolo con una tazza di cioccolata calda e densa, oppure con un bicchiere di Recioto della Valpolicella.


Storia ed origini del Pandoro

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Storia ed origini del pandoro

Domenico Melegatti

Si racconta che le nonne veronesi, nell’Ottocento, rassicurassero i nipottini raccontando loro che dopo la morte sarebbero salite in Paradiso a mangiare con gli angeli il “pane d’oro”: ed intendevano veramente un pane fatto realizzato con il nobile metallo prezioso, che però il buon Dio avrebbe poi reso commestibile.
Ma, il  pan de oro era un dolce dalla forma conica della Serenissima, riservato ai nobili, che veniva ricoperto da sottili foglie d’oro zecchino
Ma, il dolce soffice e alto, dalla forma di cupola a pianta stellata, che il pasticciere Domenico Melegatti cominciò a sfornare  nel suo negozio di corso Portone dei Borsari a Verona,  vede la sua nascita il 14 ot­tobre 1894, ottenne l’Attestato di Privativa Industriale (il brevetto dell’epoca). La forma e quella che ben conosciamo: un tronco di cono scanalato sui fianchi con una stella a otto pun­te per base, opera del pittore impressionista Angelo Dall’Oca Bianca;

La sede di Corso Portone dei Borsari di Verona

l’impasto e soffice, dorato e ben lievitato, profumato di vaniglia che  cominciò subito a diventar popolare diffondendosi poi a tal punto da essere prodotto anche industrialmente e da diventare, in ogni parte d’Italia, uno dei dolci della tradizione natalizia.

L’impasto “vaporoso”, è ricco di burro e di uova,  ed Il nome prescelto dal Melegatti per la sua specialità, evocava il colore giallo carico del suo dorato impasto  dovuto ai tuorli delle uova, sicuramente non è casuale: anticamen­te, infatti, esisteva nei territorì della Repubblica Veneta un prodotto dol­ciario quasi omonimo, il Pan de Oro, una torta conica molto diffusa sulle tavole dei nobili. Ma questo solamente in riferimento al suo nome; se invece alludiamo alla sua forma, il più probabile antenato del Pandoro è il  Nadalin, un popolare dolce casalingo veronese di cui l’attuale dolce ne conserva la forma di stella.
Per quanto concerne la ricetta attuale, non è da escludere che nella sua magica e gustosa  formula ci possa essere lo zampino dei pasticcieri austriaci, difatti durante la dominazione asburgica, comparvero nelle pasticcerie veronesi dei dolci ispirati al “Pane di Vienna”, che altri non era che  una variante della brioche e del croissant francesi: con questi ulti­mi il Pandoro veronese presenta alcu­ne affinità dal punto di vista delle tec­niche di preparazione.

Fase della lavorazione del pandoro

La lavora­zione è piuttosto  complessa: è indispensabile il lievito madre, che va rinfrescato la sera precedente, fatto riposare per una notte e reimpastato la mattina successiva, prima della la­vorazione. La miscelazione degli ingre­dienti avviene in tre fasi che si alternano ad altrettanti periodi di lievitazione, con tempe­rature e tempi ben ritmati. Se questa è la ricetta tradizionale, nella sua forma attuale il pandoro è prevalentemente di produzione in­dustriale, proprio come il panettone; entrambi sono classici dolci nazionali irrinunciabili nel perìodo natalizio sulle tavole italiane. Lo si trova anche variamente elaborato, per esem­pio farcito con crema pasliccicra o ricoperto di cioccolato. I puristi storcono il naso di fron­te a queste «reinterpretazioni» della ricetta originaria; ma anche per la versione classica occorre fare attenzione ai prodotti che al po­sto del burro utilizzano grassi o oli vegetali, surrogati meno deperibili o meno costosi, convenienti per il produttore ma non per il consumatore. L’apporto calorico è elevato (410-430 kcal per100 g).
Insomma amici cari, non è che sia particolarmente indicato per noi che disgraziatamente cerchiamo di stare a dieta 365 giorni all’anno, ma a Natale, al Pandoro, specie quello artigianale, non possiamo dire di no :-) , anche se, solo a guardarlo, soprattutto noi donne, aumentiamo una taglia di reggiseno che non sarebbe neanche male se il’aumento dei kg si concentrasse solo la’, ed il nostro punto vita, non si potrà definire sicuramente “vitino da vespa”, e la curva dei nostri fianchi diventa iperbolica tanto che al buon Cartesio ci facciamo un baffo, ma essendo la sottoscritta dell’idea che,  quando ci si vuol veramente fare del male fisico, bisogna farselo perbene, altrimenti non ha senso, ho ritenuto opportuno postare anche la procedura per la realizzazione di questa poesia dei sensi, e, di ricette, in rete ce ne sono tante, io ho scelto, quella tratta dal sito dal sito Verona.net

Pandoro di Verona

Ingredienti per un pandoro da 1 kg
- gr 650 farina;
- gr 250 burro
- 8 uova
- gr 200 zucchero;
- gr 30 lievito di birra
- 1/2 bicchiere di panna liquida;
- gr 50 zucchero a velo
- scorza grattugiata di un limone;
- una bustina di vanillina

Esecuzione: Ponete in un recipiente 75 grammi di farina, 10 di zucchero, il lievito di birra (dopo averlo sbriciolato), un tuorlo d’uovo e impastate il tutto (se l’impasto dovesse risultare troppo consistente, potete aggiungere qualche cucchiaio di acqua tiepida).
Dopo aver amalgamato bene gli ingredienti, mettete il recipiente in luogo tiepido (18/20 gradi) e lasciate lievitare la pasta per almeno due ore. Al panetto lievitato aggiungete 160 grammi di farina, 25 di burro ammorbidito, 90 di zucchero e 3 tuorli d’uovo. Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Con il terzo impasto unite 375 grammi di farina, 40 di burro ammorbidito, 75 di zucchero, un uovo intero e altri tre tuorli.
Amalgamate il tutto e rimettete la pasta a lievitare per altre due ore. Ora ponete l’impasto su una spianatoia (o sul piano di un tavolo infarinato) e lavorandolo con forza aggiungete mezzo bicchiere di panna liquida, la scorza grattugiata di un limone e un pizzico di vanillina.
Con il matterello stendete la pasta, ottenendo un quadrato non molto largo, nel cui centro andrete a porre del burro, tagliato a pezzetti e non troppo duro (150 grammi di burro ogni chilogrammo di impasto).

Ripiegate sul burro la pasta, poi con il matterello stendetela e piegatela in tre, stendetela nuovamente ed ancora e ripiegatela in tre; lasciate riposare l’impasto per una trentina di minuti.
Trascorso questo tempo stenderee nuovamente la pasta, la ripiegherete in tre, la ristenderete ancora, ripiegandola nuovamente in tre in tre lasciandola riposare per altri 30 minuti. Nel frattempo imburrate due stampi a pareti alte, scannellate, senza buco centrale e

Fetta di pandoro

spolverizzateli con il restante zucchero semolato (in commercio si trovano anche quelli a forma di stella con otto punte, quella tipica del pandoro).
Mettetee la pasta sulla spianatoia, lavoratela ancora per qualche minuto con mano leggera, facendola roteare su se stessa e spolverizzando, se necessario, la spianatoia con un poco di farina. Fate con la pasta due palle e mettetele negli stampi già pronti; la pasta dovrà arrivare circa a metà altezza degli stampi. Poneteli in luogo tiepido e lasciateli lievitare fino a quando la pasta arriverà a colmare lo stampo (30/60 minuti).
Fate cuocere per 40 minuti in forno preriscaldato a 190 gradi, abbassando a metà cottura la temperatura a 160 gradi per far cuocere anche l’interno. Sfornate appena pronti e lasciateli raffreddare a temperatura ambiente. Servite con una spolverata di zucchero a velo.
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L’arancia di Sorrento, Antonio Cafiero e le scorzette d’arancia candite e ricoperte di cioccolato

Incominciamo con l’introdurre la protagonista principale del mio articolo: l’arancia che vede le sue origini in  Cina  da cui, fu successivamente importata in Europa nel XIV secolo ma già nel I secolo veniva coltivata in Sicilia  col nome di  melarancia, con tutta probabilità  giunse in Europa attraverso la via della seta, ma la sua coltura prese piede solo nella calda terra sicula, dove la sua diffusione si arrestò, e, solo dopo molto tempo venne riscoperta dai marinai portoghesi ecco perche in alcune regioni d’Italia viene ancora chiamata  “portogallo”.

Arancia

Ho deciso di dedicare questo spazio al delizioso frutto per due grandi motivazioni: la prima è che è nel nostro territorio costiero la sua coltivazione che risale  addirittura al 1300 costituiva una notevole fonte di reddito, poiché,  alimentava un’intensa corrente di esportazione diretta, via mare, ai principali mercati italiani ed europei, e, la coltura si è ampliata e perfezionata, in seguito sia l’arancia che il limone,  hanno vissuto fasi alterne legate alle variabili vicende del mercato che spingevano i nostri contadini a rivolgersi all’una o all’altra,  avviando la riorganizzazionie dei processi produttivi che non sempre erano consapevolmente sagaci, al punto di rendere attualmente essenziale un generale rinnovamento dell’agrumicoltura locale, il cui valore paesaggistico resta comunque insostituibile.

Io con Antonio Cafiero e Giovanni Leone

La seconda è che la nostra arancia si avvale di un Pigmalione di tutto rispetto, che ha trovato in lei, è il caso di dirlo, la sua Galatea: Antonio Cafiero titolare della Pasticceria Primavera di Sorrento, che, dopo il Presepe di cioccolato dedicato al nuovo film del regista Luca Miniero “Benvenuti al Nord”, ci riporta indietro nel tempo alla sua riscoperta poichè in questi anni il suo cugino limone (femminiello sorrentino, anche detto limone “Ovale di Sorrento e limone di Massa) che ha portato a conoscere al mondo intero il famosissimo giallo e profumato infuso, le ha ingiustamente sottratto le luci della ribalta.

Classica pagliarella o prevola sorrentina

La Penisola Sorrentina, e Sorrento in particolare, sono conosciute per la produzione di agrumi IGP.  Come il limone, anche l’arancio è una coltivazione tradizionale del nostro territorio, e, come per i limoneti, anche gli aranceti sono protetti dal vento e dal freddo dai caratteristici pergolati coperti di paglia  (conosciuti con il nome di “pagliarelle”) solitamente realizzati in legno di castagno alte anche 7 metri che ne ritardano la maturazione  e ne  consentono di raccogliere il prodotto in primavera inoltrata, conferendogli una peculiarità unica, ed è proprio per questo, che può essere venduto in tempi diversi e più ampi rispetto alle altre produzioni di agrumi italiane.

Acquafrescaio

Due le principali varietà di albero: il Biondo Sorrentino e il Biondo Equense. Caratterizzata da una buccia abbastanza spessa, dall’abbondanza di semi e di succo e dal calibro piuttosto elevato. Il succo di quest’arancia è consumato da secoli, come spremuta, presso i caratteristici chioschi degli acquafrescai napoletani.

Proprio come per i gialli cugini anche le arance sono alla base di un ottimo liquore  prodotto tipico locale.

Scorzette di arancia candita ricoperte di cioccolato fondente

Negli ultimi anni la pasticceria e la produzione di rinomate cioccolate sposa l’abbinamento del cioccolato meglio se fondente con la profumata arancia, ed è qui che Antonio ci viene in aiuto, riproponendo nella sua Pasticceria non solo le famose scorzette candite ricoperte di cioccolato, che ben si accompagnano alle serate casalinghe invernali al caldo tepore di un caminetto :-)

Ed ha proposito delle scorzette d’arancia candite voglio raccontarvi anche uno storico episodio, sapete che adoro disquisire di cultura gastronomiche e nelle mie ricerche ho scoperto che, consultando il sito Alimentipedia, questo aneddoto che mi piace riportare

San Domenico di Guzman

“A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all’Aventino è presente una pianta di arancio dolce che secondo la tradizione domenicana è stata portata e piantata da San Domenico nel 1220 circa. Si dice che il Santo avesse portato con sé un pollone dalla sua terra spagnola e che tale specie di frutto sia stato il primo ad essere trapiantato in Italia.
Questo arancio è considerato miracoloso in quanto a distanza di secoli ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull’originale, una volta seccato.
Pare che le cinque arance candite che Santa Caterina da Siena offrì, nel 1379, a papa Urbano VI provenissero proprio da questo arancio di Santa Sabina.”
E, per campanilismo mi preme citare alcuni versi del più famoso sorrentino nella storia della letteratura italiana,  il grande poeta 

Torquato Tasso

Torquato Tasso che in alcuni suoi versi   lasciano spazio al nostro immaginario recita:  “fugaci mai vivon gli aranci, coi fiori eterni, eterno il frutto dura”.

E dopo le colte citazioni d’obbligo dedicategli, ritorniamo alle golose creazioni di Antonio, che ha ideato infatti tanti altri dolci in cui l’arancia sorrentina viene non solo valorizzata, ma anche gustata,  quindi si potranno assaggiare presso la sua pasticceria una serie variegata di profumati biscottini che ben si accompagnano al te,  al gusto di arancia, come ad esempio una rivisitazione del locale “biscotto all’amarena”, ma imbottito, contrariamente alla ricetta originale,  con le famose scorzette di arancia, il divino amore  il mio preferito tra i nostri tradizionali dolci natalizi, al gusto di arancia ed ancora altri deliziosi abbinamenti, come i pasticcini alla mandorla

Tronchetto al profumo d'arancia con cioccolato e noci di sorrento

ed arancia, o le delizie all’arancia,  e scorzette candite, per tutti i gusti, assolute, ricoperte interamente di cioccolato fondente,  o per metà ed anche al cioccolato bianco e per finire un godurioso tronchetto natalizio al profumo di arancia e cioccolata, una delizia extrasensoriale che ho avuto la fortuna di poter degustare,  vi giuro che è veramente un orgasmo per i vostri sensi, e, non mi son potuta tirare assolutamente indietro poichè il mio omonimo Cafiero sostiene: se non assaggi una mia creazione non puoi raccontarla :-)

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Santa Lucia nella tradizione gastronomica siciliana

Santa Lucia

Premetto che quest’articolo ha visto una sua pubblicazione nella Guida al Mangiar Bene di Supereva, ed un successivo approfondimento nella Guida di Cucina Etnica che ho curato fino allo scorso febbraio.

Lo ripropongo in queste pagne ampliato e rimaneggiato.
La storia racconta che Santa Lucia, è  venerata sia dalla Chiesa cattolica che e dalla Chiesa ortodossa, nacque a Siracusa, intorno al 283, il suo feroce martirio avvenne sotto Diocleziano.
Patrona di Siracusa, dei ciechi, degli oculisti, viene invocata contro le malattie degli occhi e le carestie. Il suo nome deriva  dal latino lux , che significa luce.  Viene raffigurata con in mano un piatto sul quale riposano gli occhi o con il giglio, la palma, il libro del Vangelo. L’emblema degli occhi sul piatto è motivato  dalla devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome.
Ma chi è Lucia?  la sua storia veleggia tra copiosi racconti leggendari, nelle due narrazioni riguardanti il suo crudele martirio: uno in latino e l’altro in greco, quest’ultimo è quello che ha maggior credito tra gli studiosi anche perché più vetusto.

Apprendiamo infatti che Lucia, di famiglia aristocratica, subisce il martirio per ordine del governatore Pascasio.
Nel luogo della sua morte, i cristiani di Siracusa “dedicarono a lei un tempio, nel quale i fedeli accorrono alle reliquie”.
Il culto, dunque, comincia subito. E prosegue nel tempo: infatti papa Gregorio Magno (590-604) inserisce già il suo nome nel Canone della Messa, indicandola alla venerazione di tutta la Chiesa.
Ma l’attestato più toccante su Lucia è affiorato dalle catacombe di San Giovanni a Siracusa (la città più ricca di catacombe dopo Roma): e consiste in un’iscrizione funebre in greco, dedicata a una giovane sposa di nome Euskia che, “vissuta buona e pura, morì nella festa della mia santa Lucia, per la quale non vi è elogio condegno”.

santa Lucia - Siracusa

Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace toglie momentaneamente agli Arabi la Sicilia orientale, con Siracusa, e trasporta a Costantinopoli il corpo di Lucia.
Quando poi la capitale imperiale viene occupata dai crociati (1204) il doge Enrico Dandolo ordina di portarlo a Venezia (con altra “preda bellica”, tra cui i famosi quattro cavalli di bronzo).
E qui il corpo si trova tuttora, mentre Siracusa conserva di lei solamente delle piccole reliquie.

Santa Lucia processione
Santa Lucia – Processione

Ma l’attaccamento dei siciliani a Lucia resta saldo e costante dopo sedici secoli, e viene manifestato pubblicamente con due feste annuali in suo onore: quella canonica del 13 dicembre, e quella siracusana e siciliana di maggio, che adempie un voto formulato nel 1646, durante una grave carestia che aveva colpito la città natale della santa.
Il 13 dicembre dunque, si festeggia Santa Lucia.
Questa festa è molto sentita in Sicilia, ma particolarmente a Siracusa, essendo la Santa siracusana e Patrona della città.
Il 13 dicembre è la data in cui ricorre l’anniversario del suo martirio, e pertanto, in tale ricorrenza la città espone ricchi drappi e tappeti ai balconi dei sui palazzi e si illumina di ceri per onorare la solenne processione, della statua d’argento della Santa, opera di Pietro Rizzo, capolavoro dell’oreficeria siciliana del XVI secolo.

Questa statua, alta quasi quattro metri, racchiude in una teca d’oro, dei preziosissimi frammenti delle costole di Santa Lucia, le cui spoglie sono conservate a Venezia.
L’imponente processione accompagna il simulacro lungo il tradizionale percorso dalla bellissima Cattedrale, sita sull’isola di Ortigia, alla Basilica di Santa Lucia al Sepolcro, dove rimane esposta.
Il 20 Dicembre la festa si conclude, con il rientro della statua alla Cattedrale, portata in spalla dai “berretti verdi” della confraternita dei falegnami.
Inoltre, il 20 dicembre, in occasione della processione per l’ottava di Santa Lucia, la città usa ospitare una “Lucia di Svezia”, cioè una ragazza svedese che rappresenta Lucia, e che presenta il capo cinto di una corona di candele.

Santa Lucia foto di Massimo Pia

Si racconta infatti che  molti secoli fa, re Canuto di Svezia promulgò solennemente che il Natale avrebbe avuto la durata di un mese, dal 13 dicembre - all’epoca giorno del solstizio d’inverno – al 13 gennaio, giorno appunto di San Canuto.
Non conosciamo bene le motivazioni perchè Lucia, una santa siciliana, fosse cosi onorata nella lontana e fredda Svezia: la tradizione si racconta che avesse visitato personalmente il Paese oppure che furono i missionari cristiani a parlare di lei al popolo e a diffonderne successivamente  il culto. Qualunque sia stata l’origine, gli svedesi dimostrarono subito un immensa devozione per Lucia, colei che porta luce, festeggiata proprio il giorno del ritorno del sole e della vita. Nel 1927 , un quotidiano di Stoccolma decise di bandire un concorso per eleggere la  ”Lucia di Svezia” che, con una corona di sette candele e vestita di una tunica bianca, doveva raccogliere le offerte e i doni da distribuire ai poveri e ai bisognosi in occasione delle feste natalizie.
L’iniziativa ebbe un successo clamoroso ed è tuttora in uso, tanto che, a Stoccolma, ad incoronare la prescelta è il vincitore del premio Nobel per la letteratura. Per l’occasione viene cantata la tradizionale canzone di santa Lucia (Luciasången) che non è altro che la celebre “santa Lucia” napoletana adattata con un testo in lingua svedese, ed in alcune città alcune bambine sfilano abbigliate come santa Lucia intonando il Luciasången sostando di casa in casa.
Solo dal 1950 la festa svedese è collegata a quella siciliana, e la  Lucia svedese ogni anno si reca a Siracusa per partecipare alla processione che conclude i festeggiamenti in onore della Santa.

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