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E' inutile versare rum…

Tag: pasticceria napoletana

Il Bicchinotto o Bucchinotto del Cavalcanti e la versione riveduta e corretta dei pasticcieri metesi

Del Bicchinotto o Bocconotto ce ne parla Ippolito Cavalcantinella suo preziosissimo trattato di Cucina teorico-pratica, qui di sotto la sua ricetta integrale ed in lingua napoletana.

Bicchinotto o Bucchinotto

Spieghiamo innanzitutto il perche’ di questo nome con gli amici di vesuvioweb che lo descrivono cosi’: Pasticcino, pastarella di piccola dimensione, per un sol boccone.

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La Pastiera napoletana, tra storia e leggenda

La pastiera accompagnò le feste pagane che celebravano il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse di Cerere
portavano in processione l’uovo, simbolo di vita nascente.
La tradizione del grano o farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbe invece derivare dal pane di farro delle nozze romane, dette appunto ” confarratio “.
Un’altra ipotesi la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all’epoca di Costantino il Grande, derivate dall’offerta di latte e miele, che i catecumeni ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale.
Tra le storie piu’ popolari legate a questo tradizionale dolce partenopeo, conosciuto sinanche fuori dai confini italici, vi e’ quella legata al mito della Sirena Partenope che con il suo canto allietava gli abitanti di quella città che sarebbe divenuta Neapolis e poi Napoli, e

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La Notte delle Zeppole

La notte delle zeppole

Notturno napoletano

Tanto tanto tempo fa, quando c’era ancora il festival di Napoli ma i giovani ascoltavano i Bee Gees, in una stranota pasticceria cittadina, che comincia per C e finisce per h, si teneva, intorno al 16 marzo, un evento annuale. Non solo cuochi, pasticcieri, aiutanti di cucina e

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Le deliziose alla ricotta di Grazia

Le "Delziose"

Questo dolce partenopeo  è tra i più antichi, ed è presente sempre nelle vetrine delle pasticcerie napoletane, facendo bella mostra di se’, tra babà, cassatine, cannoli e choux; esistono anche nella versione mignon.
Questa e’ la ricetta di famiglia di Grazia, custodita in un preziosissimo quaderno e che si tramanda da almeno tre generazioni.
Con questa ricetta potrete preparare una quarantina di “deliziose”.

Pasta Frolla
Ingredienti
– gr 800 di farina
– gr 400 di sugna o burro
– gr 400 di zucchero
– 4 rossi d’uovo
– 1 pizzico di sale
– la buccia grattugiata di due limoni
– acqua o latte q.b.
– 1 pizzico di ammoniaca
– vanillina

NB: Le proporzioni tra gli ingredienti, possono essere cambiare: per ottenere una pasta frolla un po’ più secca si possono utilizzare uova intere anzichè solo tuorli.

Per aumentarne, invece, la friabilità si può aumentare la quantità di burro o quella dello zucchero.

Esecuzione
Procedere con l’impasto come x la pasta frolla, quindi formate dei dischi di 6/7 cm di diametro,adagiateli su una placca rivestita di carta da forno e cuocete in forno a 180° fino a doratura.
Sfornateli e lasciateli raffreddare.

Crema alla ricotta
Ingredienti
– 1 kg di ricotta
– gr 500 di zucchero
– 2 cucchiai di farina
– 1 bustina di vanillina
– cioccolata fondente
– la buccia di 1 limone grattugiato
– gr 150 di mandorle

Esecuzione:
Lavorate la ricotta aiutandovi con una forchetta, aggiungete la farina. la avanillina, la buccia di limone e lo zucchero, lavorate questa crema sul fuoco, fino a quando non comincia a sobollire, a quel punto spegnete il fuoco.
Lasciate raffreddare la crema, unitevi le mandorle tritate ed il cioccolato fondente a scaglie, se piacciono potrete aggiungere anche i canditi.

Farcite i dischi di pasta frolla con la crema, rotolate i bordi nella granella di nocciola e spolverate di zucchero a velo.

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Le Zeppole di San Giuseppe

Michelangelo – Busto di Bacco -1850

Nell’antica Roma il 17 marzo si celebravano le “Liberalia”, feste in onore delle divinità del vino e del grano. Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi: per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano delle frittelle di frumento.

Per San Giuseppe, che ricorre solo due giorni dopo (19 marzo), la fanno da protagoniste le discendenti di quelle storiche frittelle: le zeppole di san Giuseppe
Il 19 Marzo, si racconta che i friggitori napoletani si esibivano pubblicamente nell’arte del friggere

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I dolci di Natale nella tradizione pasticcera napoletana

Le gustose leccornie natalizie campane fanno capo alla secolare  tradizione pasticciera napoletana:  roccocò, susamielli, divino amore, zeppole e struffoli e ci  conducono  per  mano nel periodo liturgico dell’avvento, a lunghe serate trascorse in casa, al gioco della tombola.
La loro fragranza, accompagnata al suono delle zampogne,  la condensa di vapore che si forma sulla superficie liscia e fredda dei vetri nella piccola cucina, le luci intermittenti dell’albero di natale, ed il penetrante odore  delle tante cose buone che si preparano in quel periodo che ci si porta dietro lasciando tracce di speziati e seducenti aromi.

Christmas Time

Questo, è da sempre per me, il ricordo del Natale.
Mia Nonna Laura, ha sempre sostenuto caparbiamente, e guai a contraddirla, che quando si preparano le zeppole non bisogna nè farsi vedere nè far sentire l’odore alla gente, che è  invidiosa, a supporto della sua tesi, Luigi Trofa racconta invece che

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Dolcetti di Pasta di Mandorle di “Glutine”

Dolcetti di Mandorle di "Glutine"

Questa ottima ricetta per realizzare dei gustosissimi dolcetti di natale di pasta di mandorle, è tratta dal sito di Glutine

Dolci di Mandorle di Natale

– 1 Kg di mandorle
– 750 gr di zucchero semolato vanigliato*
– 250 gr di uova intere
– un pizzico di sale
la scorza grattugiata di due limoni bilogici (un cucchiaio)

* se lo zucchero non è vanigliato, aggiungere un cucchiaino di estratto di vaniglia

Esecuzione:

Pelare le mandorle dopo averle immerse qualche minuto in acqua bollente.

Passarle al mixer 250 gr per volta.
Ripetere dunque per quattro volte il seguente procedimento.
Azionare il mixer in prima velocità, quando le mandorle cominciano a diventare fini, aggiungere un paio di cucchiai di zucchero per assorbile l’eventuale olio, poi passare in seconda velocità aggiungendo altri due cucchiai di zucchero (lo zucchero va preso dalla dose complessiva). Appena il macinato tende a raggrumarsi spegnere l’apparecchio.

Sul tagliere unire la “farina” di mandorle allo zucchero e alla buccia di limone avendo l’accortezza di mescolare bene con l’aiuto di un paio di spatole.

Formare poi un cratere e porre al centro le uova precedentemente battute con un pizzico di sale.

Trattare l’impasto come una frolla e formare un blocco di pasta (del peso di 2 chilogrammi). A questo punto è possibile farlo riposare coperto per una notte in frigorifero o procedere subito al formato.

Dividere l’impasto in 3 parti da 650 gr circa.

Dividere ogni porzione in 10 parti, e con ciascuna di queste formare dei filoncini da dividere nuovamente in 8 piccole porzioni. Formare con ogni pezzetto un pallina facendolo roteare tra i palmi delle mani.

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I Susamielli di Michelangelo

Questa ricetta è dono di Michelangelo Gargiulo, titolare dell’ Alibi & Alius a Meta.

In origine si chiamavano sesamielli, in quanto venivano ricoperti da semi di sesamo

Attualmente non si fa distinzione tra Susamielli e Sapienze, e  quest’ultima altri è solo una variante dei primi e deve il suo nome alle suore del monastero della Sapienza,  produttrici di ottimi susamielli con l’aggiunta di mandorle intere poste sulla superficie dei singoli dolcetti.

Qualcuno li chiama anche “Susamielli della sapienza”. Ecco quindi che la forma della lettera “S” soddisfa entrambe le denominazioni, anzi più di due, infatti qualcuno, data la forma e il colore lo ha associato a “quella cosa” su cui si versa vanamente il Ruhm 🙂

susamielli
Ingredienti:
– Farina gr 250
– miele gr 250
– zucchero gr100
– mandorle gr 100
– cubetti di cocozza, cedro e scorzette
– ”pisto” di cannella , chiodi di garofano e noce moscata
– un pizzico di ammoniaca(quella per dolci, ovviamente)

Esecuzione:
Mischiate le mandorle, il cedro, le scorzette ed i cubetti di cocozza (il tutto tritato in piccoli pezzi) con la farina, riscaldate il miele e, appena sciolto, unitelo alla farina, che avete disposto a fontana, insieme ad un pizzico di ammoniaca.

Lavorate l’impasto fino a quando questo non diventa omogeneo, a questo punto ricavate  dei “salamini”  che sistemerete su una teglia unta e li piegherete dandogli la forma di una “S”, schiacciateli leggermente.

Infornate a 170° per 15-20 minuti circa.

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Roccocò Massese

Roccocò

L’etimologia della parola roccocò,  ci riporta a “roccia artificiale”, poiché questo dolce natalizio  ha una consistenza particolarmente dura e un aspetto quasi marmoreo, dovuto alla presenza delle mandorle.

Ciambelle schiacciate di colore marrone scuro, ricavati da una pasta ricca di mandorle e canditi.  Il roccocò viene anche consumato a fine pasto bagnato in vini liquorosi.

Questa è una ricetta tratta dalla rubrica La Mia Cucina Napoletana che ha curato per tanti anni la  signora Anna Ercolano sul sito Alenapoli

inviato dalla Sig.ra Pia FERRARO

Dolce vincitore del Concorso UNITRE 2001 del miglior ROCCOCO’ di MASSA LUBRENSE ( NA )

Ingredienti:
– 500 gr. di farina di grano tenero;
– 500 gr. di farina di grano integrale;
– 900 gr. di zucchero;
– 300 gr. di noccioline tostate e tritate;
– 300 gr. di mandorle tostate e tritate;
– buccia di 4 mandarini di Sorrento;
– buccia di 1 limone di Sorrento;
– 5 gr. di ammoniaca; – 1 bustina di “pisto”;
– 1 pizzico di sale;
– 150 gr. di vino bianco secco;
– 150 gr. di acqua naturale;
– 1 uovo intero.

Esecuzione :

Impastate la farina, con lo zucchero, le nocciole, le mandorle, la buccia di limone e mandarini, pisto, ammoniaca e sale. Fartela riposare per 1 ora;
Tagliate dall’impasto una porzione della grandezza di un tarallo napoletano ed in una teglia, ricoperta in precedenza con della carta da forno, realizzate la forma tonda del classico roccocò napoletano. In seguito battete un uovo intero e con un pennello ricoprirete la superficie di ogni singolo pezzo ;
Portate il forno alla temperatura di 180° gradi ed infornatevi la teglia per 30′ (sempre alla stessa temperatura);
Ripetete l’operazione sino ad esaurimento dell’impasto ed offriteli presentandoli  con una forma a piramide in un piatto da portata.

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Paste del “Divino Amore”

Questi gustosi dolcetti fanno parte della tradizione gastronomica natalizia napoletana, vennero preparati per la prima volta dalle monache dell’omonimo convento del Divino Amore che si trovava a Spaccanapoli a Napoli, in onore, della madre di Carlo II d’Angiò.
Dell’antico convento oggi è rimasto ben poco si puo’ visitare solamente il chiostro, il resto è occupato dall’Ospedale Incurabili, il divino amore in forma di dolce e’ uno dei cavalli di battaglia della pasticceria Scaturchio, a due passi da qui, che ne custodisce fedelmente la ricetta.

Ingredienti
:
– gr 500 di mandorle dolci sgusciate
– gr 500 di zucchero
– 3 uova
– scorza grattugiata di 1 limone
– 1 bustina di vainiglia
– gr 100 di canditi misti (cedro, cocozzata, e scorzette d’arancia)
– ostie q.b.
– 3 cucchiai marmellata di albicocche
– 2 cucchiai di zucchero
– 2 cucchiai di acqua

Per la copertura
:
Ghiaccia bianca
colorante rosa

Esecuzione:
Macinate le mandorle, non pelate, con il mixer, unitevi lo zucchero e con un po’ di acqua fredda cercando di ottenere un impasto di giusta consistenza.
Incorporatevi 2 uova intere ed un rosso, la scorza grattugiata del limone, la vainiglia ed i canditi tagliati minutamente. Lavorate l’impasto, formate degli ovetti, collocateli sulla placca del forno foderati di ostie e fateli cuocere a 180° per una ventina di minuti.
Una volta raffreddati, eliminate i bordi d’ostia superflui, spennellate leggermente i dolci con marmellata di albicocche diluita con poca acqua e zucchero e ricopriteli con ghiaccia bianca (ottenuta con zucchero a velo vanigliato, albume sbattuto a neve ferma) e coloratela di rosa con colorante per alimenti.

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Gli Struffoli di Mamma Anita

Nello Mascia

Nello Mascia mi ha regalato una ricetta della sua famiglia,  esaudendo così i miei desideri.

Gli “Struffoli” tipici della tradizione napoletana, ma nella ricetta di  Mamma Anita.

Struffoli di mamma Anita

Ingredienti:
– 1 kg di farina
– 10 uova fresche
– un bicchierino di cognac
– 750 gr. di miele
– 250 gr. di zucchero
– 250 gr. di mandorle
– scorzette di arancia, limone, mandarino.
– Confetti cannellini
– Confezione di diavulilli (confettini multicolori)
– Frutta candita a scelta
– Olio extra vergine d’oliva
– Strutto.

Esecuzione
Impastare la pasta con le uova e con il cognac.
Molto a lungo. Almeno per trenta minuti.

Mamma Anita rammenta che il primo ingrediente per fare gli strùffoli è la salute.
Dunque, impastare bene. E’ questo uno dei segreti degli strùffoli d’autore.
Per verificare se la lavorazione è soddisfacente, tagliare un po’ la pasta con un coltello.
Se è ben lavorata, dall’interno appariranno dei buchetti come se fosse cresciuta per l’aggiunta di lievito. A questo punto la pasta si fila, riducendola a tanti lunghi “sigaroni” dello spessore di un dito.
I sigaroni così ottenuti, si tagliano a pezzetti obliqui in dimensioni più o meno simili a uno gnocco.
Gli strùffoli così ottenuti si friggono in padella con olio
extravergine d’oliva e strutto (questo ingrediente serve a rendere lo struffolo più fragrante
Ora, in una pentola abbastanza capiente, si mette ad amalgamare e a diluire il miele insieme allo zucchero.
Precedentemente si è provveduto a preparare le mandorle.
Sono state prima tagliate a piccole fettine oblique, poi abbrustolite e asciugate in forno.
Quando l’amalgama miele-zucchero è compiuto, si aggiungono nella pentola le mandorle, insieme alle scorzette di agrumi: arancia, limone, mandarino, anch’esse tagliate in sottilissime fettine.

Struffoli Foto © Piero Castellano Digisea

Poi nella pentola si aggiungono gli strùffoli fritti. Si gira con devota attenzione, perché ogni struffolo si vesta, si indori e si inebrii del miele.
A operazione avvenuta, e dopo aver atteso che il tutto si sia raffreddato un po’, si riversa il prezioso contenuto della pentola sullo spianatoio, e qui – a questa massa profumata, tèpida, malleabile come l’argilla di torrente – si procede a dare una forma.

Che sarà quella che più vi piace.Noi preferiamo la cupola. Maestosa e solenne. Festosa e ridente come il sole napoletano d’agosto.
Lucente e smagliante come l’oro d’Arabia.
Su di essa si spruzzino a piacere i confetti cannellini, e i diavulilli.
E se si vuole anche i canditi, con l’immancabile cucuzzata.
Ed eccoli qui i meravigliosi struffoli, pronti per essere serviti.
Metteteli al centro della tavola. E per una volta, al diavolo il Galateo e il perbenismo.

Mangiateli in comunità, staccando dalla cupola un grappolo di struffoli per volta, dopo avere stabilito un opportuno civile ordine di prelievo. Per evitare arrembaggi e garantirsi la pace.

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I Mustacciuoli o Mostaccioli di Luciano Russo

Ingredienti
– gr 500 zucchero
– gr 650 farina Tipo ’00’
– gr 150  di mandorle tostate e tritate
– gr 5 ammoniaca
– gr 20 di cacao amaro
– 2 bucce di arance tritate
– 10 g di pisto ( spezie in polvere quali cannella, chiodi di garofano, noce moscata, etc)
– ml 300 acqua calda
– Copertura (reperibili in qualsiasi pasticceria o anche realizzabili in casa con zucchero, acqua e cacao)
– gr 300 di cioccolata da copertura
– gr 300 di naspro di canna

Mostaccioli -Foto Francesco Tagliamonte © All rights reserved

Esecuzione:
Disponete la  farina a fontana con al centro i rimanenti ingredienti.

Versate l’acqua calda nella parte centrale del cumulo in modo da far sciogliere lo zucchero e lavorate il tutto lentamente dall’esterno verso l’interno sino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo. Lasciatelo riposare un’oretta avendo cura di coprirlo con un foglio plastificato.
Con un matterello stendete l’impasto e ne realizzate, una sfoglia alta circa 1 cm che e tagliarete a  rombi aiutandovi con uno stampino o con il coltello.
In una teglia rivestita di carta da forno disponete i rombi, inumiditeli con un pennello appena bagnato (di sola acqua) o semplicemente con le mani ed infornate per 15 min a 180 °C.
Lasciat raffreddare.
In due pentolini separati riscaldate a bagnomaria le due coperture.
Con un pennello glassate i rombi per metà con la glassa bianca e per metà con la glassa al cioccolato o solo con quest’ultima.
Lasciate asciugare a temperatura ambiente o in forno a bassa temperatura per qualche minuto.

Ricetta di Luciano Russo
Ristorante Le Tre Arcate
Piazza Domenici Cota, 11
tel.: 081 5323441
80063Piano di Sorrento

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Da Comme facette mammeta…alla torta di rose e ricotta…

Comme facette mammeta è una canzone del 1906 scritta da Salvatore Gambardella e Giuseppe Capaldo.
Si classificò seconda al Festival di Piedigrotta, venne interpretata da Antonietta Rispoli al Teatro Eldorado e fu cavallo di battaglia di Elvira Donnarumma.

Elvira Donnarumma

Innumerevoli furono le cover nel corso degli anni, tra cui quella, particolare, in versione rock ‘n’ roll eseguita da I Due Corsari.

Perchè parlare di questa canzone in un sito dedicato alla gastronomia?
Ma perchè i riferimenti alla genuità e alla bellezza dell’amata narrano di cose buone, da mangiare, da assaporare, quante volte avete detto al partner, vi mangerei di baci? :-)…

Ciento rose ‘ncappucciate,
dinta mártula mmescate…
Latte, rose, rose e latte,
te facette ‘ncoppo fatto!…

e ancora:

nu panaro chino, chino,
tutte fravule ‘e ciardino…
Mèle, zuccaro e cannella:
te ‘mpastaje ‘sta vocca bella…

La Rosa volgarmente chiamata incappucciata, è la rosa centifolie, originaria della Persia e da cui si ricava un pregiatissimo olio essenziale
La martula, altri non è che la madia, dove un tempo veniva impastato il pane.

E a proposito di questa canzone la ricetta che voglio proporre è una ricetta conventuale, viene menzionata per la prima volta nel 1540 in occasione della festa dellaM adonna dell’Idria o della rosa, ma forse le origini sono ben più antiche.

In una delle primissime manifestazioni organizzate a Napoli, denominata

Maggio dei monumenti, il mattino, noto quotidiano partenopeo allegava un inserto di poche pagine con le ricette conventuali napoletane questa che vi propongo è tratta dal menu benedettino riproposto nel convento di Napoli 8/9 maggio 1993 San Gregorio Armeno in occasione delle manifestazione Monumenti a Porte aperte

Rosa Centifolia

Un segreto nascosto tra le mura dei conventi napoletani, viene

La ricetta originale prevedeva una farcitura con panna e mirtilli e veniva sfornata dalle benedettine di S. Gregorio Armeno,

Torta di rose e ricotta

Ingredienti
– gr 400 di farina;
– gr 300 di ricotta;
– 3 uova,
– gr 200 di zucchero;
– un bicchiere

di latte;
– la buccia grattugiata di un limone;
– i petali di due rose;
– cinque foglie di menta;
– liquore dolce.

Per la farcitura: panna, mirtilli, succo di limone, una spruzzata di Cognac

Esecuzione:

Sbattete le uova, unite la ricotta, lo zucchero, il latte e la farina versata a pioggia.
Aggiungete quindi la buccia grattugiata del limone, i petali di rosa e le foglie di menta tagliate sottili.
Lavorate bene l’impasto, aggiungete il liquore dolce e versate in una teglia dai bordi alti. Cuocete in forno a calore moderato per 40 minuti.
Lasciate raffreddare, tagliate il dolce a strati a farcitelo con panna, mirtilli, succo di limone e una spruzzata di Cognac. Decorate con petali di rosa.
Conservate in frigo per almeno un’ora prima di servire.

Ed ora
la versione di Pietra Montecorvino, che fa da colonna sonora al trailer di Passione per la regia di John Turturro.

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Il Babà napoletano di Lello Brak

Raffaele detto Lello Bracale,  è  un appassionato esperto di cultura e lingua napoletana, ma anche un raffinato cuoco, più volte ho selezionato dal suo blog le ricette tipiche della gastronomia partenopea, per proporle ai miei lettori, e, anche questa sulla più famosa delle delizie napoletane proviene dalle sue pagine

Stanislao Leszczinski

Il babà, come è universalmente conosciuto, è un dolce soffice e cedevole principe accanto a sfogliatella e pastiera della cucina partenopea.
Pur essendo originario della Polonia pervenne a Napoli (divenendo uno dei dolci piú graditi della pasticceria partenopea) attraverso i cuochi francesi (i famosissimi monzú) chiamati a Napoli dalla regina Maria Carolina d’Asburgo (sorella della notissima Maria Antonietta, quella che finí i suoi giorni ghigliottinata con il consorte Luigi XVI al tempo (1793 rispettivamente 21/1 il re e 16/10 la regina della rivoluzione francese) in occasione delle proprie nozze ( 7 aprile 1768) con Ferdinando IV Borbone – Napoli.
Il dolce deve il suo nome alla morbidezza e cedevolezza dell’impasto atto alla malferma dentatura delle persone anziane;baba in lingua polacca equivale:nonna, donna vecchia; quando poi il baba polacco, al seguito del re Stanislao Leszczinski, (che qualcuno vuole ne sia stato casualmente l’inventore) re di Polonia dal 1704 al 1735, giunse in Francia dapprima a Luneville e di lí a Parigi alla pasticceria Sthorer, dove tutti lo conobbero ed apprezzarono, esso vide il suo nome pronunciato alla francese con la a finale accentata babà e tale fu a Napoli (che anzi ne raddoppiò espressivamente la seconda esplosiva labiale e babà diventò babbà e preceduto dall’articolo addirittura ‘o bbabbà) dove, come ò detto, prese stabile dimora per il tramite dei monzú francesi (cuochi di corte); anzi a Napoli vide raddoppiata b intervocalica diventando babbà e fu dolce tanto amato ed apprezzato da pervenire in talune locuzioni napoletane; Cito,ad es. : Sî ‘nu bbabbà! (Sei un babà) detto di persona (uomo) d’indole buona e mansueta fino alla prona accondiscenza, mentre la stessa locuzione riferita ad una donna vale a dire Sei tanto bella e buona (che meriteresti d’esser mangiata, come un babà!).

Babà napoletano

Esiste poi una diverte espressione partenopea che recita: Aje voglia ‘e mettere rumma: ‘nu strunzo nun addiventa maje bbabbà
Puoi irrorarlo con quanto rhum tu voglia, uno stronzo non diverrà mai un babà
.
Id est: Per quanto tu tenti di edulcorarlo, uno stronzo non potrà mai diventare un dolce saporito come un babà; alla stessa stregua: per quanto lo si cerchi di migliorare uno sciocco non potrà mai cambiare in meglio la propria natura.
Il babà può essere indifferentemente accompagnato da liquori dolci (rosolî) o secchi (cognac e/o brandy)
Mangia Napoli: bbona salute!
Raffaele Bracale


Ingredienti
:
per la pasta
– 500 g farina americana (manitoba),
– 50 g zucchero,
– 150 g burro ammorbidito a temperatura ambiente, oppure 1 etto di strutto,
– sale fino – un cucchiaino da caffè,
– 8 uova,
– 2 panetti di lievito di birra.

per bagnare

– 2 l acqua
– 600 g zucchero
– 1 buccia intera di limone non trattato,
– rum q.s.
Procedimento
Mettete nella ciotola girevole dell’ impastatrice la farina, lo zucchero, il burro a pezzettini o lo strutto, il sale ed il lievito sbriciolato.
Avviate le fruste e miscelare il tutto.
Aggiungete le uova ad uno ad uno ( e solo quando il precedente sia stato assorbito).
La pasta dovrà risultare elastica e rimanere attaccata alle fruste.
Per ottenere ciò è importante la quantità di uova: evitate di sceglierle troppo grandi; se lo fossero mettete le prime sette, sempre uno alla volta, ed eventualmente aggiungetne solo metà dell’ultimo.
Impastate con le fruste fino a che la pasta non salga su di esse sino a ricoprirne quasi le astine e non risulti gommosa.
Per verificarlo prendetene un pizzichino tra l’indice e il pollice ed allargate le dita: se risulta elastica e quasi gommosa vorrà dire che è pronta. Fatelievitare la pasta nella ciotola stessa sino a che non raggiunga il bordo. Trasferite in un unico stampo imburrato (o in più stampi piccoli e cilindrici) con buco centrale e fate rilievitare fino a raggiungere i bordi.
Infornate in forno caldo a 180°C per circa 20 minuti.
Preparate il bagno: Scaldate l’acqua, lo zucchero, la buccia di limone ed il rum (la quantità è soggettiva e dipenderà dal vostro gusto) fino a che lo lo zucchero non si sarà sciolto.
Eliminate la buccia del limone. Mettete il babà su una grata (va bene quella del forno) e poggiatela su una teglia o un recipiente abbastanza grande.
Praticate dei fori con uno stuzzicadenti sulla superfice superiore del babà (quella piú lucida) e cominciate a bagnarlo usando un mestolo.
Rovesciate il dolce e continuatelo a bagnare piú volte.
Quando avrete terminato recuperate lo sciroppo dalla teglia su cui poggia la grata (serve appunto a questo), ed eventualmente riscaldatelo nuovamente e continuate aancora a bagnare il babà.
Lasciatelo poi gocciolare sulla grata per qualche ora.
Servite le fettine di babà aggiungendo ancora altro liquido (che sarà stato messo a parte) se necessario o gradito.
Qualora si siano usati piccoli stampi i babà risultanti potranno esser bagnati immergendoli rapidamente per intero nel bagno e recuperandoli con una schiumarola.


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La Scazzetta del Cardinale

La “Scazzetta” in dialetto napoletano altri non e’ che il copricato indossato dagli alti alti prelati, Vescovi e Cardinali, ed il nome lo si deve appunto a detto copricapo di un bel color rosa quasi tendente al fuxia che nel dolce in questione viene realizzato frullando le fragole.
Sull’etimologia di detto termine “Scazzetta” mi viene in aiuto il caro amico Lello Bracale, esperto e cultore della lingua napoletana che mi racconta quanto segue:

Zucchetto Cardinalizio


Il s.vo f.le scazzetta = piccolo copricapo da prete, vescovo, cardinale etc. – papalina – zucchetto deriva il suo nome per il fatto che originariamente era portata schiacciata (scuzzata) sul cozzetto (parte inferiore della nuca; da cuzzetto unito con scuzzà=schiacciare derivò scuzzetta donde scazzetta!

Se cercate in rete, molti dei siti dedicati a questa prelibatezza raccontano che la Pasticceria Pantaleone di Salerno, sia il luogo in cui e’ nata la scazzetta.
Mario Pantaleo e’ l’attuale titolare del locale sito nel centro storico di Salerno in via dei mercanti, e suo nonno nel 1920 le ha dato la paternita’:

“non come torta ma come pasta vera e propria”
Semplice: pasta frolla, pan di spagna, crema chantilly, fragoline di bosco e glassa di fragole”
L’etimologia della scazzetta? “Il colore del dolce è rosa come il copricapo del cardinale”

fonte Salernocity

Vi e’ anche la versione sorrentina, che non ha la base di pasta frolla, qui molte pasticcerie preparano una torta di pan di spagna, farcita con crema chantilly alle fragole, ricoperta di zucchero a velo e che viene chiamata “Torta Veneziana”
Esiste una variante di questo dolce,  al caffe’.

Ingredienti:
per il Pan di Spagna:
– 6 uova
– 5 cucchiai di farina
– 5 cucchiai di zucchero
– 2 cucchiai di fecola di patate
– 1 bustina di lievito
per la Pasta Frolla:
– gr 500 farina
– gr 250 zucchero
– gr 250 burro o margarina
– 5 rossi di uova
– un pizzico di sale
– una buccia di limone
la Crema chantilly:
– gr 250 di panna montata
– due cucchiai di zucchero a velo
la Crema Pasticciera:
– 1/2 litro latte
– gr 50 fecola di patate
– gr 200 zucchero
– sei rossi di uova
– buccia di limone
– gr 20 burro
– una bustina di vaniglia
per la decorazione:
– un bicchiere di liquore strega o in alternativa liquore alle fragoline
– gr 300 fragoline di bosco
– gr 50 fragoloni
– gr 100 zucchero in polvere

Esecuzione:

Preparate la pasta frolla: impastate il burro con lo zucchero aiutandovi con un robot da cucina, per velocizzare i tempi di preparazione, quando

avrete ottenuto un composto omogeneo incorporatevi le uova una alla volta; lavorate bene, fino a quando non avrete incorporato tutte le uova quindi aggiungete gli aromi ed, infine, la farina.
Quando l’impasto risulterà liscio ed omogeneo, formate una palla e lasciatela riposare per circa mezz’ora in frigo.

Scazzetta del Cardinale

Nel frattempo preparate il pan di spagna: mettete i tuorli, lo zucchero ed un pizzico di sale in una terrina e, con l’aiuto di una frusta, sbattete il tutto per almeno 15 minuti, sempre in senso orario, fino ad ottenere un composto spumoso, gonfio e di color giallo chiaro.
A questo punto aggiungete la farina, la fecola di patate e la bustina di lievito mescolate insieme, aggiungendole al composto aiutandovi con un setaccio, questo per evitare la formazione di grumi. Rimestate il tutto con un cucchiaio di legno, aggiungete i bianchi montati a neve ferma con una frusta a mano facendo attenzione a non smontare il composto.
Imburrate ed infarinate una tortiera, foderatela con uno strato sottile di pasta frolla che dovrete bucherellare con una forchetta perché non si deformi durante la cottura, versateci l’impasto del Pan di Spagna e cuocete in forno a 180° per una quarantina di minuti.
Preparate la crema: fate bollire il latte con la buccia di limone e la vanillina, e, in una terrina con una frusta lavorate i tuorli con lo zucchero ed un pizzico di sale, incorporatevi poco alla volta la farina setacciata, sempre continuando a mescolare con la frusta.
Una volta amalgamato il tutto, aggiungete il latte, senza mai smettere di mescolare.
Versate il composto in un pentolino e ponete sul fuoco a fiamma bassissima, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno per evitare che la crema si attacchi sul fondo e possa formare grumi.
Continuate la cottura, sempre rimestando, fino a quando la crema non si addenserà. Ci vorranno circa 15-20 minuti.
Trascorso il tempo, togliete dal fuoco ed aggiungete il burro.
Mescolate finchè non si sarà sciolto del tutto.
A questo punto versate la crema in una terrina e lasciatela raffreddare.
Preparate la crema Chantilly: in una terrina versate la panna fredda e aggiungetevi lo zucchero a velo. Montatela con l’aiuto di uno sbattitore. Incorporate delicatamente la panna alla crema usando una frusta a mano con un movimento dal basso verso l’alto.
Raffreddate e poi tagliate la parte superiore del Pan di Spagna ricavandone uno strato sottile bagnate con il liquore strega il rimanente Pan di Spagna che si trova all’interno dell’involucro di pasta frolla e spalmatelo con la crema.
Distribuite sulla crema due terzi delle fragoline, coprite con il sottile disco di Pan di Spagna (che non andrà bagnato).
Preparate la glassa frullando le rimanenti fragole con lo zucchero a velo un poco per volta formando una glassa piuttosto consistente che verrà spalmata sulla torta.

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Coviglie

Alla stessa famiglia dello spumone e dello zuccotto appartiene la Coviglia.
Gia’ la scrittrice Matilde Serao la descriveva nel suo libro Paese di Cuccugna.
Un tempo si vendevano in bicchierini di alluminio, attualmente sostituiti da quelli di plastica, con coperchietto.
Sono ad un sol gusto ma la classica è al cioccolato o alla nocciola o al caffè o ancora alla fragola.

È nel 1700,  quando il gusto delle dame di «buon garbo » sensibili e disappetenti esige diete leggere e carezzevoli,  voluttuose,  morbide e dolci, che due oggetti di lusso, di delicatezza e di gusto in Italia portano il vanto in tutta Europa: «liqueurs d’Italie, glaces à l’italienne» vogliono  gli stranieri.

Matilde Serao

La città di Napoli è rinomata per i gelati e per i sorbetti.

Coviglia al caffè

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